mercoledì, marzo 14, 2012

Dalla Chiesa sapeva dov'era Rizzotto, ma il ministero gli negò i fondi

Dalla Chiesa a Corleone nel 1949
  • Riemerge il rapporto con cui l'allora capitano dei carabinieri descriveva la foiba nella quale sessant'anni dopo sarebbero stati ritrovati i resti del sindacalista. Ma lo Stato non volle spendere 500 mila lire per recuperarli
    di ROMINA MARCECA
  • L'allora capitano Carlo Alberto Dalla Chiesa aveva 27 anni la sera del 10 marzo 1948, quella in cui Luciano Liggio e i suoi fedelissimi uccisero il sindacalista della Cgil Placido Rizzotto. Comandava già il gruppo squadriglie dei carabinieri di Corleone e intraprese subito un'indagine serrata. I suoi contatti sul territorio si rivelarono preziosi. In poco tempo scoprì dove si trovava la foiba a Rocca Busambra nella quale venne gettato il corpo di Rizzotto. È la stessa nelle quale, cinquant'anni dopo, si sono calati poliziotti e vigili del fuoco, ritrovando i resti ossei del sindacalista, dopo decenni di indagini, depistaggi e appelli.

GUARDA / Il rapporto di Dalla Chiesa

Tutto questo è contenuto nel "rapporto Dalla Chiesa", un documento eccezionale che per la prima volta esce dagli archivi della Camera del lavoro di Corleone, a cui è stato donato dall'Arma. Dalle 50 pagine, che contengono le confessioni di Pasquale Criscione e Vincenzo Collura, poi ritrattate, e le conclusioni delle indagini, emerge che la storia ha dato ragione a Dalla Chiesa. Senza nulla togliere alla complessa indagine conclusa pochi giorni fa dalla polizia, di fatto Dalla Chiesa era giunto alle stesse conclusioni già nel 1949, un anno dopo la morte del sindacalista che si batteva per i diritti dei contadini. 



Era il 18 dicembre 1949 e dalla Chiesa scriveva: "Il giorno 6 di questo mese gli uomini hanno identificato la "Ciacca". Una grossa pietra venne allora calata con una fune lunga 50 metri circa e si riportò il convincimento che la fatica fosse stata coronata del successo. Due giorni dopo con un sistema a mo' di carrucola si fece scendere il dipendente carabiniere Notari Orlando che vide prima di svenire figure informi".

Vennero recuperati i resti di tre corpi nel cimitero della mafia corleonese. Uno scarpone americano, un legaccio e una calza furono riconosciuti dai genitori di Rizzotto. Ma perché, allora, il mistero è durato 64 anni? Ci volevano un milione e 750 mila lire per recuperare tutto il corpo, ma il ministero di Grazia e giustizia negò il finanziamento. Nonostante il riconoscimento dei genitori davanti al pretore Bernardo Di Miceli , primo cugino del capomafia di Corleone Michele Navarra, mandante dell'omicidio Rizzotto, "Lucianeddu" Liggio si conquistò la sua prima assoluzione da giovane boss. "Insufficienza di prove" per lui, Criscione e Collura. 

Eppure Dalla Chiesa in poco tempo, aveva saputo molto sul conto del boss emergente Luciano Liggio. Nel rapporto riportò anche il nome di Biagio Cutropia. In casa sua era stata trovata una botola coperta da 9 mattonelle. Secondo Dalla Chiesa lì c'era un covo di Liggio. Nel rapporto lo descriveva così: "La giustizia degli uomini mai l'aveva raggiunto in quanto la sua sanguinarietà era fra gli altri  vittime o non  sinonimo di terrore. A Collura disse che Rizzotto era stato ucciso perché era un tragediatore, una spia, e aveva aggiunto di averlo buttato dentro uno spacco della montagna dove nessuno lo avrebbe trovato".

I reperti recuperati da Dalla Chiesa furono persi tra i labirinti del Tribunale dopo l'inizio del processo. Così la famiglia non ebbe mai, fino al 9 marzo scorso, una tomba sulla quale piangere. Intervenne anche l'Antimafia per smuovere le acque, poi, dal 2008, ci pensò la polizia di Corleone aiutata dai consigli del segretario della Camera del Lavoro, Dino Paternostro, e dai vecchietti del paese
La Repubblica, 13.3.2012

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