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domenica 29 agosto 2021

TRENT’ANNI DOPO L’OMICIDIO. La lezione di Libero Grassi

Libero Grassi

GIANNI RIOTTA

“Una pallottola per un businessman" titolava il 3 novembre del 1991 Bloomberg, il network finanziario globale. Pochi giorni prima, il 12 ottobre, Alan Cowell scriveva sul New York Times: 

"Da quando i gangster hanno ucciso un imprenditore siciliano, perché si era rifiutato di pagare il pizzo alla mafia, l’Italia intera vive una straordinaria ondata di mobilitazione contro la criminalità organizzata e la sua rete di estorsioni, narcotraffico e riciclaggio del danaro sporco, che si estende ormai ben oltre il Sud povero". 

È difficile, trenta anni dopo il martirio di Libero Grassi, industriale e attivista siciliano caduto per mano delle cosche nella sua città adottiva, Palermo, ricordare quanto la notizia, allora, impressionasse l’opinione pubblica internazionale. Grassi univa, nella sua personalità, il meglio della tradizione italiana, di prima e dopo la guerra, della I e II Repubblica. Battezzato Libero in memoria di Giacomo Matteotti, parlamentare ucciso dai fascisti nel 1924, anno della sua nascita, era stato vicino al Partito d’Azione, poi aveva militato con il Partito Radicale di Marco Pannella e quindi con i repubblicani di Ugo La Malfa nelle amministrazioni locali, contrastando le manovre dei racket in politica. Quando i partiti storici tramontano, Grassi, come tanti in quella stagione di ideali generosi e sconfitte tragiche, partecipa ai movimenti antimafia con la "Lettera al Caro Estortore", pubblicata sul Giornale di Sicilia il 10 gennaio del 1991. Documento che, con la sua lucida prosa, sigilla, sette mesi dopo, la condanna a morte dell’imprenditore. Scrive Grassi: "Caro estortore, volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere…Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al "Geometra Anzalone" e diremo no a tutti quelli come lui". I boss intuiscono che, ove il messaggio di Grassi si fosse diffuso nel fragile, corrotto, gonfio di sussidi pubblici obsoleti e spesso innervato di criminalità, sistema produttivo del Sud, per loro la fine sarebbe stata prossima. Al tempo stesso, la Sicilia che aveva deciso di vivere finalmente libera nell’era globale, comprende che rompere la complicità è la sola rotta possibile. 

Condannati i killer, entrato Grassi nel Pantheon degli eroi siciliani, con Giovanni Falcone caduto un anno dopo, oggi ne onoriamo la memoria, ma il solo modo non retorico di farlo è esaminare il presente con il pragmatismo di "Libero", la schietta capacità di distinguere fatti da chiacchiere "da caffè", come si ama dire a Palermo. A che punto è la rinascita della Sicilia? È più o meno libera l’economia del 2021? Le start up possono vivere a Napoli, Palermo, Reggio Calabria? Gli investimenti internazionali son pronti a tornare al Sud dopo mezzo secolo? E i grandi brand, vedi il laboratorio partenopeo di Apple, a che condizioni creeranno lavoro, dopo le ambiguità del caso Montante? 

Il tema, cruciale, è oggetto di un’intervista di Salvo Palazzolo a Salvatore De Luca, Procuratore aggiunto alla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, che osserva preoccupato: "Purtroppo, un consistente numero di commercianti e imprenditori continua ad essere assoggettato a Cosa Nostra". Grandi passi avanti, nella coscienza civile, anche grazie agli insegnanti che hanno bene educato, nelle scuole, una nuova generazione, ma ancora ombre e ricatti nell’economia. Questo è, e resterà, campo di battaglia strategico tra legalità e criminalità. 

Finché economia ed industria del Sud non saranno aperte, innovative, capaci di competere e trattenere a casa i migliori talenti di ragazze e ragazzi senza forzarli all’emigrazione, finché i saperi del secolo, digitale, reti, dati, servizi, sostenibilità, tecnologia, non saranno radicati in ogni metropoli, la mano parassita del crimine lucrerà nel sottosviluppo stagnante e forze dell’ordine, magistrati, giornalisti, leader civili non basteranno. Questa è la lezione viva di Libero Grassi, monito futuro alle cosche, sprone a tutti gli animi, come lui, Liberi. 

La Repubblica, 29/8/2021

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