11/07/2026

Zoff "Berlusconi mi attaccò e divenni un rivoluzionario. La felicità non fa rumore"


L'INTERVISTA. Il mito del Mundial '82 si racconta dall'infanzia in Friuli ai successi sportivi. "A casa mi potevo lamentare soltanto della grandine"

DI MALCOM PAGANI

Qui accanto Zoff ai tempi della Juventus, a sinistra la foto della partita a scopone in aereo con il ct Bearzot, Causio e il Presidente della Repubblica Sandro Pertini Dino Zoff, unico giocatore italiano a vincere Europeo e Mondiale, è stato ct dell'Italia fino a Euro 2000 e ha allenato in Serie A Juventus, Lazio e Fiorentina Dino Zoff, 84 anni, solleva da capitano la Coppa del mondo in Spagna nel 1982

A casa mia ci si poteva lamentare solo della grandine». 

Perché? 


«Perché dal cielo non potevi difenderti. Tutto il resto dipendeva da te. Dovevi alzarti alle sei, andare in officina, allenarti e poi tornare a casa a tarda sera? Pura normalità. Lagnarsi era vietato. Il lavoro era salute. Era vita. Mio padre non aveva dovuto dire troppo: "Se non riesci a farti strada nel calcio, almeno un mestiere ti resta"». 

A suo padre i lunghi discorsi non piacevano. 

«La parola conta moltissimo. Non va sprecata, altrimenti perde importanza. A casa nostra non ci raccontavamo palle e non trovavamo giustificazioni. Mio padre era stato bersagliere. Partito per la guerra, era stato lontano 8 anni. L'Africa, l'Albania, la Jugoslavia e poi, dopo l'8 settembre, la prigionia in un campo di lavoro. A casa era tornato attraversando a piedi l'Europa. Sofferente, ma vivo». 

Tra meno di quattro mesi Dino Zoff compirà 85 anni. Sa che non tutto si può parare: «Sogno cose così strampalate che per trovare un senso mi ci vuole mezza giornata» e che non tutto può essere spiegato. È nato nell'inverno più freddo dello scorso secolo e ha attraversato le stagioni fidandosi soltanto della propria temperatura interiore: «La dignità è basilare e dignità significa essere sé stessi. Sono l'unico calciatore italiano ad aver conquistato sia un Europeo che un Mondiale, ma sono soprattutto un uomo di sport. Uno che ha provato sempre a vincere, ma sa che si può anche perdere. Quando mi è accaduto, e mi è accaduto, non ho mai cercato scuse. Una volta presi un gol strano e dissi a mio padre che non mi aspettavo quel tiro. Fu asciutto: "Fai il farmacista per caso?". Mi stava dicendo "prenditi le tue responsabilità". In un Paese in cui di fronte all'errore la colpa è sempre di un altro mi diede una lezione importante. Io ho sempre preferito dirmi "sono un coglione" piuttosto che incolpare la sfortuna. Poi certo, nella vita bisogna avere anche un po' di culo». 

Lei lo ha avuto? 

«Se sono ancora qui a 84 anni e non mi dimentico niente come posso dire di no?». 

La memoria è tenerezza? 

«La memoria è paura. Paura di perderla». 

Il primo ricordo? 

«I rumori dei tedeschi in ritirata. Ho tre anni, sono in piedi su un letto e mi affaccio alla finestra per vedere che succede». 

Che clima c'era a casa sua? 

«C'erano le regole, i ruoli, la semplicità. Le mucche, l'orto, le galline e il maiale che durava per un anno intero. Era tutto chiaro, senza sovrastrutture. A casa mia non esisteva l'ipotesi di chiedersi cosa fare e non si poteva non imparare a fare qualcosa. La pratica era così importante, utile e determinante che da sola indicava la via». 

Ha mai preso uno schiaffo? 

«Non occorreva. Quando mio padre si arrabbiava bastava la voce. Il timbro fermava l'aria. "Le botte si danno solo all'asino" diceva "e quello rimane asino"». 

Esordì in Serie A con l'Udinese 65 anni fa. 

«Presi 5 gol a Firenze e mi vergognai come un ladro. Andai al cinema per dimenticare e all'intervallo La Settimana Incom proiettò sullo schermo le immagini della partita. Scivolai sulla poltrona fino a sfiorare il pavimento». 

Se fosse andata male? 

«Avrei fatto il meccanico. Non ero male con i pistoni, sa?». 

Dopo Udine andò a Mantova. 

«Arrivai con una 850 Abarth modificata. Il presidente impallidi: "Ma cos'è sto trabiccolo?"». 

A Mantova conobbe sua moglie. 

«Stiamo insieme da allora. Mi sono sposato per amore: è stata una buona idea». 

Trasferirsi al Napoli fu un'idea altrettanto felice? 

«Felicissima. Napoli era un carnevale, un manicomio, una città meravigliosa. Sono stato molto amato e ho restituito amore. Prima dell'esordio si avvicina un compagno: "Mi raccomando, quando entriamo saluta la curva". Per abituarmi ci misi un po'. All'inizio la manina era timida. Mi sembrava di comportarmi da ruffiano». 

