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sabato, gennaio 29, 2022

L’ultimo viaggio di Bruno Buozzi, il dirigente sindacale socialista assassinato dai nazisti

Bruno Buozzi


Era la notte del 3 giugno 1944 quando i tedeschi in fuga caricarono su due autocarri i prigionieri di Via Tasso per trasferirli a Verona.
Erano in gran parte socialisti, appartenenti alle Brigate Matteotti o ai membri del Fronte militare clandestino. Su uno di questi camion fu caricato Buozzi, con altri tredici prigionieri. Al momento della partenza, essendo il camion sovraccarico, Buozzi fu invitato a scendere ma preferì cedere il posto ad un altro prigioniero. Quello che pubblichiamo è una parte del capitolo “L’ultima notte” del libro “Bruno Buozzi. Il padre del sindacato”, scritto da Antonio Maglie. La seconda parte del capitolo verrà pubblicata domani, per onorare e rafforzare il ricordo di un grande sindacalista e di un grande socialista. 

di ANTONIO MAGLIE*

Era buio, quel fienile. Un buio interrotto solo da qualche passeggero bagliore. La luce del sole filtrava appena mentre il silenzio era squarciato dai rumori lontani della strada battuti dalle colonne militari che risalivano verso il nord, camion pieni di soldati, anime perdute immerse in un girone infernale prive anche di un Caronte capace di guidarle da qualche parte, sicuramente in un futuro senza gloria, in un giudizio senza assoluzione, privo di alibi, popolato solo di colpevoli. Dal fienile si levavano i lamenti. Fantasmi di uomini offesi e umiliati, sommersi e che non sarebbero stati salvati. Stanchi, feriti, gli abiti ormai diventati cenci luridi e lisi. I volti sanguinanti per le percosse ricevute quel giorno e nei giorni precedenti. Nell’anima solo l’incertezza del dopo, della fine. Di tanto in tanto, un comando urlato in quella lingua che era stata nobile strumento di grandi letterati e che era diventata l’ignobile lessico della prevaricazione. Duri e allo stesso tempo inconsapevoli anch’essi del loro destino. Ma armati, terribilmente armati, pronti, come le bestie feroci, a usarle in tutte le maniere pur di salvare la propria pelle, senza alcuna pietà, senza nemmeno il più flebile soffio di umanità. Accanto a loro, anche voci italiane, complici in quell’ultimo viaggio verso una libertà impossibile e una dannazione sicura. I contadini della Tenuta Grazioli osservavano a distanza, attoniti e impauriti, incerti su quel che sarebbe accaduto. Sapevano che quelle divise non annunciavano mai nulla di buono, che avevano e avrebbero ucciso, senza motivo, rispondendo solo a un impulso o a un ordine. Sentivano i lamenti e vivevano la pietà del momento.

Sentivano di voler fare qualcosa ma erano paralizzati dal terrore delle conseguenze. Quegli uomini armati si muovevano con l’arroganza degli usurpatori e il nervosismo delle bestie braccate. Agitando le armi sulla faccia dei contadini, chiesero cibo. Per i prigionieri (gli ostaggi, gli scudi umani) improvvisamente folgorati dai princìpi evangelici: dar da bere agli assetati, dar da mangiare agli affamati. Non era, ovviamente, così. La pietà umana era l’unico sentimento assente in quel caos di sensazioni. Portarono del latte e del pane. L’ultimo pasto forse anche per i condannati a morte mentre albeggiava. Dead man walking. Ma in quel fienile non c’era nemmeno l’alibi di uno Stato che usava la sua forza terribile chiedendo la vita e poi attribuendo a quella richiesta definitiva l’improbabile nome di “giustizia”. No, lì c’era solo la violenza cieca, già esercitata e ora solo da completare, con l’ultimo atto.


