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mercoledì, gennaio 20, 2021

L’intervista all’ex leader Psi. Claudio Martelli: "La vera eredità è quella socialista"


di
CONCETTO VECCHIO

Claudio Martelli, perché diventa socialista?
«Vengo da una famiglia di tradizione repubblicana, liberaldemocratica. Antifascista innanzitutto, ma anche anticomunista. Mi ricordo che una sera a casa, a 13 anni nel 1956, ascoltai alla radio le notizie dell’invasione sovietica dell’Ungheria, quella dei carri armati. Si sentiva quasi un rumore di cingoli e una sensazione di smarrimento, di orrore di fronte a questa tragedia, a questa violenza inaudita, della Russia sovietica. Un Paese gigantesco schierato contro un piccolo Paese che voleva semplicemente un po’ di indipendenza».

Del comunismo cosa la spaventava esattamente?

«La violenza, la violenza. E questo è esattamente il punto che mi congiungerà al socialismo democratico e riformista, a Turati. Nel suo discorso di congedo, che è quello che pronuncia al congresso di Livorno, Turati indica esattamente questo punto: il ricorso alla violenza come il vero discrimine tra il socialismo democratico, riformista, e quello sovietico».

Ma si può ridurre la storia del comunismo italiano alla violenza?

«La frazione di Turati aveva preso 15 mila voti, quella socialista massimalista 98 mila, la comunista 50 mila. Quindi la stragrande maggioranza era favorevole alla rivoluzione di Ottobre e sottoscrisse i 21 punti di Lenin, preda dell’illusione che si potesse fare in Italia come in Russia. Un’illusione tragica. Perché poi si sveglieranno un anno dopo con la marcia su Roma».

Turati vede lungo?

«Turati fa questa profezia: "Attenzione, voi lottate contro l’imperialismo occidentale, ma dovete capire che la Russia è destinata a contare molto nella storia del futuro di questo nostro secolo, e darà vita anch’essa a una forma di imperialismo: l’imperialismo orientale».

Lei nel 1921 che posizione avrebbe preso?

«Difficile dirlo. Col senno di poi sarei stato con Matteotti, che stava con Turati. Era semplicemente un po’ più giovane, più energico, quello che più di qualunque altro osò sfidare Mussolini in Parlamento, sbattendogli in faccia che era un falsario, un imbroglione, che con la violenza aveva truccato le elezioni. E la pagherà col suo assassinio».

La sinistra nella divisione fu miope di fronte al fascismo?

«Certamente non fu miope Turati. Turati aveva capito esattamente qual era il problema. Non c’è bisogno di un altro motivo per lottare per la libertà: la libertà è un motivo sufficiente. Non bisogna volere la libertà perché poi arriverà il socialismo. Se prima si discute di altri più ambiziosi obiettivi, rovesciare il mondo, instaurare il socialismo, il risultato è che si apre la strada alla reazione fascista come puntualmente accadde. Non solo in Italia tra l’altro».

Come spiega il successo del Pci nel dopoguerra?

«Anche con il modello che Gramsci ha in mente, che è quello della Chiesa cattolica, la quale ha governato anche con la forza, ma in genere governa con la persuasione, con il consenso che si ottiene con la pedagogia autoritaria. Una sezione come una parrocchia, una predica come nella chiesa, al posto dei sacerdoti ci sono i dirigenti di partito. L’egemonia culturale nasce da qui, dalla conquista degli intellettuali. E Togliatti fu maestro nel fare aderire il Pci a tutte le pieghe della società».

Il comunismo come una chiesa?

«Ma certo. In Italia soprattutto. In Russia molto meno chiesa e più caserma».

Cosa rimane della sinistra?

«Di tutta la storia della sinistra quel che rimane è quel che fecero i socialisti delle origini. Non l’ho fatto io, non l’ha fatto Berlinguer, non l’ha fatto Craxi. L’hanno fatto loro, ed è ancora questa la forza della sinistra. Non altro».

La Repubblica, 20 gennaio 2021




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