CFC - CENTRO FISIOTERAPICO DEL CORLEONESE

sabato, novembre 06, 2021

In ricordo di un ragazzo come tanti, la storia del prozio Adriano, morto a vent’anni sul Carso...

Il sottotenente Adriano Canzoneri 
(archivio famiglia Crescimanni)


di TOMMASO BEDINI CRESCIMANNI

In questi giorni di commemorazione per i caduti della Grande Guerra 1915 – 1918, ricordiamo la storia di un ragazzo di Corleone che morì per i suoi ideali. Il 10 novembre ricorre l’anniversario della morte del sottotenente Adriano Canzoneri.

Il prozio Andriano Canzoneri era un ragazzo di buona famiglia che, come tanti a quell’epoca, aveva scelto di arruolarsi nell’esercito per combattere gli austriaci, gli ideali che lo guidavano erano quelli di tutti i ragazzi dell’epoca: difendere la patria, onorare la propria famiglia e portare lustro alla sua città natale, Corleone.


(Foto del Sacrario di Redipuglia - di Andrea Oddo)


Adriano nacque nella cittadina siciliana il 17 gennaio 1895, il padre era Giovanni Battista Canzoneri Ansalone, dei baroni di Villanova, la madre era la palermitana donna Ninfa Benanti.

Sulle spalle, Adriano, aveva l’eredità di una grande famiglia della Sicilia Centro-Occidentale che, nonostante la posizione sociale, era sempre stata molto attenta ai bisogni della collettività. Forse perché il lignaggio dei Canzoneri non era così antico come quello di altre famiglie dell’aristocrazia isolana, forse perché c’era una differenza caratteriale o di vedute con il resto dell’élite di allora o forse un misto delle due cose.

Sta di fatto che le fortune di casa Canzoneri iniziarono con Antonino “solo” nei primi anni del 1700.

Antonino era un architetto e capomastro di Corleone che si occupò, fra le altre cose, dei lavori per la realizzazione della cupola dell’antica Matrice di Corleone. Diventato molto facoltoso, approfittando di una diatriba tra i cavalieri di Malta della commenda di Marsala e il senato della città di Corleone, acquistò il feudo di San Giovanni, ribattezzato poi “Villanova”, e da capomastro diventò il primo barone della famiglia.

Ebbe diversi figli, tra i quali Giovanni Battista che ereditò il titolo dal padre, Giuseppe che studiò legge a Palermo e diventò giudice, Leoluca che studiò al seminario arcivescovile di Monreale e diventò canonico della Matrice di Corleone e Benedetto che ricoprì la massima carica ecclesiastica della cittadina, quella di decano arciprete.

Con accorte politiche matrimoniali e investimenti oculati, i Canzoneri divennero in poco tempo una delle famiglie più importanti e facoltose del circondario.

Il giudice Giuseppe fu pretore di Corleone nel corso del 1800 (la massima carica civica a quel tempo, simile a quella dell’odierno sindaco ma con poteri più ampi), il nipote di lui, Carmelo Giovanni Battista, quarto barone di Villanova e nonno di Adriano, era stato tra i fondatori della Cassa Municipale, la banca di Corleone, della quale fu tesoriere e consigliere d’amministrazione fino alla morte. Don Carmelo, nonno “Nuzzo” per noi nipoti e bisnipoti, aveva sposato Maria Ansalone, nonna “Marietta”, nel 1869. Maria era vedova di Adriano Li Cursi, un grosso possidente del palermitano, dal quale ebbe un figlio, anch’egli chiamato Adriano, morto giovane.

Fu un matrimonio di interesse quello tra nonno Nuzzo e nonna Marietta, che doveva unire un’antica famiglia a una un po’ più moderna ma sulla cresta dell’onda. I due, fortunatamente, si volevano anche molto bene e il loro fu un matrimonio felice, una rarità per l’epoca.

Maria era una donna molto intelligente, colta e raffinata, apparteneva a una delle famiglie più illustri del Mezzogiorno che aveva fondato Roccapalumba nel lontano 1600 col placet di re Filippo IV di Spagna che gli concesse anche il titolo principesco. In casa Canzoneri portò in dote, fra le altre cose, il feudo di Chiosi che comprendeva tutta l’odierna contrada Chiosi eccezion fatta per la tenuta dei marchesi Sarzana tra Chiosi e Belvedere, e quella del cavaliere Provenzano sotto Montagna Vecchia. Il padre di nonna Marietta era don Giuseppe Ansalone, professore di Medicina a Palermo e pretore illuminato di Corleone, a lui, infatti, si deve l’istituzione della Biblioteca Civica intitolata a Francesco Bentivegna ma, soprattutto, la realizzazione della linea ferroviaria a scartamento ridotto Palermo-Corleone-San Carlo rimasta in funzione dal 1874 al 1959.

Uno dei figli di nonno Nuzzo, Giovanni Battista, zio “Titta”, sposatosi con la palermitana Ninfa Benanti, decise di chiamare il suo primogenito col nome del figlio perduto da sua madre Maria: Adriano appunto.

