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martedì, marzo 29, 2022

ANNIVERSARI. Giuseppe Mazzini il padre scomodo dei diritti di tutti

Giuseppe Mazzini

DI CORRADO AUGIAS

A 150 anni dalla morte è l’eroe risorgimentale meno amato e celebrato. Anche se siamo figli della sua Costituzione

Il centocinquantesimo anniversario della morte di Giuseppe Mazzini (10 marzo 1872) è trascorso con una piccola, distratta serie di celebrazioni. Hanno certamente avuto un peso le preoccupazioni per la guerra in Ucraina e la velenosa coda del Covid; ma ha giocato anche la scarsa simpatia che circonda la sua figura. Uomo pensoso, severo, malinconico, quanto di più lontano dal temperamento che prevale nella penisola. Il conte di Cavour si tende a liquidarlo come genio politico, che non è sempre un complimento. Garibaldi è il favorito: irruento, generoso, un po’ avventuriero e un po’ matto, gran generale, politico mediocre; ha buone carte per piacere agli italiani, infatti piace. Assai meno Mazzini, autore tra l’altro di un saggio sui “doveri” fatto per alienare fin dal titolo moltesimpatie. 

Personalmente, ho sempre avuto l’idea che se Mazzini fosse stato americano, avrebbe nella capitale un mausoleo come quello di Lincoln a Washington compreso l’omaggio di scolaresche sciamanti sulle gradinate. 

Non è così. A Genova ha una tomba bella e solenne nel cimitero monumentale di Staglieno, a Roma un monumento sull’Aventino, ridotto quasi a spartitraffico, sul quale occasionalmente verdeggia una corona. E dire che proprio Roma dovrebbe averne più attenta memoria. La breve, illuminata Repubblica romana del 1849 (Retta dai triumviri Mazzini, Armellini, Saffi) grazie soprattutto a lui ebbe una costituzione tra le più avanzate del mondo. Una carta puramente teorica dato che le truppe mandate da Luigi Napoleone misero fine a cannonate a quell’esperimento. Teorica che sia, la carta è lì, possiamo leggerla, afferma principi che, in quel momento, erano condivisi solo da pochi spiriti illuminati. Consapevole che l’esperienza repubblicana non avrebbe avuto lunga vita, Mazzini volle che restasse scritto a quale alta moralità civile l’effimera esperienza s’era ispirata. La Repubblica romana è il primo Stato europeo a proclamare (articolo 7): «Dalla credenza religiosa non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici »; è la prima a eliminare la pena di morte facendo propri i diritti umani indicati negli articoli 2 — 21 della Dichiarazione Universale. È la carta fondamentale più avanzata d’Europa, dice tra l’altro: «Il regime democratico ha per regola l’eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà né privilegi di nascita o di casta» (Art.2). «I Municipihanno tutti uguali diritti. La loro indipendenza non è limitata che dalle leggi di utilità generale dello Stato» (Art.5). «Il Capo della Chiesa Cattolica avrà dalla Repubblica tutte le guarentigie necessarie per l’esercizio indipendente del potere spirituale» (Art.8). E per quanto riguarda i diritti e doveri dei cittadini stabilisce: «Le pene di morte o di confisca sono proscritte»; «Il domicilio è sacro; non è permesso entrarvi che nei casi e nei modi determinati dalla legge»; «La manifestazione del pensiero è libera… »; «L’insegnamento è libero… »; «Il segreto delle lettere è inviolabile… »; «L’associazione senz’armi e senza scopo di delitto è libera…»; «Nessuno può essere costretto a perdere la proprietà delle cose, se non per causa pubblica, previa giusta indennità », eccetera. Mai nessuno aveva sancito diritti individuali cosìavanzati, tanto meno in questa penisola. Infatti, bisognerà arrivare al primo gennaio 1948 perché quel livello venga nuovamente raggiunto grazie alla Costituzione della Repubblica — Italiana, questa volta. Una Carta nella quale saranno riversati, tra l’altro, alcuni dei principi fondamentali che i triumviri avevano concepito un secolo prima. 

Non possiamo dire che Mazzini fosse un socialista perché non lo era, la difesa della proprietà privata rimase una costante nel suo pensiero. Ugualmente costante il suo rifiuto della “lotta di classe”. Un contrasto al quale si dovette la rottura con la Prima Internazionale dove invece questo principio veniva convintamente difeso, da Marx e Bakunin, soprattutto. Nel celebre saggio I doveri dell’uomo (1860) Mazzini delinea con rigore quasi messianico quale equilibrio debba governare l’azione dei cittadini e quali doveri debbano accompagnare, quasi afare da contrappeso, i suoi diritti. Rifiuta, dicevo, l’idea di “lotta di classe” ma nello stesso tempo rifiuta anche il liberalismo di stampo ottocentesco, quello del laissez faire, laissez passer spinto fino al crudele dominio delle logiche mercantili sulle esistenze dei lavoratori. Pur non essendo socialista scrive parole che anticipano i principi socialdemocratici del XX secolo: «La libertà di concorrere per chi nulla possiede, per chi mancando di educazione, di mezzi e di tempo non può esercitare i diritti è una menzogna». Mazzini intuisce che chi nulla ha nulla può mentre l’economia capitalista ha la possibilità di estendere a masse crescenti benessere e diritti. La sua visione stabilisce un legame tra il miglior liberalismo e il socialismo riformatore anticipando, per alcuni aspetti il pensiero di Piero Gobetti. Anche Mazzini adombra un liberalismo democratico di tipo novecentesco che del resto un convinto mazziniano come Ugo La Malfa (1903-1979) cercherà di attuare facendosi sostenitore di una programmazione economica quasi d’impronta socialista. 

Forti erano certe sue convinzioni. Prima tra tutte il culto della libertà, da cui un’avversione netta per qualsiasi autoritarismo a cominciare da quello monarchico. C’era l’Europa nel suo pensiero e c’erano i giovani, coltivava l’idea che la vera, grande politica non possa andare separata da un’azione, in senso laico, redentrice, infatti immaginava la politica come educazione dei singoli e delle masse. 

Si può capire che con tali ideali, il suo ricordo risulti poco adatto a tempi come questi. 

La Repubblica, 29/3/2022

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