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giovedì, gennaio 21, 2021

L’ANNIVERSARIO DEL PCI: 1921-2021. Bertinotti: "Ma la sinistra di domani è socialista"


di Ezio Mauro
Fausto Bertinotti, già segretario di Rifondazione comunista, torna ai giorni di Livorno in cui nacque il Pci: "Turati aveva torto, la rivoluzione è stata una magnifica occasione persa"
Fausto Bertinotti, 80 anni. Lei è stato presidente della Camera, segretario di Rifondazione comunista, ma prima ha militato nel Pci e nel Psi, quindi conosce bene le due anime della sinistra. A Livorno, nel 1921, dovevano dividersi per forza?
«Capisco che questa sia da sempre la grande questione. Ma la storia che è venuta dopo ci dice che non c’era altra possibilità che la divisione, già consumata nel biennio rosso e nell’occupazione delle fabbriche. Ogni volta, due risposte diverse, una dei comunisti, una di tutti gli altri: erano i germi della scissione».

Lei è sempre stato su posizioni di sinistra radicale. Ma oggi, quando sente il discorso di Turati a Livorno, non pensa che avesse ragione? Il socialismo si costruisce non con un colpo di scena improvviso, ma con una continua conquista graduale: non è così?

«Francamente no, sebbene io sia non solo rispettoso, ma devo dire affascinato dalla forza e dalla dedizione alla causa di Turati. Detto questo, devo aggiungere tre parole: Turati ha torto».

Perché?

«Turati è rimasto all’Ottocento, quando il movimento operaio nascente costruisce la coppia lavoro-socialismo, con le Società di mutuo soccorso, le Case del popolo, le Camere del lavoro, le cooperative. Ma non si accorge che questa storia finisce agli albori del Novecento, quando si impone la coppia Marx-rivoluzione. Turati ragiona come se si potesse dimenticare l’Ottobre, l’evento che cambia il Novecento».

Turati però ha la ragione della storia: se mai partecipa al dramma della sinistra perché non riesce a tradurre le ragioni della storia in politica, non crede?

«No, proprio no. Il Novecento come oggi sappiamo è breve, nasce con il ’17 e finisce con il fallimento dei regimi costruiti sulla rivoluzione russa, quando quella speranza di liberazione si traduce in una forma di oppressione...».

Ma qualcuno lo aveva detto prima, lo aveva detto allora. A Livorno Turati dà appuntamento al movimento operaio tutto unito in un giorno futuro: voi, dice ai comunisti, verrete sulle nostre posizioni. Dunque?

«Siamo in quel futuro, e mi dica: dov’è il movimento operaio unito profetizzato da Turati? Dopo la sconfitta della rivoluzione non c’è la ripresa del riformismo, c’è semmai uno scontro drammatico tra le ragioni di civiltà degli ultimi e le prevaricazioni del nuovo capitalismo, sostenuto dai populismi reazionari».

Lei è stato per dieci anni segretario della Camera del lavoro a Torino. La rivolta per il pane del ’17 e l’occupazione delle fabbriche nel ’20 erano esperimenti rivoluzionari?

«Erano, diciamo così, annunci rivoluzionari: perché dentro le rivolte (che oggi dopo la crisi del movimento operaio ritornano, attenzione) vanno letti i segni del futuro. Torino ovviamente non è la Pietrogrado d’Italia, come si dice frettolosamente. Ma è il laboratorio della rivoluzione, e Lenin lo capisce quando la cita come esempio dell’insurrezione possibile in Occidente».

Lei crede che la rivoluzione sia stata davvero a portata di mano, in quegli anni?

«Io penso di sì. Ci sono due frasi-chiave, per capire l’epoca. Treves, il più autorevole leader riformista dopo Turati, dice: la borghesia non è più in grado di governare, e la classe operaia non è ancora in grado di farlo. E Gramsci aggiunge: o vince il proletariato e prende il potere, o una tremenda reazione si farà strada».

