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lunedì, giugno 20, 2022

Il Messico siciliano e la sinistra che nulla impara dalle sue disfatte

Claudio Fava, Anthony Barbagallo e Nuccio Di Paola 

di Carmelo Lopapa

Ci sono sconfitte che possono insegnare tanto. Vere e proprie disfatte che non insegnano nulla. Quella che ha vissuto e subito l’alleanza Pd-M5S-sinistra al suo esordio elettorale in Sicilia, nelle amministrative di domenica scorsa, sembra appartenere a questa seconda categoria.

In sette giorni di analisi post voto non si è ascoltato un briciolo di interpretazione autentica e critica di quanto avvenuto. Nessuno si è fatto carico della riduzione in briciole del centrosinistra sullo Stretto o del perché Roberto Lagalla — nonostante la scia di polemiche che ha accompagnato la sua candidatura — abbia quasi doppiato i consensi dell’avversario Franco Miceli.

Nella conferenza stampa di ieri, i responsabili locali dei partiti della coalizione, Dem, Movimento e Claudio Fava, hanno illustrato con un certo compiacimento le regole delle primarie che si terranno il 23 luglio in Sicilia per selezionare il candidato governatore. Si terranno un po’ nei vecchi gazebo cari alla sinistra, un po’ online come piace ai grillini. Si è parlato del profilo specchiato (e ci mancherebbe) che dovrà avere l’anti-Musumeci, sempre che sia il solo avversario a destra nella corsa a Palazzo d’Orleans. Si è dissertato di come e quanto debba essere largo questo benedetto campo della coalizione, se aprirlo o meno a Calenda o ai renziani, ammesso che qui esistano ancora. Ma non c’è stato un solo politico dell’allegra comitiva che abbia alzato il dito facendo notare che sì, forse domenica scorsa le amministrative sono state straperse e per quali ragioni. La questione morale che ha segnato la campagna del centrodestra non può mascherare le responsabilità che risiedono tutte a sinistra. A cominciare dalla selezione dei candidati sindaci, evidentemente disastrosa. Ma non solo quella.

Sarebbe interessante sapere dalla segreteria regionale pd o dai responsabili del Movimento, per esempio, perché su otto circoscrizioni palermitane il centrodestra ne abbia conquistato sette. Perché l’unica ad appannaggio dei giallorossi, guarda caso, sia quella centralissima dell’asse Libertà-Politeama, l’enclave della città con Cud a cinque zeri. Perché il centrosinistra sia quasi estinto anche nelle grandi città, per non dire nelle province. Un cammino che procede di pari passo con il progressivo processo di “messicanizzazione” in atto in Sicilia e che porta i ricchi a essere sempre più agiati (e a votare per il centrosinistra) e la classe media a scomparire per confluire nel mare magnum di chi si arrangia, tira a campare e si riconosce politicamente nei partiti di centrodestra.

Hanno vita facile i populismi di Giorgia Meloni e Matteo Salvini, certo. Ma la puzza sotto il naso con cui viene liquidato l’argomento non può più bastare. Invece, il dibattito di queste ore, oltre che sulle fondamentali regole delle primarie per le Regionali, ruota attorno all’opportunità che Franco Miceli resti in Consiglio comunale o, al contrario, concluda questa breve e non intensa apparizione sulla scena politica cittadina per tornare nello studio romano da presidente degli architetti con vista piazza Navona.

Le migliori intelligenze che questa coalizione esprime a livello locale sono concentrate sulla necessità o meno di coinvolgere Fabrizio Ferrandelli e l’area Calenda. Senza interrogarsi sul perché il vicepresidente della prima circoscrizione del capoluogo, tale Salvo Imperiale, soprannominato “l’uomo dei Caf” di Ballarò, sia riuscito senza usare manifesti o battage sui social a essere tra i neo-consiglieri comunali più votati, con ben 1.353 preferenze. Semplice: perché nel cuore del centro storico, l’uomo della lista Dc Nuova di Totò Cuffaro si è dedicato per anni ad assistere la povera gente in coda per risolvere grane burocratiche o dichiarazioni dei redditi.

Il consenso di massa — come sapevano bene un tempo i dirigenti del vecchio Pci (non per questo da rimpiangere) — si annida e va intercettato nei quartieri popolari, tra i banchi dei mercati di frutta e verdura di Librino e della Vucciria, tra i vicoli della baraccopoli messinese. Basterebbe uscire dal perimetro delle Ztl. 

Alle primarie del 23 luglio potrà essere selezionato anche il migliore candidato possibile. Ma fino a quando i luoghi in cui la gente vive, soffre, lavora e combatte saranno battuti solo dagli uomini di centrodestra, allora — con o senza primarie — questi progressisti alla tartare di tonno qui in Sicilia non vinceranno mai.

La Repubblica Palermo, 19/6/2022

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