venerdì, aprile 26, 2019

L’intervista. Andrea Camilleri: “La mia firma per salvare la Storia”

Andrea Camilleri

SIMONETTA FIORI
Dopo la campagna per ripristinare la prova scritta alla maturità, cancellata dal ministro Bussetti, “Repubblica” appoggia l’appello sostenuto dallo scrittore per potenziare la materia nelle scuole Perché le nuove generazioni conoscano gli anni bui che hanno preceduto la conquista della democrazia
ROMA - «Qui va bene? Sto procedendo dritto?». Andrea Camilleri si fa condurre lungo il margine bianco del foglio, la grafia sorvegliata non più dagli occhi ma dalla memoria dello spazio. E anche il rito della firma sotto il Manifesto per la storia acquista la solennità dei gesti importanti, in un’epoca in cui tutto sembra aver perso gravità. «Si dice erroneamente che la storia sia magistra vitae. Ma noi continuiamo ad agire come se la storia non ci avesse insegnato nulla. E quindi a ripetere errori già fatti in passato».

Parla lentamente Camilleri, quasi con una scansione musicale, ormai abituato a pensare e scrivere dentro il perimetro dell’oralità. «Vico parlava di corsi e ricorsi storici e aveva perfettamente ragione. La storia si ripete e qualcuno ha aggiunto che la seconda volta è una farsa. No, non è mai farsa. Può capitare di imbattersi in una farsa tragica, che è tutta un’altra cosa».
Siamo in un momento di farsa tragica?
«Ci troviamo a vivere in un’epoca singolare segnata da una parte da un fascismo rinforzato, dall’altra da un fascismo trasformato. Quella di Salvini – non mi stancherò mai di dirlo! – è una forma di fascismo travestito. È lui l’uomo pseudo forte che batte i pugni, chiude i porti e si regola con una violenza anche di espressione. I ragazzi non sanno che questo è un ritorno mutante del fascismo. Non lo sanno perché nessuno gli ha detto cosa è stato il regime. La storia non ci insegna nulla, ma ci ricorda tutto. E allora la nostra è una perdita di memoria volontaria».
Forse è anche per opporsi alla perdita di memoria che lei ha scritto molti romanzi storici. Un movente dichiarato è stato restituire voce ai vinti.
«Questa è la prospettiva dominante. Però ne Il birraio di Preston mi sono divertito a scrivere l’ultimo capitolo intitolandolo “Capitolo primo”: la stessa storia è narrata dalla parte dei vincitori. La complessità dello scrivere la storia è proprio questa: riuscire a tenersi imparziale tra vincitori e vinti».
In “La strage dimenticata”, uno dei suoi primi libri, c’è una intenzione dichiarata contro la storiografia ufficiale. Lei scrive «Non ho la testa né lo stomaco di certi storici…».
«Aspetti un momento, la testa dello storico non ce l’ho perché non sto a spaccare il capello in quattro, ma il capello intero tra le mani lo voglio avere…».
«… non ho la testa di certi storici che basano buona parte della loro scienza sul fatto che i morti non possano replicare».
«Questo sì, io ho sempre voluto far replicare i morti: un piccolo modo per chiedere scusa. Ma è anche un modo per tenere vivo il racconto storico. Se noi invece aboliamo la storia non parlano più né i morti né i vivi. Non parlano più né vincitori né vinti. Non parla più nessuno».
Kundera sostiene che i romanzi indagano il tempo contro la storia, nel senso che ricercano un’altra storia. Qual è la verità che la letteratura aggiunge alla storia?
«La verità va cercata nell’esercizio di libertà, nella possibilità da parte dello scrittore di muoversi sul terreno delle ipotesi parallele a un evento. Perché il romanzo storico è una storia di invenzione basata su alcuni fatti autentici. Quando scrissi Il re di Girgenti, ambientato nel primo quindicennio del Settecento, non riuscivo a trovare alcuni documenti preziosi. E allora pazzescamente me li sono scritti tutti io, in parte in latino con l’aiuto di mia moglie Rosetta e in parte in spagnolo. Tutti falsi. A questo punto se ne viene lo storico Giovanni De Luna che mi dice: “sono invidioso di quello che hai fatto perché è il sogno di noi storici...”».
È l’invidia dello studioso verso il romanziere. A lei piace giocare tra vero e verosimile. Al principio dei suoi romanzi storici c’è un documento autentico.
«Ecco, il verosimile: potrebbe essere vero e invece non lo è. Però l’artificio nasce sempre da un appiglio storico fondato perché altrimenti sarebbe finzione pura. Il romanzo storico deve avere una base di autenticità per poi andarsene per i fatti suoi. Solo così sei messo nelle condizioni di scoprire altre verità possibili, ma vai a sapere…».
Qual è il maggior merito che si riconosce in questa rivelazione?
