mercoledì, febbraio 28, 2024

𝗠𝗮𝗻𝗴𝗮𝗻𝗲𝗹𝗹𝗶 𝘀𝘂𝗴𝗹𝗶 𝘀𝘁𝘂𝗱𝗲𝗻𝘁𝗶, 𝗚𝘂𝘀𝘁𝗮𝘃𝗼 𝗭𝗮𝗴𝗿𝗲𝗯𝗲𝗹𝘀𝗸𝘆: “𝗖𝗼𝘀𝗶̀ 𝗶𝗻𝗶𝘇𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗶 𝗿𝗲𝗴𝗶𝗺𝗶. 𝗖𝗼𝗻 𝗶𝗹 𝗽𝗿𝗲𝗺𝗶𝗲𝗿𝗮𝘁𝗼 𝘀𝗮𝗿𝗮̀ 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗲𝗴𝗴𝗶𝗼”


Il costituzionalista: “La Carta tutela il diritto a manifestare senza autorizzazioni, ma il governo la ignora. Ci si mobiliti contro involuzioni autoritarie. La repressione (per ora) è tiepida. Nella loro democrazia del vincitore lo strumento è il manganello”

Serenella Mattera

«Questo proliferare di cariche e manganelli, questo clima di repressione per ora tiepida, diffondono un senso di insicurezza. Alle mie figlie e nipoti, se avessero l’età di quei ragazzi di Pisa, sentirei la responsabilità di dire di pensarci due volte prima di scendere in strada. Ma così si comprime un diritto, si diffonde una cattiva aria. Il diritto a manifestare è il primo ad essere colpito nei regimi autoritari. In Russia, in Afghanistan, in Iran, in certi regimi islamici, nei Paesi golpisti del Sud America, la prima repressione si fa nelle strade». Il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Consulta, è molto colpito dalle scene di violenza sugli studenti toscani.

«ð‚𝐨𝐧 𝐢 𝐫𝐚𝐠𝐚𝐳𝐳𝐢 𝐢 𝐦𝐚𝐧𝐠𝐚𝐧𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐞𝐬𝐩𝐫𝐢𝐦𝐨𝐧𝐨 𝐮𝐧 𝐟𝐚𝐥𝐥𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨», 𝐡𝐚 𝐝𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐑𝐞𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐚 𝐒𝐞𝐫𝐠𝐢𝐨 𝐌𝐚𝐭𝐭𝐚𝐫𝐞𝐥𝐥𝐚.

«Un intervento non consueto. Non ricordo un precedente tanto netto, un tanto chiaro richiamo ai principi della convivenza civile e ai principi costituzionali. Non è un caso di moral suasion, è una presa di posizione ufficiale che, per quel che vale, ha la mia condivisione totale. Mi ha inquietato che abbia dovuto intervenire il presidente della Repubblica».

𝐒𝐢 𝐫𝐢𝐟𝐞𝐫𝐢𝐬𝐜𝐞 𝐚𝐥 𝐬𝐢𝐥𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐂𝐨𝐧𝐬𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐌𝐞𝐥𝐨𝐧𝐢?

«Mi sarei aspettato che le prime reazioni indirizzate a ricordare i limiti e la funzione della polizia, venissero dal governo, responsabile della corretta gestione dell’ordine pubblico. Dalla presidente del Consiglio e dai due ministri più strettamente coinvolti, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi».

𝐏𝐢𝐚𝐧𝐭𝐞𝐝𝐨𝐬𝐢, 𝐧𝐞𝐥𝐥’𝐨𝐜𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐢𝐜𝐥𝐨𝐧𝐞, 𝐫𝐢𝐯𝐞𝐧𝐝𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐢 𝐝𝐨𝐯𝐞𝐫 𝐦𝐚𝐧𝐭𝐞𝐧𝐞𝐫𝐞 𝐥’𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐞 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨, 𝐬𝐮𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚.

