di MARCO OMIZZOLO
Gill Singh è un bracciante indiano. È alto, magro ma robusto. È uno dei molti braccianti che, piena pandemia, sono stati massacrati di sfruttamento e ringraziati per il loro “sacrificio”. Ha lavorato con un regolare contratto e un permesso di soggiorno, in cambio di 500 o 600 euro al mese per obbedire ai padroni
«Mi chiamo Gill Singh, sono nato in India e abito a borgo Hermada, vicino Terracina, da almeno cinque anni». È un bracciante indiano. È alto, magro ma robusto. È uno dei molti braccianti che, piena pandemia, sono stati massacrati di sfruttamento e ringraziati per il loro “sacrificio”. Ha lavorato con un regolare contratto di lavoro e un regolare permesso di soggiorno. 500 o 600 euro al mese per obbedire ai ritmi, ordini e interessi dei padroni. Padroni che piangono lacrime amare per il dominio della grande distribuzione che strozza i prezzi dei loro prodotti agricoli coltivati col sudore e il sangue dei braccianti sfruttati. Quegli stessi che non osano però denunciare la Gdo, mafiosi e criminali vari, e che assoldano i caporali per reclutare uomini e donne, anche italiani, da impiegare alle condizioni lavorative e retributive a loro più convenienti. Salvo poi affermare che tutta la responsabilità, pure presente, è della Gdo.