«Aver cercato di attenermi il più possibile alla realtà: sono partito sì per la tangente, ma avendo sempre una tangente piccola. Per questo ho sempre detestato Il Gattopardo, che è un romanzo profondamente antistorico: io sono sempre stato dalla parte del povero inviato piemontese che rappresenta il nascente Stato unitario, mentre Tomasi di Lampedusa lo sbeffeggia impudicamente. La mia evasione dai fatti accaduti è sempre stata contenuta, mai uno stravolgimento totale. Non me ne sono mai sentito autorizzato».
E quale verità occultata dalla storia ufficiale è più orgoglioso di aver rivelato?
«Io mi occupo di storie piccole, che messe insieme alle piccole storie di altri scrittori potrebbero formare una grande storia. La strage dimenticata era davvero dimenticata: a Porto Empedocle nel 1848 il maggiore Sarzana riuscì a liberarsi in un sol colpo di 114 detenuti, soffocandoli e bruciandoli vivi in una cella comune. E io sono stato capace di ritrovare l’atto di morte di 114 persone. Ciascuno con nome e cognome, e un’unica definizione: “servo di pena”. Ero così orgoglioso di aver trovato quelle carte che volevo ne scrivesse Sciascia».
Perché?
«Ero convinto che solo Leonardo potesse farlo con la sua bravura. Gli portai a casa tutti i documenti: “È una storia bellissima”, mi disse. “Ma perché non la scrivi tu?”. “Ma Leonà non saprei scriverla come la scriveresti tu”. “Ma perché la vuoi scrivere come la scriverei io? Scrivila a modo tuo”. E così feci».
Tra i suoi romanzi storici quello che ha avuto meno successo è “La presa di Macallè”, ambientato nell’anno della guerra fascista in Etiopia. C’è una relazione tra la modesta ricezione del racconto e la cattiva coscienza di noi italiani verso quei crimini?
«Non so se ci sia una relazione. Forse non ho saputo dosare le cose, avendola scritta spinto dalla suggestione dell’Eros e Priapo di Gadda. Su Repubblica il mio amico Stefano Malatesta lo liquidò come un romanzetto pornografico. Esagerò un po’, ma non escludo di avergli offerto il fianco. Però il fraintendimento mi dispiacque molto. Perché il bambino protagonista del romanzo ero io. E La presa di Macallè è un libro tragico, non erotico. A dieci anni feci domanda a Mussolini per partire per la guerra di Etiopia. Volevo ammazzare anche io un abissino, come il personaggio di Michelino. E Mussolini mi rispose dicendomi che ero troppo bambino e che non sarebbe mancata occasione. E infatti, cornuto, ci avrebbe condotti tutti in una guerra più grande».
Quel libro è del 2003. Perché ha aspettato settant’anni prima di scrivere la sua storia? L’impressione è che gli italiani facciano fatica a confrontarsi con la colonizzazione fascista in Africa.
«Questo è certo. Italiani brava gente è stato solo un modo di dire per distrarci dal nostro operato criminale. Quanto al ritardo con cui la mia generazione ha fatto i conti con il ventennio nero, va cercata nella grande illusione lungamente coltivata nei decenni successivi: eravamo persuasi che il fascismo fosse definitivamente morto, tanto da commettere l’errore di ammettere nell’arco costituzionale gli ex fascisti di Almirante. Abbiamo preferito lasciarci alle spalle le vergogne della dittatura. E se oggi torniamo a parlare ossessivamente di fascismo è perché temiamo di vederlo rinascere in altre forme.
Anche per questo è inammissibile che un ministro della Repubblica possa dire orgogliosamente che il 25 aprile è una baruffa senza senso a cui preferire una visita a Corleone. Ma è lì, figlio bello, che nascono la democrazia e la Costituzione. E nasce anche la possibilità che tu dica queste minchiate».
Lei ha ambientato tutti i suoi romanzi storici nella Sicilia tra Seicento e Ottocento, con scarse incursioni nel Novecento. Perché solo in Sicilia?
«Perché non riesco a esercitare la mia immaginazione fuori di lì. A conti fatti ho vissuto più a Roma che in Sicilia, ma forse la ragione è proprio questa: l’isola pian piano è diventata memoria e mito, perdendo i contorni di realtà. E quindi uno scrittore si sente autorizzato a continuarne il disegno anche fuori dai margini slabbrati. Senza contare la distanza dell’età. Io sono un superstite. Quasi tutti i miei amici si sono resi defunti. Ora non mi chieda come si vive da superstite, perché si vive male».
Che dice Montalbano di questa sua passione per la storia?
«È un ricattatore. Ogni volta che mi metto a lavorare su un romanzo storico e sono impelagato in una certa questione, arriva lui a provocare: se ti fossi dedicato a me, a quest’ora non saresti in questi lacci. Oltretutto economicamente ti rendo tre volte tanto…».
Un ricattatore, sì.
«Di più, è un vero farabutto».
Ma lei non cede al ricatto.
«No. C’è un bel titolo che dice “la storia siamo noi”. Non lo sappiamo, ma la storia ci attraversa costantemente e noi attraversiamo senza saperlo la storia. Di questo cammino di attraversamenti mi sembra doveroso fare un resoconto per coloro che verranno».
La Repubblica, 26 aprile 2019

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