A Napoli incontrò gente romanzesca. 

«Tanti caratteri, i più diversi. Pesaola, l'allenatore, indossava un cappotto di cammello per scaramanzia anche a 40 gradi e insultava gli avversari fingendo di dare indicazioni tattiche in castigliano. Sivori invece lavorava di ironia. Nel tunnel i rivali lo stimolavano: "Omar, ti ricordi di quella partita giocata insieme?". E lui: "Io giocavo, tu, a essere buono, eri in campo». 

Nel 1968 diventò Campione d'Europa, 2-0 alla Jugoslavia con gol di Riva. 

«I tricolori alle finestre non li avevo mai visti. Ero amico di Gigi, c'era un bel legame impastato dai silenzi. Entrambi timidi. Se io dicevo poco, lui parlava ancora meno». 

Due anni dopo, al mondiale messicano, il Ct Valcareggi le preferì Albertosi. 

«Caratterialmente eravamo agli antipodi, ma Ricky era un grande portiere. Valcareggi scelse lui e io soffrii. Non ho mai fatto la vittima, ma non ho mai finto che l'invidia calcistica non ci fosse. In Messico ero di pessimo umore, avevo il muso lungo, ero incazzato e in allenamento ero pericoloso. Uscivo con rabbia perché provavo rabbia». 

Battemmo la Germania e perdemmo con il Brasile in finale. Non furono applausi. 

«I tifosi ce l'avevano con Valcareggi, sfondarono le recinzioni e invasero la pista di Fiumicino in 5.000. Il pilota parcheggiò in fondo alla pista, al limitare dei campi di grano. Ci portarono in un hangar e lasciammo lo scalo scortati da un blindato». 

«Perché noi del football siamo tanti e siamo soli» scrive Arpino in Azzurro tenebradisegnando Bearzot. In Germania, al Mondiale del '74, Enzo era il secondo di Valcareggi. 

«Andò malissimo e uscimmo al primo turno. Fu una grande delusione, uno choc collettivo e anche personale. Ero imbattuto dal '72 e quel record non venne spazzato via da un campione, ma da un signor nessuno di Haiti. Mi sembrò logico e persino giusto. Era nell'ordine delle cose». 

Sostituito, Giorgio Chinaglia mandò a fare in culo Valcareggi in mondovisione. 

«In Germania dormivo proprio con Giorgio. In campo era straordinariamente generoso, fuori strambo e spesso sopra le righe. In definitiva un uomo molto buono». 

Lei non gli disse niente? 

«Mi capitava di insultarlo a morte, ma senza alcun risultato. Un anno, mentre facevamo la naja, trascorremmo una settimana di campeggio insieme ad altri militari. Era una situazione ludica e non c'erano trincee da assaltare. Ma a Giorgio avevano dato i gradi di caporale e sembrava di essere al cinema. Non interpretava un ruolo: era il ruolo stesso». 

Lei nel ‘74 era già alla Juventus. 

«Con i portieri a Torino avevano avuto tante delusioni e convincere il pubblico a fidarsi di me fu complesso. Ti arrivavano tre tiri a partita e se ne paravi due erano problemi». 

Da ex meccanico alla città della Fiat. 

«Erano anni difficili e pensavamo soltanto a giocare. Non perché non avessimo le nostre idee, girassimo la testa dall'altra parte o desiderassimo chiudere gli occhi di fronte al mondo, anzi. Ma le faccio io una domanda: anche se li tieni aperti, gli occhi, alla fine sei proprio sicuro di vedere bene?». 

Cos'è stata per lei la politica? 

«Un comportamento che ha a che vedere con le tue azioni e con la tua onestà e non ha mai a che fare con la propaganda. In politica ce n'è troppa. Uno ti dice che è meglio il bianco, l'altro giura sia preferibile il rosso e allora sei costretto a schierarti e a militare. Alla militanza ho sempre preferito il pensiero libero». 

Ma essere agnostici non confina con il qualunquismo? 

«Non sono mai stato agnostico né qualunquista. Ho sempre scelto e ho sempre votato perché partecipare è il presupposto per essere rappresentati. Se non voti, lamentarti del governo di turno è sterile: devi stare in campo perché in tribuna hanno tutti ragione». 

Lei in campo ha passato la sua esistenza. Cosa le ha insegnato lo sport? 

«Che non puoi barare. Nella vita possiamo farlo, metterci una cravatta, fingere, travestirci o dire cose che non pensiamo. Nello sport no, nello sport vince sempre il migliore». 

Lei mi diceva voleva vincere. 

«Ho voluto vincere per vincere me stesso, per superare i miei limiti, per migliorarmi». 

Maestri? 

«Cestimir Vycpálek, il mio primo tecnico alla Juventus, era meraviglioso. Veniva dall'est, dalle guerre, dai regimi e aveva una pacatezza, un'apertura mentale e una saggezza che per imporsi non aveva bisogno di teatrini. Non l'ho mai sentito alzare la voce». 

Zdenek Zeman, il nipote di Vycpálek?

«Era diverso e con Vycpálek non c'entrava niente». 

