sabato, settembre 29, 2018

Maria Stelladoro. Vita di santa Marina, la monaca vestita da uomo

di Marina Monego
Conoscevo qualcosa della vita di santa Marina, sapevo che c’erano in realtà più sante con questo nome, ma non mi ero mai imbattuta in un saggio così dettagliato e preciso su questa figura, appartenente soprattutto alla Chiesa Orientale.
Esistono due modelli agiografici di riferimento per santa Marina: quello della monaca travestita da uomo e quello della martire. Il primo è certamente il più intrigante e presenta diverse versioni, tra le quali due risultano maggiormente accreditate: Marina del Libano in Asia Occidentale, vissuta nei secc. V-VI e Marina di Bitinia, in Asia Minore. La sua vicenda , merita di essere rapidamente riassunta. Marina di Bitinia rimase presto orfana di madre e seguì in monastero il padre Eugenio, uomo di santa vita, che da tempo meditava di ritirarsi in penitenza, ma non aveva il coraggio di dirlo alla figlia. Quando glielo rivelò, Marina pianse e si disperò, offrendosi anche di seguirlo nel monastero, ma il padre non volle, la affidò a un parente intimo e si ritirò nel monastero di Canobin sul monte Libano.

Eugenio continuò tuttavia a preoccuparsi per la figlia, tanto che l’abate se ne accorse ed allora Eugenio, in lacrime, gli rivelò di aver lasciato al paese natale un figlio, estremamente virtuoso, che aveva espresso il desiderio di diventare monaco pur di seguirlo. L’abate allora gli diede il permesso di far entrare il figliolo nel monastero. Eugenio ritornò al paese da Marina che, dichiarata la sua convinzione di volerlo seguire in convento, si lasciò tagliare i capelli e travestire da monaco, cambiò il suo nome in Marino e seguì il padre a Canobin. Aveva quattordici anni e nessuno si accorse che era una ragazza. Passarono così tre anni, poi il padre morì e raccomandò a Marina/o di custodire bene il suo segreto.
Marina crebbe e si dimostrò un modello di virtù, finché non accadde un fatto assai grave.
Mensilmente i confratelli, a turno, si recavano al mercato di un paese vicino al mare per i rifornimenti. Lungo la via pernottavano sempre presso lo stesso albergatore, Pandasio, che aveva una figlia che era rimasta incinta di un soldato.
Quando i genitori la scoprirono, ella accusò il monaco Marino, che rinunciò a difendersi e si dichiarò pronto a espiare la sua colpa. L’abate lo scacciò e Marino andò a rifugiarsi in una grotta vicino al convento dove visse di stenti, dormendo per terra ed elemosinando il cibo ai viandanti.
Dopo un anno il bambino, che pare si chiamasse Fortunato, fu gettato ai piedi di Marino, che lo allevò come suo figlio. Passati cinque anni, i confratelli di Marino, impietositi e commossi, implorarono l’abate di riammettere Marino alla vita comunitaria.
L’abate acconsentì, ma a Marino furono affidati sempre lavori umili e faticosi, che prostrarono ancora di più il suo fisico già provato dagli anni di penitenza. In breve Marino morì con accanto il piccolo Fortunato, cui fu assicurato che non sarebbe stato cacciato dal convento. L’abate ordinò che fosse sepolto in un luogo lontano dal monastero ma, quando i confratelli lo prepararono per la sepoltura, si accorsero con stupore della sua natura femminile.
La notizia si diffuse e la sua accusatrice, pentita, confessò il suo peccato. Giunta al convento e inginocchiatasi davanti al corpo di Marino, ne chiese il perdono ed accadde il primo miracolo: la calunniatrice fu liberata dal demonio che per anni l’aveva tormentata. Marina morì il 12 febbraio 740 e ben presto la sua tomba divenne luogo di prodigi e guarigioni e fu venerata in tutto l’Oriente. In seguito il suo culto si diffuse anche in Occidente. Le sue reliquie rimasero a lungo a Canobin, poi a causa delle incursioni arabe furono trasportate prima in Romania, poi a Costantinopoli e poi, il 17 luglio 1228 il corpo fu traslato a Venezia tramite Giovanni da Bora, un mercante che lo nascose in una cassa coperta di spezie.
Ancor oggi si ritiene che il corpo di santa Marina si trovi a Venezia nella chiesa di Santa Maria Formosa ed è la santa patrona minore di Venezia.
Questa la vicenda avventurosa della prima santa Marina, esiste poi Marina-Margherita di Antiochia, martire, ed esistono numerosi esempi di monache/ martiri travestiti nelle agiografie.
Le ricerche della Stelladoro sono estremamente precise e quasi metà libro è occupato da note, bibliografia e indici.
Il motivo ricorrente è che, per raggiungere la santità, queste donne devono travestirsi da uomo, quindi rompere con la loro dimensione femminile, con la loro vera natura: “solo il cenobio maschile è vero in quanto l’ascesi è unicamente prerogativa maschile tanto più ora che il monachesimo è pure diventato una struttura sociale, cioè un luogo di potere, e quindi di esclusivo dominio maschile”.
Viene da domandarsi allora quale ruolo abbiano avuto le donne nel monachesimo antico, in fondo si sentono sempre nominare i Padri della Chiesa, di Madri si parla molto meno. Diciamo che per essere fedeli alla loro vocazione queste donne si sono adeguate a un precetto del vangelo apocrifo di Tommaso:
“Se una donna vuole servire Cristo e tralasciare il mondo materiale, dovrà smettere di essere donna. Allora sarà considerata come un uomo”.
Vi era all’epoca una radicata misoginia e la convinzione che la donna fosse inferiore all’uomo per cui si temeva anche che queste donne assumessero troppa autonomia o potere. Gli stessi monasteri femminili – consentiti – avevano sempre una guida spirituale maschile e gli asceti dovevano dirimere i frequenti contrasti nei monasteri femminili, poiché si riteneva che le donne non fossero capaci di autogovernarsi.
Cambiare abito, assumere la veste monastica implicava cambiare sesso e la studiosa porta numerosi esempi confrontandoli tra loro.
In chiusura alcune pagine sono dedicate alla storia, ormai più tarda, della papessa Giovanna e alle Mille e una notte.
In conclusione, le agiografie sono suggestive e spesso avventurose, possono venire lette per tanti scopi: edificante, per meditazione, per conoscere una parte di storia della Chiesa e del monachesimo, costituiscono testimonianze antropologiche importanti, segnano spesso la grande distanza che ci separa da certi comportamenti e hanno una loro struttura letteraria davvero interessante, con motivi ricorrenti variamente elaborati, che ci illuminano sul pensiero e sul mondo simbolico del loro tempo. Maria Stelladoro ha compiuto un lavoro davvero preciso e documentatissimo, partendo da santa Marina (dalle varie sante con questo nome) è giunta al confronto con altre sante analoghe dai nomi diversi e a una serie di conclusioni che allargano molto il campo delle sue riflessioni.
Pubblicato il: 28 settembre 2018
www.lankenauta.it

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