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venerdì, marzo 12, 2021

STORIE DI BOLOGNETTA / SPECIALE: 8 MARZO 1971, LO SCIOPERO GENERALE


SANTO LOMBINO
Cinquanta anni fa non si parlava molto della giornata internazionale dei diritti della donna, che oggi è conosciuta e celebrata in tutto il mondo. A Bolognetta l’8 marzo 1971 fu un giorno particolare, con una manifestazione di massa che bloccò ogni attività del paese, dalla scuola ai cantieri, coinvolgendo quasi tutta la popolazione attiva, molti giovani, donne e ragazzi. Il corteo era stato indetto per protestare per quanto stava accadendo: erano arrivate in quasi tutte le famiglie le lettere dell’INPS e dell’INAM che chiedevano di restituire le somme che i braccianti agricoli avevano percepito per le spese sanitarie (medicine e ricoveri ospedalieri) e come sussidi di disoccupazione: a volte si trattava di decine di migliaia di lire. Come mai arrivavano queste lettere?

La storia è lunga. In una seduta dell’assemblea Regionale siciliana l’on.le Pio La Torre aveva affermato: ”I fatti cominciano nell'estate del 1965. Alla vigilia di Ferragosto del 1965, esattamente il 14 di agosto, sul Giornale di Sicilia, comparve un comunicato ufficiale della prefettura e una dichiarazione del prefetto che annunziava che era stata disposta una vasta indagine di polizia giudiziaria, tramite l'Arma dei Carabinieri, per sottoporre ad una revisione generale gli elenchi anagrafici dei lavoratori agricoli e per condurre accertamenti di polizia su tutti gli iscritti agli elenchi anagrafici. Si affermava, fra l'altro, che vi erano prove sufficienti, secondo cui quindicimila cancellati, a quella data, non svolgevano attività comunque attinenti all'agricoltura. Si aggiungeva infine che si sarebbe proseguito con gli stessi metodi nell'opera di cancellazione fino alla totale eliminazione degli abusivi dagli elenchi anagrafici dei lavoratori agricoli.” Tale iniziativa del prefetto Giovanni Ravalli aveva lo scopo reale di “chiudere i rubinetti” dell’assistenza da parte del governo, per diffamare intere categorie di lavoratori e spingere i cittadini a prendere la via dell’emigrazione.

Negli stessi anni a Bolognetta si era scatenata una guerra tra notabili, amministratori, dirigenti politici, con lettere anonime e denunce, che utilizzarono anche la situazione dei braccianti agricoli. La maggior parte dei maschi e una parte delle donne di Bolognetta lavorava effettivamente alle dipendenze di proprietari terrieri in campagna e si era iscritta negli “elenchi anagrafici” dei braccianti (abituali, occasionali o eccezionali), unica strada che consentiva di avere medicine e cure gratuite e, nei periodi di disoccupazione, dei discreti sussidi. C’era un ufficio di collocamento e c’era una commissione che doveva vagliare se le persone che chiedevano l’iscrizione erano o no veramente braccianti. Ad un certo punto fu chiaro che era solo una minoranza che abusava della legge e chiese o fu aiutata a iscriversi nelle liste pur esercitando il mestiere di artigiano, lavascala o casalinga. Questo avveniva perché molti datori di lavoro in vari settori, ma specialmente nel settore edile allora in grande espansione, assumevano le persone in nero e non le volevano mettere in regola, costringendole a cercare soluzioni di ripiego. L’abuso serviva anche come strumento clientelare per avere il consenso dei cittadini al momento del voto. Come avvenne a Villabate, S. Cipirrelllo e Corleone, nell’ambito di una indagine del Comando provinciale e della Tenenza dei carabinieri di Misilmeri, anziché distinguere il vero dal falso o dall’incerto, si arrivò alla incriminazione per truffa aggravata di più di 500 persone di Bolognetta su una popolazione di 700 famiglie e 2.300 abitanti. Data la situazione gravissima che si determinava con l’inchiesta, si occuparono ripetutamente del problema i giornali locali. L’avvocato Salvo Riela con lo pseudonimo di Curculio sul giornale “L’ Ora” di Palermo si domandò sarcasticamente: ma se 500 persone, praticamente tutta la forza attiva della popolazione del comune non appartiene ai lavoratori della terra, sarà che sono tutti pescatori e che Bolognetta è diventato un paese di mare?

