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sabato, gennaio 29, 2022

Medaglia in memoria del ragazzo Jato o che finì nei campi dì concentramento nazisti

Raffaele Basile, il militare latino 
che non si volle piegare ai nazisti

di LEANDRO SALVIA

SAN GIUSEPPE JATO. Fu uno dei soldati che l’8 settembre del 1943 a Cefalonia e Corfù si opposero al diktat tedesco che chiedeva la resa delle divisioni italiane. Fatto prigioniero dagli ormai ex alleati nazisti, finì prima nei campi di prigionia in Grecia, per poi essere trasferito in Germania. Aveva 23 anni il sergente di fanteria Raffaele Basile quando divenne un Internato militare italiano. Per un anno sopportò fame, freddo e la fatica dei lavori forzati, ma non aderì alla Repubblica sociale di Salò. A liberarlo furono, nel 1944, le truppe anglo-americane, grazie alle quali raggiunse Taranto, dove trascorse gli ultimi mesi di guerra. 

Tornato a San Giuseppe Jato, sposò Francesca, la fidanzata con cui aveva mantenuto una relazione epistolare. Divenne padre e poi nonno, prima di morire nel 1992.

A RITIRARE LA “MEDAGLIA D’ONORE” SONO STATI TRE NIPOTI

Pierluigi, Elio Raffaele e Raffaele Basile
con la medaglia ricevuta in prefettura

Giovedì in Prefettura a ritirare la “Medaglia d’onore” in sua memoria c’erano tre nipoti: Raffaele, Elio Raffaele e Pierluigi. E’ stato proprio quest’ultimo, che di professione fa il docente di storia, a raccogliere con passione e professionalità tutta la documentazione necessaria per ottenere il riconoscimento per gli “ex Imi” da parte del Comitato istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. “Mia nonna – racconta Pierluigi – prima di morire, mi consegnò le lettere dal fronte e il foglio matricolare, attraverso il quale ho potuto scoprire e ricostruire la storia di mio nonno, che da piccolo mi raccontava la guerra”. Un primo riconoscimento Raffaele Basile lo aveva già ottenuto nel 1962, quando gli fu conferita la Croce al valore militare.

Allo scoppio del secondo conflitto mondiale, appena ventenne, venne –infatti- chiamato alle armi. Prima in territorio francese, poi in Albania e, nell’aprile del 1941, in Grecia, nell’isola di Corfù.

“Mio nonno – sottolinea il nipote Pierluigi -, fu testimone d’eccezione di una delle pagine più forti e tragiche: la resistenza armata della Divisione Acqui a Cefalonia e Corfù dopo l’8 settembre 1943. E scampò al massacro dei tedeschi grazie forse alla complicità dei partigiani greci che lo vestirono da donna e lo portarono via su una piccola barca di pescatori. Poi però venne catturato dai nazisti e trasferito in diversi campi di prigionia. E infine nei terribili lager, dove rimase fino alla fine del 1944, per un interminabile anno”.

LEANDRO SALVIA

Pubblicato sul Giornale di Sicilia del 29/01/2022

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