«Competenza e responsabilità. Ma quale ordine pubblico? Una cosa è l’ordine pubblico dei regimi autoritari, che è l’ordine nelle strade. Altra cosa è l’ordine pubblico nella Costituzione, che non è repressione ma garanzia dell’ordinato sviluppo delle libertà costituzionali. Brutto segno che abbia dovuto ricordarglielo il presidente della Repubblica. Mi pare che vari ministri non conoscano la Costituzione e neanche certi prefetti e questori, e spesso neanche i giornalisti che parlano di manifestazioni non autorizzate».

𝐒𝐭𝐚 𝐬𝐨𝐬𝐭𝐞𝐧𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐚𝐥𝐞𝐫𝐞 𝐞̀ 𝐥𝐚 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐬𝐜𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐧 𝐩𝐢𝐚𝐳𝐳𝐚?

«L’articolo 17 della Costituzione dice che tutti i cittadini hanno il diritto di riunirsi, a condizione che la riunione sia pacifica e senz’armi. È sotto il fascismo che occorreva l’autorizzazione dell’autorità pubblica: l’esercizio dei diritti allora era subordinato al beneplacito del governo. La nostra Costituzione non prevede alcuna autorizzazione: delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato semplicemente un preavviso alle autorità. Il preavviso non è la richiesta di un’autorizzazione. Il principio è il diritto, l’eccezione è il divieto che può essere disposto eccezionalmente solo con provvedimento motivato in relazione a “comprovati” motivi di sicurezza o incolumità pubblica».

𝐈𝐥 𝐦𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐈𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐟𝐚 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐳𝐢𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐞𝐯𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐠𝐠𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐢𝐧𝐚𝐠𝐨𝐠𝐚 𝐚 𝐏𝐢𝐬𝐚 𝐞 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐨𝐥𝐚𝐭𝐨 𝐔𝐬𝐚 𝐚 𝐅𝐢𝐫𝐞𝐧𝐳𝐞, 𝐥𝐮𝐨𝐠𝐡𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢. 𝐍𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐚𝐫𝐠𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐯𝐚𝐥𝐢𝐝𝐨?

«Luogo sensibile può essere qualsiasi cosa, una strada, un cimitero, un’ambasciata, una sede di partito o di sindacato. Ci sono naturalmente luoghi in certe circostanze storiche più esposti alla violenza, come lo sono in questo momento quelli evocativi del conflitto in Medio Oriente. Ma in questi casi si giustifica non il divieto della manifestazione, bensì la disciplina, anche rigorosa, delle modalità di svolgimento: gli organizzatori devono dare un preavviso, che serve all’autorità per predisporre le misure necessarie all’esercizio pacifico del diritto a manifestare. Solo quando ciò non è possibile si può disporre il divieto».

𝐄 𝐬𝐞 𝐠𝐥𝐢 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐝𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐢𝐥 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐚𝐯𝐯𝐢𝐬𝐨?

«La violazione dell’obbligo di preavviso comporta sanzioni soltanto a carico dei promotori e non anche di chi partecipi pacificamente alla manifestazione. Tale partecipazione — cito una sentenza della Corte costituzionale, la n. 90 del 1970 — “si risolve nel concreto esercizio di un diritto costituzionalmente protetto”. E invece non solo questi ragazzi hanno incontrato un abuso del diritto da parte dello Stato, ma sono incorsi direttamente nella sanzione di una manganellata. È stato un episodio poliziesco. L’autorità di pubblica sicurezza non è lì per reprimere ma per garantire l’esercizio di quello che è un diritto, fino a quando in concreto, non ipoteticamente, non trasbordi in violenza».

𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐢 𝐬𝐩𝐢𝐞𝐠𝐚 𝐝𝐮𝐧𝐪𝐮𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐦𝐚𝐧𝐠𝐚𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚𝐭𝐞 𝐚𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐭𝐮𝐝𝐞𝐧𝐭𝐢?