Hannah Arendt l’avrebbe definita la “banalità del male” parlando del processo a Otto Adolf Eichmann. Davanti agli occhi di quei contadini, impauriti e interdetti, si svolgeva una scena di quel tragico teatro del banale. Il male diventava dominio pubblico, quasi patrimonio comune in un giorno di giugno che nessuno avrebbe mai potuto definire “come tanti”. Per capire cosa sia quella banalità vale la pena rileggere quello che scriveva la Arendt nel capitolo dedicato all’imputato: «Robert Servatius, avvocato di Colonia, scelto da Eichmann come suo patrono e pagato dal governo israeliano… dichiarò in un’intervista concessa alla stampa: “Eichmann si sente colpevole dinanzi a Dio, non dinanzi alla legge”… La difesa avrebbe preferito dichiararlo non colpevole perché in base al sistema giuridico del periodo nazista non aveva fatto niente di male; perché le cose di cui era accusato non erano crimini ma “azioni di Stato”, azioni che nessuno stato straniero aveva il diritto di giudicare…; e perché egli aveva il dovere di obbedire e… aveva compiuto atti per i quali si viene decorati se si vince e si va alla forca se si perde” (già Goebbels aveva dichiarato nel 1943: “Passeremo alla storia come i più grandi statisti di tutti i tempi o come i più grandi criminali”)… L’atteggiamento di Eichmann era diverso… A suo avviso l’accusa di omicidio era infondata: “Con la liquidazione degli ebrei io non ho mai avuto a che fare; io non ho mai ucciso né un ebreo né un non ebreo, insomma non ho mai ucciso un essere umano; né ho mai dato l’ordine di uccidere un ebreo o un non ebreo: proprio non l’ho mai fatto”. E più tardi, precisando meglio questa affermazione, disse: “È andata così… non l’ho mai dovuto fare” – lasciando intendere chiaramente che avrebbe ucciso anche suo padre se qualcuno glielo avesse ordinato… Ciò che aveva fatto, lo aveva fatto e non lo negava; anzi proponeva: “Impiccatemi pubblicamente come monito per tutti gli antisemiti di questa terra”. Ma questo non significava che si pentisse di qualcosa: “Il pentimento è roba per bambini”… Eichmann non recedette mai da questa posizione. Quando si venne a parlare del baratto proposto da Himmler nel 1944, un milione di ebrei contro diecimila camion, e della parte che egli aveva avuto in questo piano gli chiesero: “Signor testimone, discutendo con i suoi superiori Lei espresse un qualche sentimento di pietà per gli ebrei e disse che bisognava cercare di aiutarli?” Ed egli rispose: “Io sono sotto giuramento e devo dire la verità. Non fu per pietà che lanciai quella transazione” – il che suonava molto bene ancorché non era stato lui a “lanciarla”. Ma poi aggiunse e in questo fu del tutto sincero: “Queste ragioni erano le seguenti: Himmler aveva mandato un uomo di sua fiducia a Budapest perché si occupasse dell’emigrazione degli ebrei”… Orbene, la cosa che indignava Eichmann era che della faccenda dell’emigrazione si occupasse “un uomo che non apparteneva alle forze di polizia”: “Io dovevo collaborare alla deportazione mentre le questioni dell’emigrazione, in cui mi consideravo un esperto, erano assegnate a un uomo che era nuovo nella nostra unità… Ero stufo… Decisi di fare qualcosa per prendere nelle mie mani i problemi dell’emigrazione».


Si uccideva per noia, per affermare una competenza, per “frustrazione professionale”, per soddisfare una esigenza immediata. Eccola, la banalità. Era presente in quel fienile, ammorbava l’aria, molto più degli umori cattivi che erano propri di quel luogo di lavoro. Forse nemmeno loro, gli aguzzini, sapevano cosa li avesse spinti sino lì. Sicuramente sapevano cosa li avrebbe spinti da lì.


Restarono ancora per qualche ora, nella tenuta Grazioli, sospesi tra l’inutilità e il nulla. Erano arrivati a notte fonda, facendo lo slalom tra le bombe che gli alleati sganciavano su Roma. Erano stati bloccati prima a Ponte Milvio e poi sulla Cassia. Il camion sbuffava, arrancava, tossiva come un uomo con i bronchi appestati dal fumo delle sigarette. La tenuta era ampia, si stendeva tutta intorno al Castello, il Castello della Spizzichina, riferimento allo spizzico romano, al pranzo che si trasforma in una somma di “assaggini”. Oggi le coppie appena sposate celebrano la loro contingente felicità. Allora, i tedeschi l’avevano trasformata nel quartier generale da cui guidare le operazioni che avevano ormai un solo scopo: rallentare l’avanzata degli alleati. Il camion, un rudere di fabbricazione italiana, si fermò poco lontano dal fienile e lì i prigionieri vennero ammassati.