Uno stallo?

«Un’opportunità. Nessuno può dire se la rivoluzione avrebbe vinto. Ma certo non tentando si apre la strada alla reazione in cammino».

Lei sa che la lettura di Turati è opposta, lui ammonisce i comunisti dicendo: voi armate la reazione, annunciando continuamente la rivoluzione che intanto non preparate, con una tattica suicida e pericolosa. Cosa pensa di questa accusa?

«Lascerei rispondere Matteotti, senza voler mettere in contraddizione tra loro i riformisti.

Ma Matteotti dà un giudizio originale, perché capisce che il fascismo è alimentato dalla borghesia, che è un elemento di classe, mentre Turati lo vede come un fenomeno di minoranze facinorose».

Ma lei non è sorpreso che al congresso di Livorno il fascismo sia così sottovalutato?

«Si contano i morti e i feriti per le azioni squadriste. Ormai non c’è più una Camera del lavoro che sia sicura, una sede socialista che sia protetta. Ma i socialisti considerano il fascismo come una patologia passeggera del dopoguerra, un residuato bellico».

I Consigli di fabbrica teorizzati da Gramsci sono una sorta di soviet italiani?

«Di più. Intanto sono espressione diretta degli operai, iscritti al sindacato e non iscritti, come portatori di una nuova cittadinanza. Poi escono dalla dimensione economica e sociale, sono una struttura di contropotere, la candidatura al governo operaio dell’impresa, e addirittura la cellula fondamentale del nuovo Stato».

A Livorno non si parla mai di libertà. Per i socialisti non dovrebbe essere il concetto su cui misurare lo squadrismo, il leninismo e anche l’idea di rivoluzione italiana?

«Guardi, tanti anni dopo, quando Bobbio cercava l’elemento distintivo della sinistra non citò la libertà, ma l’uguaglianza. Se mai, io direi liberazione».

Turati però chiede al partito di ripudiare la violenza. Su questo è d’accordo?

«Purché ci si intenda.

Evangelicamente Turati ha ragione, però Gandhi stesso non esclude il ricorso all’autodifesa.

Voglio dire che il rifiuto di Turati è morale, la richiesta di Gramsci di chiamare gli operai all’insurrezione è politica, perché è l’unica possibilità di impedire al fascismo di diventare violenza di classe e poi di Stato».

Come giudica la frase di Bordiga per cui fascismo e riformismo si equivalgono?

«Un errore clamoroso, causato dal fondamentalismo, un vizio che nasce ovunque vi siano idee forti, tanto che ogni religione lo contiene, come ogni ideologia. Bordiga era un fondamentalista della rivoluzione».

Quel mito non ha imprigionato la sinistra troppo a lungo?

«Sì. Ma perché? Privati della rivoluzione come progetto, i partiti comunisti si rifugiano nella rivoluzione come mito, e quindi nel mito del Paese dove la rivoluzione ha vinto. È questo che imprigiona i partiti, perché li rende sudditi di quella costruzione».

Quando si è persa l’occasione per il Pci?

«A Praga, perché lì si vede che l’Urss non è riformabile. Ci voleva la rottura. Mancata quella, non ci sarà mai più a sinistra un’elaborazione convincente del Novecento».

Lei parla di rottura con l’Urss: allora perché era contrario al cambio di nome del Pci?

«Perché perdevamo la comunità, una comunità straordinaria».

Continuare a chiamarsi comunisti valeva il prezzo di un’altra scissione?

«Io mi chiamo comunista, ma se lei mi chiede una parola per la sinistra di domani, dico socialismo».

A Livorno l’ex segretario del Psi Costantino Lazzari polemizza con Lenin che chiede il cambio del nome del partito, dicendo che è ora di gettare via la camicia sporca del socialismo. Lei con chi sta?

«Bene, la stupirò: ma su questo, io sto con il vecchio Lazzari».

La Repubblica, 21 gennaio 1921

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