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lunedì, novembre 28, 2022

Parla il decano dei formatori De Bartolomeis: «Valditara? Assolutamente inadeguato»

Francesco De Bartolomeis 

DAVIDE MARIA DE LUCA

Francesco De Bartolomeis è considerato la figura guida di un’intera generazione di formatori. Professore dal 1948, docente di pedagogia all’università di Torino dal 1956, ha scritto con Benedetto Croce e ha tradotto alcuni dei grandi classici dell’insegnamento.

  • Sull’umiliazione degli studenti dice: «Scambiare l’umiltà con l’umiliazione! Lei si sentirebbe di umiliare una persona e poi dire che l’ha migliorata? È una frase molto significativa per la sua mancanza di senso».
  • Sulla necessità di maggiore rigore e punizioni a scuola: «Nella mia esperienza non ho mai incontrato dei rifiuti perché la mia offerta educativa si basava fondamentalmente sul rispetto di chi era protagonista della formazione: gli studenti».

«Mi sembra assolutamente inadeguato, farebbe bene a stare zitto, dice delle autentiche sciocchezze». A 104 anni il decano dei pedagogisti italiani Francesco De Bartolomeis è ancora pugnace. Gli basta una menzione del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara e, senza bisogno di altro spunto, parte con una litania di critiche feroci. Professore dal 1948, docente di pedagogia all’università di Torino dal 1956, ha scritto con Benedetto Croce, ha tradotto alcuni dei grandi classici dell’insegnamento in italiano ed è considerato la figura guida di un’intera generazione di formatori.

Cosa ne pensa dell’idea di scuola che emerge dalle parole del ministro Valditara?

Non le ho prese neanche in considerazione, non mi metto a riflettere su cose che immediatamente si avvertono come inadeguate, sbagliate. Se si pensa agli agguerriti ministri dell’Università e dell’Istruzione del governo precedente, questa è una cosa che proprio è come...non so...una caduta veramente senza limiti. Meloni poteva scegliere una persona più competente. Valditara non ha nessuna idea di che cos’è un sistema formativo, di come va gestito, migliorato, quali sono i suoi problemi. Le sue sono dichiarazioni sparse senza costrutto.

Si è parlato molto della sua descrizione dell’umiliazione come strumento di crescita per gli studenti. Cosa ne pensa?

Dovrebbe spiegare che cosa significa. Perché uno dovrebbe essere umiliato? È una frase che non ha senso. L’umiltà è un’altra cosa, ma questo non conosce neanche l’italiano. Chi è che va in giro a dire «umiliatemi così sarò migliore»? È questa la ragione per cui io non vorrei nemmeno parlarne. Scambiare l’umiltà con l’umiliazione! Lei si sentirebbe di umiliare una persona e poi dire che l’ha migliorata? È una frase molto significativa per la sua mancanza di senso. Umiltà, modestia, buona disposizione verso gli altri, rispetto, ma non l’umiliazione. Questo è un altro piano, ma non so se si può parlare di piano per Valditara. Semmai di sottopiani, di cantine. È una disgrazia, una delle tante disgrazie di questo governo.

Però da queste dichiarazioni sparse emerge un disegno, o almeno un’idea di formazione, non crede?

C’è anche un altro fatto: la politica scolastica non viene decisa dal ministro, ma dal Consiglio dei ministri. Uno può dire che Valditara è un elemento dell’insieme molto scadente, ma le decisioni si prendono in comune quando si riuniscono dei ministri. Solo con le parole non si costruisce niente. Cosa si fa poi in pratica? Io sarei anche disposto ad accettare delle parole stupide o insignificanti, ma solo se ci fosse una miracolosa corrispondenza con fatti positivi. Ma di questi non se ne vede neanche uno.

Quindi qual è l’idea di formazione che ha questo governo?

Io dico sempre questo, non è una ripetizione perché bisogna insistere: dai tempi di Luigi Berlinguer, e con una breve parentesi nel governo precedente, c’è stata una grande sensibilità per il valore del servizio del settore formativo. Anche per ragioni economiche: serve avere delle persone competenti. Pensiamo a tutto il percorso che deve sboccare in una professionalità che produca dei beni. Questo legame formazione-economia non si vede. Ho lavorato anche nell’Olivetti dove si faceva formazione professionale dopo gli studi. All’epoca parlavamo di sistema scolastico fino a che non ci si affacciava nel mondo del lavoro. Questo affaccio deve avvenire con competenze dal punto di vista umano. Poi si sviluppano le competenze lavorative. La condizione economica influisce sulla condizione umana e viceversa, sono collegate. Questi collegamenti ora non li vedo, su questo insisto da quando ho cominciato la carriera universitaria, nel ‘48. Non so se il ministro capirebbe qualcosa di quello che sto dicendo…

Cosa c’è di positivo nel nostro sistema, anche se magari trascurato dagli ultimi governi?

Nonostante tutto ci sono delle ottime scuole nel nostre paese, ma per delle iniziative di base. Sono delle isole, il loro potere non va fuori dall’ambito di questa o quella scuola. Ad esempio abbiamo un sistema integrato nido-scuola dell’infanzia che è, non voglio dire il migliore del mondo, ma di un livello molto alto. Però un livello molto alto che si va abbassando. Se prima questo tratto della formazione era molto importante per le amministrazione locali, ora sono sovraccaricate da molti altri problemi e tendono a non occuparsene. Viene a mancare quell’attenzione sul miglioramento di questo avvio di formazione. Continuano ad esserci buone scuole, ma la tendenza è per ragioni generali all’abbassamento della qualità, all’affidamento a delle cooperative. Io non metterei sullo stesso piano una cooperativa, privata, e un amministrazione comunale che dovrebbe essere l’espressione di una comunità.

Però c’è un punto sui cui le parole del ministro sembrano trovare un eco almeno in parte del pubblico: la scuola non è abbastanza rigorosa o severa, gli studenti sono stroppo indisciplinati e bisognerebbe dare un giro di vite.

La faccenda non è la severità. Il punto è l’offerta educativa che deve essere più appetibile. Nella mia esperienza non ho mai incontrato dei rifiuti perché la mia offerta educativa si basava fondamentalmente sul rispetto di chi era protagonista della formazione: gli studenti. Certamente se la scuola significa solo che c’è un insegnante che fa la lezione da dietro la cattedra io sarei uno dei primi a non seguire. Poi oggi gli studenti devono fare i compiti a casa, ma no! Si deve apprendere a scuola non a casa. A casa, fuori dalla scuola uno deve avere altri interessi, altre attività. È l’appetibilità della scuola che va migliorata! Poi certamente ci saranno sempre degli individui insensibili anche a questi miglioramenti. Ma semmai ci vorrebbe un rigore maggiore nei riguardi di comportamenti pre-deliquenziali. Una cosa è l’indisciplina, la vivacità giovanile, un’altra la contiguità con la vera e propria delinquenza. Ma qui la scuola c’entra solo in parte: c’entra più il diritto penale.

domani.it, 27/11/2022

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