Avvolti in una sola, grande coperta: la paura. Avevano capito, i quattordici disperati, che per loro non ci sarebbe stata un’altra alba o, nel migliore dei casi, non avrebbero visto un altro tramonto perché una cosa era sicura: solo con le tenebre i tedeschi avrebbero potuto rimettersi in marcia con la speranza di non diventare, per gli aerei alleati, i bersagli di un tragico luna park. Dunque, non sarebbero partiti all’alba o sotto il sole splendente ma soltanto il pomeriggio del giorno dopo, 4 giugno, con le prime ombre della sera. Da lontano arrivava l’eco di altri mezzi rombanti, quelli degli americani. Si avvicinavano alla città, “ripulendola” in qualche maniera dal terrore. Ma il terrore era ancora lì, in quel fienile, in carne e ossa, sudore e sangue. Non era finita, ma stava per finire. Il rombo di una moto sempre più vicino. Un altro tedesco che frettolosamente comunicava ordini. Forse la “sentenza di morte”, senza processo, senza condanna. Un ordine, come tanti. Da eseguire, come aveva fatto Eichmann in tutta la sua vita, organizzando il trasporto di ebrei, mandandoli nelle camere a gas, distruggendo un popolo. E come Eichmann anche loro, quelle SS che con le armi in pugno sorvegliavano i “prigionieri” avrebbero rispettato gli ordini e non si sarebbero sentiti colpevoli, non si sarebbero pentiti perché anche loro, come Eichmann erano uomini, non bambini e solo i bambini si pentono. Loro no, dovevano portare a termine la loro “missione”. Quale fosse, poi, nessuno lo sapeva, nemmeno loro lo sapevano. Un atto di guerra. Atroce. E banale. Erano da poco passate le 17,30 del 4 giugno 1944. Il motociclista aveva invertito il senso di marcia ed era volato via, come Mercurio ma senza i piedi alati. A quel punto la scena cambiò. Ordinarono ai prigionieri di rimettersi in piedi. Legarono nuovamente le loro mani dietro la schiena. Ma non avevano corda sufficiente: il male è banale ma spesso disorganizzato. La cercarono in quel fienile e la trovarono vicino a una trebbiatrice. Potevano continuare l’opera. Potevano affrettare i tempi del compimento dell’opera. Con quell’ultimo pezzo di corda legarono le mani ancora libere. Poi incolonnarono quei quattordici fantasmi. Urlando ordini in quella loro lingua dura che sembrava così poco rispettosa di quella usata da connazionali come Heinrich Heine o Thomas Mann. Tutto si svolgeva sotto gli occhi di testimoni nascosti nelle grotte che circondavano la zona, occultate da cespugli. Uomini, donne, un ragazzino di sedici anni. Assistevano a quella dolente processione sapendo che era ormai l’ultimo atto di un dramma cominciato poco prima dell’alba e che sarebbe finito con il sole che cominciava a declinare.


L’ultima marcia. Come sarebbe finita a quel punto lo sapevano tutti, anche il più noto di quei quattordici prigionieri, l’uomo che al momento della partenza aveva ostentato ottimismo, per farsi coraggio e per fare coraggio. «Il nostro Bruno era un ottimista giacché su di lui il dubbio non aveva presa, a tal punto che quando lo caricarono sul camion che doveva diventare la sua bara, al compagno Bonfigli, col quale scambiò le ultime parole, disse: “Non succederà niente, tutto andrà bene»2. Era infondato quell’ottimismo e, probabilmente, lo sapeva anche lui. Al congresso della Cgil dell’Italia liberata che si svolse a Napoli dal 28 gennaio al 1 febbraio 1945, Giuseppe Di Vittorio disse: «Uno dei motivi per i quali la ferocia bestiale dei nazisti e dei fascisti italiani si era accanita con odio particolare contro Bruno Buozzi, quando egli è caduto nelle loro mani, è derivato dal fatto che fra le sue carte sono stati trovati i primi progetti che avevamo abbozzato insieme per la realizzazione dell’unità sindacale». Una tesi probabilmente infondata, costruita soltanto per dare un senso a una vicenda senza senso.


Perché di quelle carte non è mai stata trovata traccia e perché per qualche tempo la vera identità di Buozzi rimase ignota a coloro che lo prelevarono dalla casa di viale del Re (adesso viale Trastevere) la mattina del 13 aprile 1944 (ma che, comunque, sapevano cosa cercare e come cercare). C’erano altre carte che non furono mai trovate, quaderni come quelli che un tempo si usavano a scuola, con la copertina nera. Ma non è in quel materiale che va cercata la motivazione di quello che stava accadendo lì, a La Storta, sotto gli occhi dei contadini che lavoravano nella tenuta Grazioli, di un giovane droghiere e di un mondo inconsapevole che avrebbe saputo solo dopo. Quella ferocia era l’espressione di quella banalità di cui avrebbe parlato la Arendt: un’esecuzione collettiva non pianificata, nata lì per lì, come un’esigenza improvvisa, un obbligo impellente, un appuntamento a cui non si può dare buca? Forse. O forse no. Li misero in fila mentre uno dei prigionieri  chiedeva: «Dove ci portate». «A fare una passeggiata», fu la risposta irridente di una della SS italiana rimasta sul camion (l’altra era riuscita a fuggire; altre due, invece, erano rimaste a terra, a via Tasso perché sul mezzo non c’era più posto) . Li fecero marciare verso un boschetto, verso l’Orto Acqua Paola. Poi li fecero inginocchiare. Un colpo alla nuca e una sventagliata di mitra sui corpi ormai senza vita, per essere sicuri di aver compiuto al meglio la loro opera, di aver somministrato sino alla fine quella banale dose di atrocità, più o meno come un medico pietoso somministra le giuste dosi di un medicamento. Esattamente come alle Fosse Ardeatine. Lo tenga a mente il lettore.


*Antonio Maglie, Bruno Buozzi. Il padre del sindacato, Ed. Fondazione Bruno Buozzi, 2014

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