Questa indagine scatenò la protesta dei bolognettesi, che erano scesi in piazza nella primavera del 1969 con una manifestazione organizzata dalla Camera del Lavoro. Quello sciopero venne disturbato dal contemporaneo intervento delle camionette degli accalaccapiani che quel giorno catturarono per le strade del paese decine di cani randagi o da caccia. Qualcuno avanzò il sospetto che tale iniziativa fosse stata sollecitata da qualcuno che aveva interesse a “distrarre l’attenzione “ dai problemi reali dei lavoratori.

Nel febbraio del 1971 anziché aspettare la fine dell’istruttoria del Tribunale che si preannunciava lunga e travagliata, l’Istituto della Previdenza sociale e quello dell’Assistenza Malattie chiedevano a tutti gli indagati di restituire le somme “indebitamente percepite”.

Esplose la rabbia dei bolognettesi, che si riunirono in animate assemblee pubbliche (nel salone parrocchiale di Piazza Matrice concesso dal parroco Salvatore Cannizzaro) e portarono alla convocazione di uno sciopero generale per l’8 marzo, con un manifesto affisso sui muri che si intitolava L’Assemblea dei Braccianti e finiva “Questo è solo l’inizio - la lotta continua!”. Sin dalle prime ore dell’alba di formarono picchetti all’uscita del paese che informarono chi non lo sapesse della manifestazione e dei motivi di essa: furono pochissime le persone che riuscirono a superarli e a recarsi al lavoro in città. La quasi totalità, uomini, donne, ragazze e ragazzi, si riunì in piazza Matrice di fronte alla sede del Comitato Braccianti (oggi Agesci) e diede vita all’animato corteo. Gli altoparlanti diffondevano la canzone che diceva:

“Questo schifo qui deve finire!”

un bel giorno i braccianti hanno detto

i ruffiani e i politicanti

non si devono più presentar.

La denunzia che ci hanno mandato

ha uno scopo premeditato:

dalla terra che noi lavoriamo

il governo ci vuole cacciar.

Il furore e l’indignazione erano veramente al massimo. Per questo, in poche decine di minuti il corteo, gridando slogan e agitando cartelli, aveva attraversato a gran velocità le vie della processione: si decise allora di ripetere il percorso. Alla fine vi fu un incontro al Municipio con una delegazione di lavoratori e consiglieri comunali, che in tarda mattinata si recò a Palermo per affrontare il problema con i dirigenti dell’INPS. Nel pomeriggio la delegazione tornò, riferendo all’assemblea che quell’Istituto poteva al massimo rateizzare le somme richieste. Ma furono pochissimi quelli che restituirono le somme e si dichiararono colpevoli prima della sentenza del Tribunale. L’anno successivo si svolse un’altra manifestazione, che portò i braccianti su un pullman organizzato dalla Federbraccianti a protestare davanti alla sede INPS di via Laurana, i cui dirigenti avevano ormai capito che da Bolognetta non potevano aspettarsi nulla di quanto chiedevano.

Qualche mese dopo il tribunale di Palermo emise la sentenza di rinvio a giudizio: la maggior parte degli imputati fu assolta con varie motivazioni, una parte fu amnistiata e solo poche decine dovettero andare in giudizio nel 1981, quando la sentenza di assoluzione riguardò anche loro. Intanto, con quella indagine condotta “con criteri davvero scriteriati” (così scrisse il giudice istruttore Buogo nelle seicento pagine della sentenza di rinvio a giudizio) lo scopo dell’”operazione Ravalli” era raggiunto e la maggior parte della forza lavoro cercò occupazione nell’edilizia o nei servizi (portierato, pulizia scale) a Palermo e provincia o prese la via dell’emigrazione nell’Italia del nord (Milano, Torino, Ventimiglia di Imperia) e all’estero. La civiltà contadina aveva cessato di esistere.

Nelle immagini: tre momenti della manifestazione dell'8 marzo 1971,

 

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