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martedì, febbraio 08, 2022

A proposito di pianificazione strategica, UTOPÌA ed UTÒPIA...


PIER GIUSEPPE SCIORTINO*

Dal greco utopia può essere letto come “non luogo”, luogo che non esiste. Il significato nella nostra lingua corrente è: “Ideale, speranza, progetto, aspirazione che non può avere attuazione”. Ma se qualcosa di ideale è visto come qualcosa di difficilmente o addirittura impossibile da realizzare, allora quella realizzazione sarà possibile in un luogo che non c’è? Il luogo è la definizione di uno spazio percettibile, la percezione è una presa d’atto relativa alla sensibilità: è tutto un percorso intellettuale.

Il luogo infatti è una dimensione ove vengono esercitate azioni umane, azioni che lasciano il segno (passato) che lo cambiano (presente).

Le azioni del passato e del presente insieme inducono propositi futuri; una condizione migliore dell’attuale, positiva, una nuova dimensione nello stesso luogo ma migliore.

Un luogo futuro che non è utopia ma un desiderio da realizzare.

Il desiderio da realizzare è il progetto.

In architettura è quell’intrinseca compenetrazione tra: la tecnica, acquisita dagli studi e la revisione storica in un processo empirico; e la forma, acquisita dalla sensibilità interiore, della tradizione culturale, artistica.

Un processo intellettuale proiettato all’idea di bellezza.

In urbanistica, fino alla fine del’800 ed i primi del 900, questa interpretazione dell’architettura è stata applicata alla città, queste venivano ridisegnate secondo le esigenze dei poteri politici e della borghesia secondo nuovi piani urbanistici che prevedevano per le classi operaie ingigantitesi dopo la rivoluzione industriale quartieri periferici o abbandonati e disserviti.

Nel secondo 900 le città si espandono con nuova edilizia residenziale, abbandonano i centri storici, sprecano suolo e si modificano all’insegna della speculazione edilizia.

L’urbanistica si inventa la zonizzazione, gli standard minimi di servizi; la ricchezza di una città si misura con la maggior presenza di cemento, asfalto e grandi infrastrutture di trasporto che deturpano l’ambiente e la bellezza naturale.

Negli anni 90 in Italia, Francia e Gran Bretagna, si sviluppa una nuova filosofia Urbanistica, è un nuovo approccio di una disciplina che per secoli aveva imposto le regole nel territorio dall’alto senza la partecipazione sociale attiva.

Questo nuovo modo di pensare l’urbanistica, utilizza nel suo processo intellettuale democratico termini come: comunicazione, partecipazione, risorsa territoriale, occasione di sviluppo territoriale, sussidiarietà, sostenibilità ambientale, solidarietà sociale, rispetto della diversità.

È la società che cambia in una dimensione sempre più globalizzata, transfrontaliera, multietnica, e che deve imparare a convivere utilizzando le risorse riproducibili nel rispetto della diversità individuata come ricchezza.

Ma se è vero che la globalizzazione dovrebbe essere l’occasione di una pacifica convivenza è altrettanto vero che le diversità sociali stanno producendo ancora assurdi conflitti.

La ricchezza nel mondo aumenta ma diminuiscono i ricchi pertanto aumentano i poveri.

Assistiamo al paradosso di due condanne sociali: chi è condannato al consumismo (che produce ricchezza al capitalismo e spreco incondizionato di risorse) e chi è condannato alla povertà, alla fame, alla guerra (che produce ulteriore povertà a ancor più ricchezza al capitalismo).

Le nazioni più civili fanno missioni di pace ma producono armi; qui mi viene da ricordare Gino Strada: “Se l'uomo non butterà fuori dalla storia la guerra, sarà la guerra che butterà fuori dalla storia l'uomo.

Uomini, donne e bambini cercano rifugio in altre parti del mondo.

La storia ci ha insegnato che i conflitti per accaparrarsi risorse su altri territori hanno prodotto diseguaglianze e quelle diseguaglianze ulteriori conflitti.

Le risorse endogene di un territorio devono essere oggetto di uno scambio commerciale dettato da regole di rispetto sociale, quello scambio diventa culturale.

Quindi la sostenibilità sociale fondata sull’equità nei territori, dove le risorse riproducibili vengono utilizzati in maniera sostenibile, costituiscono forse l’unica possibilità di pacifica convivenza e di scambio in una prassi di sussidiarietà, conservando sempre le diversità e le appartenenze culturali, religiose e politiche.