Zio Titta fu un visionario, come e più dei suoi fratelli. Fu uno degli amici più intimi di Bernardino Verro tanto da scriverne l’elogio funebre, oltre a un articolo molto aperto sulla morte di Verro sul periodico palermitano La Chiarezza, settimanale di vita sociale del 21 aprile 1947. Titta fu uno dei più strenui difensori dei braccianti corleonesi, fu uno dei promotori dei movimenti contadini e della cooperativa di consumo di Corleone fondata dal sindaco socialista. Giovanni Battista Canzoneri fu un vero e proprio barone rosso.

Nell’ultima lettera che zio Titta indirizzò a suo fratello Guido prima di morire, che porta la data del 5 novembre 1952, parla della sua intenzione di fondare una cooperativa composta dai figli e dai nipoti per gestire in modo innovativo il grande ex feudo di Chiosi, così da evitarne lo smembramento e i dissidi tra familiari. L’ultima visione di zio Titta morì con lui: dopo la sua scomparsa avvenuta il 10 novembre 1952, infatti, il fondo venne frazionato e molti lotti furono venduti.

Nel 1933 era morta sua sorella, Giovanna Giulia Canzoneri Ansalone, nonna Giovannina, anche lei un fulgido esempio di quella mente aperta dei Canzoneri di Corleone che fu la caratteristica principale di questa famiglia. Lei, donna, figlia femmina, nata nel 1875 era stata mandata a studiare a Palermo (niente di meno), al Collegio di Maria. Lì coltivò la sua passione per la letteratura e per il francese, lì iniziò a scrivere poesie d’amore sui suoi quadernetti di ragazza ancora gelosamente conservati in casa; aveva sposato don Giovanni Crescimanni, suo cugino, col quale aveva avuto nove figli, uno dei quali chiamato Adriano. Anche quello un matrimonio di interesse, anche lui apparteneva a una famiglia antica, anche lui era nipote di un pretore di Corleone, il barone don Bernardo che accolse Garibaldi a Corleone e che, quando si vedevano già in lontananza le colonne dei garibaldini, salì sulla torre del Palazzo di Città a suonare le campane in segno di benvenuto. Due anni più tardi, nel 1862, fu scelto per far parte della delegazione degli illustri siciliani che accolsero ancora una volta Garibaldi a Palermo, prima dell’impresa dell’Aspromonte, questo gli valse la nomina a cavaliere dell’ordine della corona d’Italia da parte di Vittorio Emanuele II. Ma anche questo, per fortuna, si era rivelato un matrimonio d’amore

Questo fu l’ambiente in cui crebbe il giovane Adriano, non un polveroso salotto della vecchia e logora aristocrazia gattopardesca, ma un ambiente vitale, innovativo, aperto e attento alle istanze di quel tessuto sociale che stava inesorabilmente cambiando e con uno strato sociale, i braccianti, che rivendicava il proprio ruolo e rifiutava l’anonimato al quale era stato relegato dalla storia (e da alcuni “signori”).

Adriano si arruolò in una brigata di nuova formazione, la “Sassari” che poi diventò leggendaria nel corso della Grande Guerra, composta prevalentemente da giovani sardi e per il resto da ragazzi del Meridione d’Italia e per questo caratterizzata da un forte spirito di gruppo, un senso di condivisione di un destino che dal 1860 aveva visto il Sud penalizzato dalla nuova unione, una promessa mai mantenuta.

Il sottotenente Adriano era un giovane del Sud come tanti, un ufficiale, con gli stessi ideali, al servizio della sua comunità, che fosse Corleone o il 151^ Fanteria. Il 10 novembre 1915, appena arrivati sul Carso, non importava più che si fosse a quasi duemila chilometri da Corleone, o da Cagliari, o da Napoli, o da Crotone, quella era casa, quella era l’Italia, un’Italia ancora da costruire. Di fronte l’esercito austroungarico, i colpi dell’artiglieria, poi l’assalto dei ragazzi del 151^.

Il prozio Adriano morì a 20 anni quel giorno, a quasi duemila chilometri da casa, come tanti altri ragazzi come lui, dando l’assalto alla Trincea delle Frasche, il “trincerone della morte” come lo ribattezzò il generale Armando Diaz giunto sul luogo.

Nel bollettino ufficiale del Ministero della Guerra del 1921 si legge: "Nell'assalto contro una forte posizione avversaria, conduceva il proprio plotone con esemplare slancio e coraggio, animando con la voce i propri dipendenti. Caduti gli altri ufficiali della compagnia, assumeva il comando dell'intero reparto, combattendo estremamente, finché cadeva colpito a morte."

Al sacrario di Redipuglia c’è una stele dedicata a lui: “S. Tenente Canzoneri Adriano, 151^ Fanteria, M. Argento”. La sua azione eroica gli valse una medaglia d’argento al valor militare.

Anche la sua Corleone volle ricordarlo intitolandogli una via, la sua Corleone che oggi sembra averlo dimenticato, lui come altri corleonesi coraggiosi a cui si sostituisce il Milite Ignoto, forse solo perché, a essere ignoti sono i ragazzi corleonesi del 151^.

Tommaso Bedini Crescimanni

Lucca, 6 novembre 2021

1 commento:

Anonimo ha detto...

É un racconto che fa storia, da cui sarebbe bello poterci ricavare un films o un racconto televisivo, per insegnare a noi i valori della vita. Grazie per questo scritto in ricordo di ragazzo che divenne uomo sui campi di battaglia.