11/02/2026

LA MANOVRA FINANZIARIA: SIAMO ALLE SOLITE “UN PO’ A TUTTI E NIENTE A NESSUNO”


di
Giuseppe Lumia

“Ci risiamo”: ho subito pensato così di fronte all’ennesima manovra di bilancio e di finanza pubblica approvata dal Governo. Ci risiamo con le continue iniquità, le carenze strutturali e le ripercussioni elettoralistiche.

Un po’ a tutti, niente a nessuno

Ma il “ci risiamo” di quest’anno lo voglio concentrare su un approccio che è poco evidenziato nei vari commenti giustamente critici sulla manovra, cioè su un’impostazione così sintetizzabile: “un po’ a tutti e niente a nessuno”. L’ho imparato amaramente nella mia esperienza parlamentare in Commissione Bilancio al Senato. È il viziaccio dell’Italietta che scorre lungo tutto il percorso della seconda Repubblica e che, tranne qualche rara eccezione, continua a produrre scarsi e pessimi risultati sia sul versante degli investimenti per rilanciare lo sviluppo del Paese, sia su quello del contenimento e della riduzione del debito pubblico, che continua nel frattempo a pesare come un macigno soprattutto sulle nuove generazioni.

Ogni anno, procedendo così miseramente, si continua a gettare nel cestino una massa di risorse che varia solitamente dai 25 ai 35 miliardi di euro, senza che sia risolto alcun problema strutturale che blocca al palo la crescita economica e sociale.

Concentrare le risorse sui problemi strutturali 

Pensate se almeno l’80 per cento di 30 miliardi l’anno venisse destinato esclusivamente alla soluzione di alcuni problemi atavici. Partirei dalla sanità, dove siamo ormai ai minimi termini della tenuta del Servizio Universale, che ci ha fatto vivere una stagione senza precedenti nella cura di qualità, accessibile a tutti. Per spostare l’asticella attuale del Fondo sanitario nazionale sulla media europea del 7 per cento del Pil, dobbiamo avere la lucidità, o meglio l’onestà intellettuale, di fare investimenti massicci e decisivi, piuttosto che procedere, come nelle ultime manovre finanziarie, con pannicelli caldi, continuando a sfibrare il tessuto del nostro welfare e consegnando di fatto la cura dei cittadini alla sanità privata, senza che il Parlamento sia stato chiamato, alla luce del sole, a decidere in tal senso e con una palese violazione dell’articolo 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”.

La stessa riflessione potremmo farla per il sistema formativo (asili, scuola, università e ricerca), per la sicurezza, per la rigenerazione urbana, per le politiche energetiche e ambientali…

Anno dopo anno, ciascun problema strutturale, affrontato volta per volta e concentrando su di esso le risorse disponibili, verrebbe trasformato in volano di ripresa, capace di farci raggiungere quella soglia risolutiva del 3 per cento di crescita della ricchezza del Paese, senza la quale non c’è uno sviluppo reale né un serio abbattimento del debito pubblico.

Senza politiche di bilancio espansive neokeynesiane, consistenti e ben mirate, il nostro Paese non uscirà dalla sopravvivenza in cui langue ormai da troppi anni.

Il nodo della spesa militare

Da quest’anno siamo di fronte ad un altro problema esiziale: lo spostamento di investimenti massicci verso la spesa militare avrà come esito quello di mandare definitivamente all’aria il sistema di welfare e, con esso, la coesione sociale e la fiducia nelle virtù della democrazia, che rischia così di essere preda di possibili sbocchi autoritari e lesivi dei diritti fondamentali.

La scelta dell’Europa Federale

Basta procedere in tal senso? Certo, questo sarebbe un passo avanti realmente innovativo e significativo. Perché sia risolutivo, però, è necessario attivare un altro livello decisionale, di cui si parla poco e male: quello europeo. Non mi riferisco all’attuale e inconcludente Unione Europea, che si limita a controllarci soprattutto sul versante del debito pubblico, ma a quella che ancora non è stata realizzata, l’Europa federale, che può dedicarsi allo sviluppo sostenibile socialmente e ambientalmente, quella che è stata pensata a Ventotene durante l’avanzata nazifascista del 1941. Allora, la visione progettuale degli antifascisti del calibro di Spinelli, Rossi e Colorni, proprio nel periodo più buio, prese il sopravvento rispetto alla sfiducia, alla rassegnazione e alla resa.

In sostanza, bisogna smetterla di giocare con le attuali regole europee che, come si dimostra anno dopo anno, attraverso autorizzazioni di carattere congiunturale e, per di più, elettoralistico concesse con il contagocce, non lasciano margini di manovra per nuove ed efficaci politiche espansive di reddito, diritti e coesione sociale. Solo nel contesto nuovo dell’Europa Federale potremmo superare definitivamente i limiti strutturali allo sviluppo del nostro Paese e degli altri Stati Europei.

Con un’Europa libera dal ruolo dominante e paralizzante della governance in mano ai Governi nazionali, potremmo avere politiche di sviluppo omogenee, in grado persino di guidare la geopolitica globale verso nuovi orizzonti di Pace, Giustizia e Salvaguardia dell’Ambiente.

Un’Europa con un assetto di governance Federale potrebbe, ad esempio, fare proprio il debito sovrano e accompagnarlo senza strozzare lo sviluppo dei Paesi come l’Italia. Potrebbe rigenerare il sistema integrato di welfare, che contraddistingue tuttora nel mondo il modello europeo sociale, all’interno del panorama delle democrazie occidentali.

Una difesa europea comune

Solo così potremmo risolvere, ad esempio, la questione spinosissima delle spese militari. Non deve essere sottaciuto che, se i 27 Paesi subiscono il diktat trumpiano di portare la spesa militare al 5 per cento del Pil, avremmo tre risultati altrettanto rovinosi:

• Il primo: distruggeremmo i sistemi di welfare con l’inevitabile e drammatica rottura della coesione sociale.

• Il secondo: getteremmo sul lastrico il già precario reddito del ceto medio e renderemmo il ceto più basso privo di qualsiasi protezione sociale, con conseguenze devastanti sulla tenuta delle democrazie e sulle stesse possibilità di crescita dell’economia.

• Il terzo: paradossalmente, nonostante questo inedito impegno finanziario, i 27 Paesi non disporrebbero di un esercito in grado di competere con le superpotenze globali.

Lasciando invece inalterato l’attuale livello di spesa militare, nella prospettiva di costituire un unico esercito federale, sulla base della norma costituzionale italiana che sancisce il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, avremmo a disposizione un vero esercito, realmente autonomo, efficiente e sempre in ottica difensiva, e potremmo liberare finalmente risorse finanziarie da destinare alle sfide interne ed esterne che ogni Paese non è in grado di affrontare singolarmente.

Questa ennesima manovra finanziaria è pertanto un’altra occasione perduta e priva di effetti reali positivi sulla vita sociale ed economica. Cambiare passo è ancora possibile, ma richiede la scelta di governare con un’altra logica di politica pubblica all’interno del Paese e con un altro modello politico di Europa.

1 Novembre 2026

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