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giovedì, marzo 24, 2022

LA VITA IN COSA NOSTRA. DA PADRE IN FIGLIO UNA DANNAZIONE ETERNA

Giuseppe Guttadauro

di Giovanni Burgio

L’arresto il 13 febbraio 2022 di Giuseppe Guttadauro e suo figlio Mario Carlo ha dato modo di osservare la vita di queste due persone e riflettere su alcune ben precise caratteristiche del mondo di Cosa Nostra.

Innanzitutto la pervicacia dei membri del sodalizio mafioso nel reiterare in tutto il corso della loro vita la condotta illegale. Cioè, un’ostinata determinazione nel continuare a delinquere sempre. E poi, la trasmissione ai discendenti diretti e indiretti della famiglia di sangue del proprio comportamento spietato e criminoso. Un’eredità scellerata da tramandare alle generazioni future.

Un modo di vivere, una concezione, una maniera di pensare, soggettivo e di gruppo, che ripetono all’infinito i principi e i disvalori dell’organizzazione mafiosa.

GIUSEPPE GUTTADAURO

Giuseppe Guttadauro, ex primario dell’ospedale civico di Palermo, viene iniziato alla vita e alle attività mafiose da Filippo Marchese, il sanguinario esponente mafioso di Corso dei mille degli anni ‘80. A poco a poco scala i vertici del mandamento di Brancaccio, fino a prenderne la direzione, che secondo alcuni avviene dopo l’arresto di Giuseppe Graviano.

Ma è l’intero nucleo familiare di Guttadauro che è continuamente coinvolto in indagini antimafia. Dapprima il cognato Vincenzo Greco, poi, anche se prosciolto dalle accuse, il fratello Carlo. E poi ancora la moglie e un figlio. Ma soprattutto il fratello Filippo, cognato del latitante numero uno di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro.

La vita e le gesta di Giuseppe Guttadauro, vecchia figura delle pagine di cronaca nera, sono tutto un susseguirsi di arresti e condanne. Viene arrestato una prima volta nel 1984 per associazione mafiosa e condannato al Maxiprocesso a sei anni e sei mesi di reclusione. Nel 1994 viene di nuovo portato dentro nell’ambito dell’operazione “Golden Market” e condannato a tre anni e sei mesi. Nel novembre 2002 è ancora dietro le sbarre rimanendo coinvolto nell’inchiesta che porta il Presidente della Regione siciliana Salvatore Cuffaro in carcere; questa volta la condanna è di 13 anni e 4 mesi.

Giuseppe Guttadauro

Ritornato libero nel 2012, si allontana da Palermo, un po’ perché indesiderato, un po’ per sfuggire a facili catture. Si trasferisce quindi a Roma, dove però, in base alle indagini che ora l’hanno riportato in carcere, sembra riprendere la sua attività criminosa: traffico di droga, minacce, affari e controllo del territorio nel palermitano.

IL FIGLIO MARIO CARLO

Ebbene, questo prezioso pedigree malavitoso e il perdurante agire mafioso di Giuseppe Guttadauro sembrano essere stati trasmessi al figlio Mario Carlo, arrestato lo stesso giorno del padre, domenica 13 febbraio. Sarebbe successo cioè che tutto il know-how di Cosa Nostra acquisito dal genitore nei decenni precedenti sia stato trasferito al figlio. La sicurezza per le famiglie di Roccella-Corso dei Mille-Brancaccio che la loro tradizione criminale si sarebbe perpetuata nella propria zona d’insediamento.

Nelle intercettazioni di questa ultima inchiesta, infatti, ascoltiamo Giuseppe Guttadauro trasfondere i valori e gli ideali mafiosi al figlio. Profondamente nauseato dal pentimento dei due capi mandamento Francesco Colletti e Filippo Bisconti, il padre confida al figlio “Ti devi evolvere. Non puoi scendere al livello di questi qua, questi nuovi picciutteddi. Così non va bene. Devi metterti ad un livello diverso. Evolverti, ma rimanendo con quella testa legata ai vecchi principi e alla mentalità dei vecchi capi”.

Gli insegnamenti del padre al figlio sono di carattere minimo, elementare, come non farsi vedere con gli altri componenti del clan, non farsi intercettare al telefono, soprattutto assumere negli eventuali controlli di polizia “… calma. Mettiti tranquillo, calmo. Devi dire che sei uno studente e che ti stai laureando in odontoiatria” (nonostante gli avvertimenti, però, Mario Carlo si fa intercettare quando afferma di essere parente del latitante più ricercato d’Italia e il secondo del mondo: Matteo Messina Denaro).

Così, con questi consigli e orientamenti, a poco a poco, il giovane Guttadauro diventa la longa manus del padre, una sorta di suo alter ego che da Roma continua a trafficare e a interessarsi della conduzione della famiglia.

Fa quindi la spola di continuo da Palermo a Roma e tiene i contatti fra il boss in esilio e i membri del sodalizio nel territorio siciliano. Ed è proprio Mario Carlo che inoltra le richieste e trasmette le decisioni. Fra le tante, quella di un imprenditore che chiede di potere lavorare tranquillamente a Brancaccio. Giuseppe Guttadauro prontamente accoglie la pregheria, e tramite il figlio intercede nei confronti di coloro che in quel momento comandano nella zona. L’imprenditore ha ottenuto così il via libera.

Altro episodio imputato al giovane Guttadauro, che deve però essere accertato, è il pestaggio di un commerciante reo di avere diffuso delle voci infamanti su alcuni membri della famiglia.

CONCLUSIONI

Insomma, la vita e la storia dei Guttadauro, padre e figlio, rappresentano benissimo alcune delle fondamenta del fenomeno mafioso: la persistenza nel tempo dell’agire criminale, l’impossibilità per i membri dei clan di uscire dal tunnel infernale, la trasmissione alle nuove generazioni della mentalità e cultura di Cosa Nostra.

Una dannazione perenne da patire e un destino a cui non si può sfuggire per chi si riconosce in questa organizzazione primitiva.

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