Nasce qui una nuova esigenza nel processo pianificatorio, da una pianificazione comunicativa, scarsamente democratica e perequativa, si passa ad una pianificazione partecipativa, concertata, che ha un valore aggiunto al processo intrinseco democratico e trasparente, quello del rafforzamento dell’aggregazione e la coesione delle istanze.

Questo è il processo di pianificazione strategica.

Considerare la pianificazione un processo, esprime il concetto di percorso, rappresenta una evoluzione, un crescendo per l’ottenimento di un progetto-desiderio, una aspirazione condivisa, finalizzata, attraverso azioni singole (degli attori del territorio) finalizzata al il bene collettivo.

Questo bene è la concretizzazione di uno sviluppo del territorio utilizzando le sue risorse riproducibili nella logica della sostenibilità ambientale ed equità sociale.

Quali sono le risorse territoriali?

Sono tutte quelle endogene che ne rappresentano l’identità del territorio.

Il territorio va prima letto ed interpretato nella sua configurazione naturale e la sua antropizzazione.

I beni ambientali-naturali e quelli ambientali-culturali diventano quindi due grandi macrostrutture compenetranti del possibile sviluppo; pertanto vanno strategicamente individuate quali le occasioni possibili, stimolando la partecipazione attiva della collettività territoriale capace di interagire con altre realtà culturali.

Qui inevitabilmente vanno anche individuati i beni culturali immateriali: la memoria storica, le tradizioni, le diversità antropologiche e culturali che nel tempo si sono insediate, sovrapposte, mescolate.

Le macrostrutture individuate sono due grandi “valentiae” (forza, vigore) e rappresentano il patrimonio di un territorio .

La storia scritta, l’archeologia, la tipologia architettonica antica, le coltivazioni agricole, le antiche infrastrutture di trasporto (sostanzialmente l’antropizzazione storica dei luoghi), sono beni da conservare.

La morfologia naturale, la sua bellezza, la peculiarità nella sua esclusiva diversità e la sua biodiversità; sono beni da tutelare.

La conservazione e la tutela dei beni fanno sì che questi costituiscano più forza e vigore al territorio ed esso stesso diventa nella sua complessità un contenitore di occasione di sviluppo.

Non è questo un punto di arrivo è un modo di pensare al futuro, il mezzo per una collettività di raggiungere lo sviluppo.

Un sistema per applicare il principio di sussidiarietà da parte delle autorità centrali dando l’opportunità alle piccole realtà locali di crescere autonomamente e confrontandosi in maniera transfrontaliera utilizzando in modo virtuoso le proprie risorse.

Nei nostri territori quali altre occasioni di sviluppo secondo tale ragionamento possono avere più valore del turismo e dell’agricoltura?

Sono i trattori economici dei nostri territori: il primo grazie a tutte le risorse naturali e culturali, il secondo grazie alla produzione eno-agroalimentare.

Si potrebbe quindi pensare a due grandi possibilità industriali sostenibili diffuse nel territorio: la turistica e la eno-agroalimentare anch’essa funzionale al turismo oltre che a quello produttivo e commerciale.

Quanti allora potrebbero essere gli attori, gli aspiranti imprenditori?

Tutti, uniti nell’unico interesse, quello dell’attrazione turistica, che, se vista quale realtà diffusa, impone il partenariato, l’associativismo, il cooperativismo.

Pratiche che prevedono la partecipazione nella pianificazione strategica, dove le autorità centrali e locali, una volta dato l’input rimangono in attesa dell’output per la formazione dei piani strategici, la loro gestione ed applicazione concertata.

La politica in questo contesto non può ritenersi attrice nel processo pianificatorio ma ha l’obbligo di essere garante dell’equilibrio e delle pari opportunità delle parti in gioco.

Il piano strategico va concepito come un processo dinamico (futuribile, aggiornabile in ogni momento) perché dinamica è la società nel suo continuo cambiamento, per le innumerevoli e nuove istanze sociali, per le nuove esigenze del partenariato.

Ma va considerata la possibile insorgenza di fenomeni ed eventi imprevedibili, quelli che la pianificazione non può valutare.

Eventi naturali imprevisti infatti possono mettere in crisi la gestione e l’applicazione dei piani strategici.

Gli eventi meteorologici degli ultimi anni, eventi sismici, i dissesti idrogeologici, lo stesso Covid, sono detrattori o fattori di stress dello sviluppo dei territori.

Questo è un ulteriore motivo per pensare a piani strategici dinamici.

L’attrattiva turistica prevalente della nostra regione è stata individuata nell’ultimo quarantennio nelle coste e nei grandi centri creando ricchezza soltanto per grosse imprese ricettive ed in alcuni casi anche al male affare.