«Non ne capisco la ragione, se non in termini di intimidazione. Finora per nostra fortuna non c’è stato alcun episodio che abbia provocato ferite gravi o addirittura mortali. Ma questa violenza per ora tiepida, ma che può surriscaldarsi, diffonde un senso di inquietudine e insicurezza. Non voglio fare fastidiose citazioni. Ma un grande saggio del passato ha detto che la libertà consiste precisamente nella sicurezza dei propri diritti».

𝐋𝐚 𝐬𝐢𝐜𝐮𝐫𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐢 𝐞̀ 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢? 𝐂𝐨𝐧 𝐥𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐳𝐢𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞 𝐢 𝐝𝐨𝐜𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐚𝐥 𝐥𝐨𝐠𝐠𝐢𝐨𝐧𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐟𝐚𝐬𝐜𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐒𝐜𝐚𝐥𝐚 𝐨 𝐚 𝐜𝐡𝐢 𝐝𝐞𝐩𝐨𝐧𝐞 𝐟𝐢𝐨𝐫𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐍𝐚𝐯𝐚𝐥𝐧𝐲.

«In sé per sé, l’identificazione può essere un’utile misura di prevenzione e repressione dei reati. Ma diventa un problema quando è ‘mirata’ e suscita il sospetto che serva ad altri fini».

𝐏𝐢𝐚𝐧𝐭𝐞𝐝𝐨𝐬𝐢 𝐨𝐛𝐢𝐞𝐭𝐭𝐚: 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐨 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨.

«Sembra che dica ‘che male c’è?’ Ma, l’identificazione non finisce mica lì. Chi viene identificato è schedato, incasellato in un rapporto di polizia. E la schedatura, che si può fare intercettando le telefonate o controllando gli spostamenti e la partecipazione a manifestazioni pubbliche, accresce, insieme alle manganellate, il clima di apatia che sempre piace a tutti i regimi illiberali».

𝐈𝐧𝐬𝐨𝐦𝐦𝐚, 𝐥𝐞 𝐫𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐞 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐨𝐧𝐨 𝐚 𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐥𝐢𝐦𝐢𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐝𝐢𝐬𝐬𝐞𝐧𝐬𝐨?

«Rendono difficile ciò che la Costituzione vorrebbe fosse facile. E in questo senso si può parlare di limitazione».

𝐒𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐬𝐮 𝐮𝐧 𝐜𝐫𝐢𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨𝐬𝐨?

«La domanda che è lecito porsi è: quel che accade è un rigurgito di cose del passato o il preludio a qualcosa del futuro? Nessuno di noi è profeta, ma ciascuno di noi ha la sua parte di responsabilità nei confronti del futuro. Se questi episodi si ripeteranno e se si è in quella parte del popolo italiano, io penso maggioritaria, che vuole evitare di imboccare la strada di involuzioni autoritarie, è buona cosa che ci si mobiliti. Manifestare per poter manifestare. Mi pare che qualcosa stia già accadendo».

𝐒𝐚𝐥𝐯𝐢𝐧𝐢 𝐥𝐞 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐨𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞: “𝐍𝐨𝐢 𝐬𝐭𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐢 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐳𝐢𝐨𝐭𝐭𝐢”.

«Ãˆ inquietante il ‘sempre e comunque’ che accompagna queste professioni di fede. Tutti siamo con la polizia quando difende i diritti costituzionali ma, nello stato democratico, esiste la necessità di controllare chi esercita poteri di qualunque tipo essi siano. ‘Sempre e comunque’ ciecamente con qualcuno, mai».

𝐄̀ 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐯𝐢𝐧𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐚 𝐫𝐢𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐫𝐞𝐦𝐢𝐞𝐫𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐌𝐞𝐥𝐨𝐧𝐢 𝐯𝐨𝐠𝐥𝐢𝐚 𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐫𝐜𝐢 𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨 𝐢𝐥 𝐦𝐨𝐝𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐎𝐫𝐛𝐚́𝐧?

«Quella riforma costituzionalizzerebbe un’idea di democrazia del vincitore e del vinto. Il vincitore si può facilmente considerare abilitato a usare tutti gli strumenti della vittoria. Quale più classico del manganello?».

La Repubblica del 26 FEBBRAIO 2024 

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