Finalmente l’America reagisce. E con essa tornano a respirare quanti, nel mondo, avevano cominciato a temere che la più grande democrazia occidentale fosse diventata ostaggio dell’arroganza di un uomo solo.
Le elezioni di metà mandato hanno inflitto a Donald Trump una pesantissima sconfitta politica. I democratici hanno riconquistato il Senato e hanno la maggioranza alla Camera. Questo voto di ieri ha dimostrato che l’America non coincide con Trump, né con i suoi fanatici MAGA. E che milioni di cittadini non sono disposti a consegnare indefinitamente il proprio futuro alla prepotenza, alla paura e al culto della personalità.
L’America torna a mostrare il suo volto plurale: afroamericani, latinos, donne, musulmani, cittadini di ogni provenienza e convinzione possono concorrere a governare un Paese che proprio dalla diversità ha tratto gran parte della sua grandezza.
È anche questa la forza dell’American Dream. Non la ricchezza ostentata dai miliardari, ma la possibilità di emanciparsi, partecipare, contare qualcosa.
Evidentemente gli americani cominciano ad averne abbastanza del presidente-palazzinaro che prometteva ordine e sicurezza e ha trasformato la questione dell’immigrazione in una stagione di rastrellamenti, espulsioni e violenze, con vittime innocenti e famiglie terrorizzate.
Prometteva di abbassare il costo della vita, ma milioni di americani continuano a fare i conti con prezzi insostenibili.
Pretendeva il Nobel per la Pace, mentre la sua politica estera ha alimentato conflitti, minacce e pericolosissime tensioni internazionali.
Minacciava di abbandonare la NATO, umiliava gli alleati europei e mortificava Zelensky con un trattamento che non ha mai avuto il coraggio di riservare a Putin.
E tutto questo nel nome di un’America da rendere nuovamente grande! Ma quale grandezza può esserci nell’umiliazione dei deboli, nell’insulto sistematico agli avversari, nel disprezzo delle regole e nell’ostentazione dell’ignoranza?
La vera grandezza di una nazione non si misura dalla prepotenza del suo presidente, ma dalla dignità delle sue istituzioni e dalla libertà dei suoi cittadini.
Ecco perché questo voto è importante anche per noi europei.
Restituisce fiato e credibilità a quanti, in Europa, in Canada, in Australia, hanno rifiutato di inchinarsi al nuovo imperialismo politico e commerciale della Casa Bianca.
E manda un messaggio anche ai nostri aspiranti autocrati, ai sovranisti di professione, agli ammiratori dell’uomo forte: da Le Pen a Farage, dall’AfD a Vox, fino ai nostrani interpreti di un nazionalismo aggressivo e inconcludente.
Attenzione, però. Trump non è politicamente finito. Gli restano due anni di presidenza e un’enorme capacità di condizionare, minacciare, ricattare e dividere. Potrebbero essere due anni di rappresaglie e colpi di coda, tanto più pericolosi quanto più forte sarà il suo risentimento.
Ma qualcosa si è incrinato: il mito dell’invincibilità, anzitutto.
E soprattutto è tornata una convinzione che sembrava essersi smarrita: il voto può ancora fermare la deriva autoritaria.
Non bastano gli slogan, le bandiere agitate come armi, le folle eccitate dalla propaganda. Alla fine esistono ancora cittadini capaci di ragionare, giudicare e scegliere.
Ed è proprio da questa ritrovata fiducia che dovrebbe ripartire anche l’Europa. Non con ventisette egoismi nazionali, non inseguendo i capricci di Washington, ma costruendo finalmente una vera unità politica, economica e di difesa: gli Stati Uniti d’Europa!
Perché, se l’America sta ritrovando la forza di reagire, noi europei dobbiamo trovare quella di unirci.
La democrazia non è morta. Ha soltanto bisogno di cittadini che abbiano il coraggio di difenderla. E stanotte, dall’altra parte dell’Atlantico, quel coraggio è tornato a farsi sentire.
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Diego Maggio
M a r s a l a
4.11.2026


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