Questo anche grazie ad una politica dei trasporti che non ha interessato le reti minori.

Assistiamo al quasi abbandono delle strade provinciali ed ad una cattiva gestione delle strade statali; inoltre le autostrade e reti ferroviarie sono sottodimensionate al fabbisogno odierno.

Questa condizione ha costituito l’abbandono dei centri interni e quelli minori.

La Sicilia ha un enorme patrimonio culturale ambientale dimenticato nel suo entroterra, se messo in valore potrebbe costituire la rivitalizzazione di interi territori.

La viabilità storica della Sicilia per raggiungere le coste attraversava l’entroterra e i mezzi di trasporto lenti rispetto ad oggi, costituivano condizioni di scambio e relazioni tra i centri interni e quelli minori, l’economia dell’entroterra era particolarmente vivace.

Con l’avvento della ferrovia a scartamento ridotto anche piccoli borghi e masserie si relazionarono più agevolmente alla rete dei centri interni.

Quella rete di trasporti storica abbandonata oggi timidamente viene ripresa dal turismo lento, si incontrano più spesso ciclisti e camminatori.

Questo tipo di turismo, ecosostenibile e che valorizza il territorio ha bisogno di strutture turistiche nel territorio a costi sociali.

Si potrebbe innescare un sistema di recupero del patrimonio edilizio abbandonato nei centri storici minori e delle campagne ove ormai borghi, masserie e casolari di campagna sono ridotti a ruderi.

Per implementare un sistema turistico diffuso nei territori interni, preso atto delle risorse esistenti e recuperando i percorsi storici e la viabilità minore, lo “Slow Tourism” (turismo lento), la cultura ecologica potrebbe essere una grande occasione di sviluppo sostenibile, incoraggerebbe la nascita e la crescita di piccole aziende eno-gastronomico generando in un sistema di economia circolare ecosostenibile proposta ed offerta all’esterno.

Inoltre l’esigenza di riadattare il patrimonio edilizio abbandonato a strutture ricettive e servizi turistici con il restauro ed il recupero, costituirebbe occasione per le imprese locali del settore.

Sicuramente una forte colpo all’acceleratore in questo territorio attraverso la filosofia “green” e tutela e conservazione del patrimonio ambientale e culturale, potrebbe essere una svolta alla tendenza dell’abbandono dei territori e della fuga dei nostri giovani alla ricerca di futuro.

Bisogna uscire dalle logiche dei Piani regolatori comunali, la giurisdizione dei territori comunali cozza con la logica del territorialismo, quasi mai un territorio comunale coincide con un territorio identificato nelle sue risorse, nelle sue emergenze, nelle sue eccellenze.

I piani regolatori cercano di imprimere al territorio una dimensione in zone rigide con la sola relazione con l’esterno individuata dalle reti viarie a grande scala o infrastrutture di una pianificazione sovraordinata.

Ciò ha consentito ad amministrazioni locali di operare in maniera protagonistica, il protagonismo in pianificazione non è consentito, il protagonismo relega all’isolamento.

In pianificazione ancor più quando la stessa è pensata per una crescita e sviluppo di un territorio, ovvero la pianificazione strategica, il protagonismo è elemento destabilizzante per partecipazione democratica, all’equità; è elemento che rende labile il sistema di partenariato e cooperativismo.

La pianificazione strategica dei territori deve interfacciarsi e dialogare tra territori essi devono pianificare insieme quei servizi comuni e di comune interesse, quelli a grande scala, la loro accessibilità, ovvero le infrastrutture di trasporto a livello regionale e provinciale soprattutto.

Ospedali specialistici, università, tribunali, servizi regionali e provinciali non possono essere distanti perché difficilmente accessibili e paradossalmente vicini geograficamente.

Con questa logica ogni costo produce benefici equamente distribuiti tra i territori.

I costi, sacrifici richiesti alla collettività, alla luce dei benefici (migliore qualità della vita, sviluppo colturale ed economico, equità sociale) vengono accettati e quasi richiesti alla classe politica che fino ad oggi non ha saputo interpretare la positività della partecipazione sociale e democratica nella pianificazione.

La classe politica non può raggiungere il consenso gestendo la pianificazione, la gestione della pianificazione è un processo democratico, è una pratica collettiva condivisa; è la base, che attraverso le istanze e la concertazione, indica la linea, gli obbiettivi e le strategie per raggiungerli.

La pianificazione strategica può creare futuro, ricchezza equa nei territori e centri interni ma è grave cadere nella tentazione del protagonismo.

febbraio 2022

PIER GIUSEPPE SCIORTINO

* architetto

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