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giovedì 23 settembre 2021

"La trattativa Stato-mafia nel 1992 ci fu ma non è reato". Assolti Mori, De Donno e Subranni. Non colpevole Dell'Utri. Condannato solo Bagarella


di SALVO PALAZZOLO

Verdetto ribaltato: la sentenza riscrive l'inchiesta di Palermo sul dialogo segreto accogliendo la tesi degli ex ufficiali dell'Arma che avevano sempre ammesso di aver intrattenuto un dialogo segreto con Ciancimino ma solo per arrivare alla cattura di Riina. L'ex senatore di Forza Italia riconosciuto estraneo alla vicenda. Il boss Leoluca Bagarella condannato perché minacciò il governo Berlusconi, ma nel 1993 invece non si avviò nessuno scambio con i vertici dello Stato

La Corte d’assise d’appello di Palermo demolisce la sentenza di primo grado del processo “Trattativa Stato-mafia”. Arriva l’assoluzione per l’ex senatore Marcello Dell’Utri ("per non avere commesso il fatto"), per gli ex generali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni ("perchè il fatto non costituisce reato"), in primo grado erano stati condannati a 12 anni. Assoluzione anche per l’ex colonnello Giuseppe De Donno, che aveva avuto 8 anni.

Tutti erano imputati del reato di minaccia a un corpo politico, minaccia lanciata dai mafiosi con le bombe. La corte ha confermato invece la condanna per i boss Leoluca Bagarella, riducendola da 28 a 27 anni di carcere, e Antonio Cinà, 12 anni. Segno che la minaccia mafiosa ci fu, con le bombe del 1992 (Capaci e via d'Amelio) e del 1993 (tra cui via dei Georgofili a Firenze e via Palestro a Milano), ma gli uomini delle istituzioni imputati non la trasmisero ai vertici governativi. E nessuno, nel palazzo del governo, raccolse il ricatto.

L'accusa per Bagarella è stata riqualificata in tentata minaccia al governo Berlusconi.

Questa la decisione del collegio presieduto da Angelo Pellino (a latere Vittorio Anania) tre anni e mezzo dopo la sentenza di primo grado, che era stata emessa dalla corte d’assise presieduta da Alfredo Montalto, il 28 aprile 2018. Una decisione che respinge le richieste dei sostituti procuratori generali Giuseppe Fici e Sergio Barbiera, che avevano sostenuto l’accusa in secondo grado.

Il dispositivo della sentenza

Nel corso del dibattimento era stata già dichiarata prescritta la condanna di Massimo Ciancimino, il supertestimone del processo, che in primo grado aveva avuto 8 anni per aver calunniato l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. La sentenza conferma la prescrizione per il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca.

Il ruolo degli ex ufficiali del Ros

Nella ricostruzione dei pubblici ministeri del primo grado (Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi), la trattativa fra Stato e mafia sarebbe stata articolata in due fasi. Nel 1992, gli ufficiali del Ros avrebbero cercato di fermare la strategia delle bombe intavolando un dialogo segreto con l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino. Dialogo mai negato dagli ufficiali finiti sotto accusa. Anzi, rivendicato, come “operazione di polizia” finalizzata non a concessioni, ma alla cattura di Riina. "Giammai, una trattativa può essere ritenuta illecita né sotto il profilo politico, né sotto quello giuridico – hanno argomentato gli ex ufficiali nel processo – competendo al potere esecutivo e alle forze dell’ordine promuovere tutte le iniziative ritenute necessarie per prevenire l’ulteriore commissione di gravi crimini". Mori, Subranni e De Donno avevano peraltro sempre negato di avere mai ricevuto il “papello” con le richieste di Riina per fermare le stragi.

Ricostruzione che in primo grado non era stata accolta. La sentenza di condanna aveva contestato "il dolo specifico di colui che abbia lo scopo di agevolare l’attività di un’associazione di tipo mafioso o che comunque abbia fatto propria tale finalità". L’assoluzione di oggi dice invece che l’attività degli ufficiali del Ros fu lecita. E accoglie in pieno la linea della difesa, sostenuta dagli avvocati Basilio Milio e Francesco Romito.

Le accuse a Dell’Utri

Per l’accusa, ci sarebbe stata anche una seconda trattativa dopo l’arresto di Riina, fra il 1993 e il 1994, condotta dal boss Bernardo Provenzano e dall’ex senatore Marcello Dell’Utri. Quest’ultimo, già condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, era stato ritenuto responsabile di aver fatto da “cinghia di trasmissione” di un’altra minaccia; destinatario finale, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, dal maggio 1994 al suo primo governo. Per i giudici di primo grado, il messaggio era stata recapitato, e anche accolto: stava infatti per essere approvata una norma che avrebbe fatto un gran favore ai boss. Questo veniva ricostruito nella sentenza della corte d'assise. Nel decreto Biondi era previsto che l’arresto per i mafiosi non sarebbe stato più obbligatorio in assenza di “esigenze cautelari”. Poi, un’intervista dell’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni fece saltare l’approvazione.

Adesso, la sentenza d’appello fa cadere anche questa ricostruzione.

La Repubblica, 23/9/2021

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