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venerdì 10 settembre 2021

“Se le donne dei morti ammazzati si decidessero a parlare così come faccio io, non per odio o per vendetta ma per sete di giustizia, la mafia in Sicilia non esisterebbe più da un pezzo»

“Se le donne dei morti ammazzati si decidessero a parlare così come faccio io, non per odio o per vendetta ma per sete di giustizia, la mafia in Sicilia non esisterebbe più da un pezzo»

Ma non tutte e non tutti hanno il coraggio di Serafina Battaglia, la prima donna a testimoniare contro la mafia. Perché quasi tutte e quasi tutti hanno paura delle conseguenze.

Lei però non ebbe paura, perché quando decise di testimoniare, ormai la cosa più atroce che potesse accaderle era già accaduta: suo figlio, Salvatore, era stato ucciso dalla mafia. 

Salvatore era un bravissimo ragazzo, un ragazzo molto “educato”. Ma era cresciuto nel posto sbagliato, perché suo padre era un mafioso, la sua famiglia era mafiosa, e la sua “educazione” prevedeva il rispetto del codice d’onore dei mafiosi. 

Così, quando il padre fu ucciso in una guerra di clan a Palermo, la madre chiese al figlio di vendicarlo. Salvatore però non fece in tempo, e fu ucciso dagli stessi assassini del padre. Era il 30 gennaio 1962.

A quel punto Serafina non aveva più nulla da perdere. Se davanti alla morte del marito non aveva parlato, incatenata nella trappola dell’omertà, davanti alla morte del figlio non poteva e non voleva restare zitta.

Rivelò tutto: al giudice Cesare Terranova fece tutti i nomi dei mafiosi che andavano a casa sua, che facevano affari con il marito, dei mandanti e dei sicari di tanti delitti di mafia. Rivelò nomi, segreti di famiglia, informazioni, tutto quello che sapeva sulla mafia di Palermo. 

Lei però rimase sola, i parenti e gli amici non la appoggiarono, avevano paura, la screditarono come pazza e la isolarono. Serafina ebbe difficoltà addirittura a trovare un avvocato, e se ci riuscì, fu solo grazie all’aiuto del giornalista Mario Francese del Giornale di Sicilia. Un altro giornalista, Mauro de Mauro, credette in lei, facendo esplodere mediaticamente il caso della “vedova della mafia”, quando Serafina Battaglia entrò finalmente in un’aula di tribunale: una donna accusava i boss guardandoli negli occhi e puntando il dito. Serafina li insultava, sputava, inveiva. Senza paura. Perché lei paura non ne aveva, e non ne ebbe  mai.

Non aveva paura, ma non aveva nemmeno troppa fiducia nella giustizia: 

“Perché la giustizia ha bisogno della fotografia mentre uno spara. Non ci bastano le lettere, non ci basta che parli la madre, i testimoni… Quella divina è più di quella terrena”.

E aveva tristemente ragione. 

Perché nel 1979 i mandanti del delitto vengono assolti per insufficienza di prove. 

Nello stesso anno il giudice Cesare Terranova viene ucciso dalla mafia.

Anche Mario Francese viene ucciso nel 1979. Anni prima era stato ucciso Mauro de Mauro. Tutte vittime della mafia. Quella mafia che Serafina aveva provato a sconfiggere, invano.

Dopo la sentenza di assoluzione Serafina Battaglia smise di cercare giustizia, non aveva più la forza di lottare. Rimasta sola e dimenticata, si chiuse nel silenzio e nel dolore, sempre vestita a lutto, fino alla sua morte, il 10 settembre 2004.

Però anche se Serafina non è riuscita a vedere gli assassini di suo figlio in prigione, il suo gesto è servito da esempio e modello: il suo no all’omertà non può essere ignorato, e nemmeno dimenticato. E soprattutto oggi, a distanza di anni dalla sua storia tragica e terribile, non dobbiamo dimenticare la sua domanda tanto logica quanto semplice: 

“La mafia fa schifo, che ci sta a fare?”

🦋 La farfalla della gentilezza

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