Alla Lazio incontrò Paul Gascoigne. 

«Una sera, siamo in ritiro, viene da me e nel suo italiano improbabile mi dice: "Io andare a casa". Voleva correre dalla sua ragazza: provo a spiegargli che non è il caso. Parole al vento. Il giorno dopo, mentre mangiamo con la squadra, intuisco una figura oltre il vetro: "Mister, io sapere tu bisogno di me, io arrivato, ma non fatto in tempo a vestire". Era completamente nudo. Lo mandai a casa, ma mi costò. Lo avrei fatto giocare perché gli artisti si ammirano, non si giudicano. Gascoigne era un talento incredibile e un uomo che commuoveva e inteneriva. Gli ho voluto molto bene».

Voleva bene anche a Enzo Bearzot. La scelse per il Mondiale 1982, a 40 anni, nonostante mezzo Paese la volesse prepensionare. 

«Chi era Enzo? Acume, bontà, sapienza. Prima di trionfare a Madrid lo avevano insultato persone, anzi poveracci, che non valevano un'unghia dell'uomo che era». 

Lei sollevò la Coppa e lo ripagò. 

«Dopo la partita mi attardai per le interviste e tornai in hotel con i magazzinieri. Mentre tutti facevano festa mi ritrovai con Gaetano Scirea a bere vino e fumare sigarette in solitudine. Fu un momento così bello, così raccolto, così intimo e così diverso dalla banalità della baldoria. Volevamo assaporarlo, assorbire quella felicità, sentirla nel profondo dove non c'è bisogno di rumore». 

In raccoglimento. 

«No, raccoglimento è una brutta parola». 

Amicizia invece? 

«Amicizia è bellissima. Scirea era il mio amico più caro e morì in Polonia, in un modo tragico e assurdo. Era un santo, Gaetano. Un ragazzo che aveva avuto meno di quanto meritasse. Aveva un'intelligenza, una modestia, una classe e un'eleganza che non puoi non rimpiangere. Si sarà accorto che di eleganza oggi, in giro, ce n'è poca». 

Pertini era elegante? 

«Con me fu elegantissimo. Giocammo a scopone in coppia sul volo di ritorno e perdemmo contro Causio e Bearzot. Quindici giorni dopo suonò il postino. Il Presidente si scusava per il suo errore e si augurava di rifarsi. Il cablogramma, a casa, ce l'ho ancora». 

Dopo la finale dell'europeo del 2000, persa con la Francia al Golden gol, Berlusconi la criticò e parlò di scelte indegne. Lei si dimise dalla Nazionale: «Non posso prendere lezioni di dignità dal signor Berlusconi». Si è mai pentito?

«Nel calcio puoi fare di tutto, litigare, rovesciare i tavoli, urlare, ma poi finisce sempre tutto a tarallucci e vino. In quel caso le dimissioni rappresentavano un gesto rivoluzionario. Lo sapevo, come sapevo che lo avrei pagato perché in qualche modo la mia carriera di tecnico è finita lì. Giusto? Sbagliato? So soltanto che in quel momento non ero in grado di fare altro e non volevo fare altro. Lo feci e anche se non ho pianto in pubblica piazza non ho cambiato idea. Gli altri in fondo cosa sanno di cosa senti davvero, di cosa ti fa gioire o soffrire?». 

La riporto ancora indietro. Nel 1983, un anno dopo avere vinto il Mondiale, lei giocò l'ultima partita della sua carriera in Svezia. 

«Fu un dolore. Il dolore di abbandonare per sempre la gioventù. Finiva una storia bellissima che avrei voluto durasse per sempre e che riscattava il bambino che ero stato, trattato come lo scemo del villaggio, quello che si buttava nel fango per parare e si sporcava le uniche braghe che possedeva. Dopo ho fatto l'allenatore e persino il presidente, ma non è stato lo stesso. Non sei morto, ma per un calciatore l'addio somiglia a un lutto». 

Pensa mai alla morte? 

«Beh insomma, sono a ridosso. Ci penso, certo che ci penso». 

E ne ha paura? 

«Quando non sai dove vai a finire, nel niente o nel tutto, provare paura è normale». 

Cosa significa avere più tempo alle spalle di quello che c'è davanti? 

«È già tutto nella domanda. Quello che è passato è passato e ciò che rimane speri si trattenga ancora per un po'». 

È stato un uomo felice? 

«Direi di sì anche se la felicità è una bestia così intima che dare una risposta sensata è difficile». 

Ha capito chi è stato? 

«Non so chi sono stato e neanche me lo chiedo. Mi sento Dino e basta». 

Si sente anche un provinciale? 

«No, mi sento un paesano». 

E torna mai nel suo paese natale? 

«Meno di quanto vorrei. Sono uno sradicato». 

Un apolide. 

«No, apolide no. Apolide non mi piace. Apolide significa che sei del mondo e di nessuno. Invece io sono friulano». 

Dura solo un attimo la gloria? 

«Certa gloria, quella pubblica, sicuramente. Poi resta altro». 

E cosa resta? 

«Resti tu».

La Repubblica, 7 novembre 2026

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