venerdì, marzo 11, 2022

Trent'anni fa il delitto di Salvo Lima. Così Riina lanciò la stagione delle stragi

L’omicidio Lima

di Enrico Bellavia

L'omicidio del dirigente dc rappresentò il primo atto di una lunga scia di sangue. Il racconto dei pentiti: "Punito perché non fu in grado di aggiustare il maxiprocesso"

Il maxiprocesso fu la sua condanna. Non era tra gli imputati, ma i tempi del giudizio coincisero con la sua parabola discendente. Doveva morire già nel 1989, lo graziarono e si misero ad aspettare. Non accadde nulla. E così sul finire del 1991 il suo nome era già in cima alla lista nera. All'inizio dell'anno successivo, quando ormai era chiaro che ogni impegno a ribaltare il verdetto di Palermo era stato disatteso, decisero di spuntare i nomi di quel foglio. E cominciarono da Salvatore Achille Ettore Lima, detto Salvo. Già sindaco, deputato, sottosegretario e parlamentare europeo in carica.

Prima uomo del potentissimo ministro Giovanni Gioia, poi passato armi e bagagli dai fanfaniani a trasformare in corazzata nazionale il vascello laziale della corrente di Giulio Andreotti, portando in dote al sette volte presidente del Consiglio, la cassaforte dei voti della famiglia più inquinata dell'Isola, come la definì il generale Dalla Chiesa. Clientele e favori. Grandi affari e mafia. Sotto Lima, Palermo era diventato un enorme cantiere. "Palermo è bella, facciamola più bella", avrebbe inneggiato dai manifesti elettorali. Con Francesco Vassallo, da carrettiere a costruttore in un mattino, nella città del cemento e con la benedizione di Gioia c'era una società immateriale, la Va- Li- Gio, che trasformava in mattone ogni area verde. Tirava giù i gioielli del Liberty e piantava palazzi per soddisfare i sogni dei nuovi inurbati richiamati in città dal miraggio del posto fisso alla Regione.

Un circuito governato da Vito Ciancimino, assessore ai Lavori pubblici e poi sindaco per una manciata di giorni. Ma Ciancimino era un corleonese prima che i Corleonesi si prendessero Palermo. Era la punta avanzata di una penetrazione giunta alla stanza dei bottoni prima che il piombo per le strade ne imponesse la presenza evidente. Lima era invece un palermitano. Si era destreggiato tra la prima e la seconda guerra di mafia, sgusciando agile al bollo delle appartenenze. Sempre disponibile, però. Aveva collezionato citazioni in Antimafia e trovato in ogni occasione qualcuno disposto a difenderlo.

Calunnie, invidie, tragedie e infamità, liquidavano così le sue pericolosissime relazioni. E Salvo Lima, complici magistrati amici, silenti, distratti o accomodanti, restava solido a far da proconsole andreottiano in terra di Sicilia. Il sacco di Palermo e le cortesie al boss dei due mondi Tommaso Buscetta. L'intercessione per i Rimi e l'occhio di riguardo per don Tano Badalamenti. Leggi e leggine per i cugini Nino e Ignazio Salvo che erano il perno del sistema esattoriale siciliano e la proiezione rispettabile di una Cosa nostra che ancora bussava per entrare a Palazzo e non, come accadde con Riina, pretendeva di sedersi a capotavola e dare le carte.

Quel 12 marzo di trent'anni fa, quando le pistole di due superkiller, Giovambattista Ferrante e Francesco Onorato, il pugile, vomitarono proiettili su un uomo in fuga con il loden appoggiato alle spalle tra i viali di Mondello, risparmiando due amici che erano con lui Salvo Lima pagò lo scotto di una mutazione dell'organizzazione che immaginava di poter tenere a bada. La politica era finita sotto. Cosa nostra comandava con la forza dei capitali che avevano già espugnato i santuari della finanza.


Il primo a intuirlo era stato, come sempre, Giovanni Falcone: la mafia è entrata in Borsa, aveva detto. E le nascenti indagini sulla Tangentopoli milanese avrebbero ricondotto in Sicilia il fiume di soldi arrivati ad alimentare le spericolate scalate dei colossi alla Ferruzzi. Il calderone delle mazzette alla politica avrebbe portato a scoprire che la blasonata Calcestruzzi, in Sicilia, era poco più di un'insegna in franchising affidata alle mani dei Buscemi. Il tavolino per la spartizione degli appalti, un ministro mafioso per i lavori pubblici. La tassa Riina sulle opere.

Erano i segni del capolavoro messo in piedi da un drappello di contadini. Poco avvezzi al frasario dei manager ma capaci di lanciare una formidabile Opa sul sistema. Lima era ormai un arnese ingombrante. Perlopiù incapace di garantire gli interessi di una Cosa nostra alla ricerca di un canale per neutralizzare i guasti del pool antimafia di Giovanni Falcone.

Con i Salvo nei guai per il maxi, la sentenza che consacrava la fine del mito dell'impunità, la Commissione mafiosa per tre quarti in galera e nuove e magnifiche sorti all'orizzonte, nello spazio di mezzo tra prima e seconda Repubblica, Cosa nostra strinse sui tempi. Mandò un segnale ad Andreotti alla vigilia del suo arrivo a Palermo in vista delle elezioni politiche di aprile e si preparò con la strage di Capaci a bruciargli l'ambizione di diventare capo dello Stato.

Nell'87 il segnale di votare Psi, di rafforzare la campagna radicale per la giustizia giusta, non era stato recepito. Il decreto che aveva riportato in carcere i boss usciti per decorrenza termini era stato vissuto come un affronto. C'era ancora la Cassazione per sperare. C'era la certezza che con la giurisprudenza ostile al pool della prima sezione di Corrado Carnevale sarebbero tornati i tempi di Bari e Catanzaro. Il segnale alla Suprema Corte glielo mandarono da Campo Calabro, nell'agosto 1991, uccidendo Antonio Scopelliti che avrebbe rappresentato l'accusa, così come era stato per Antonino Saetta, che avrebbe dovuto presiedere l'appello. Non bastò. La Cassazione, su input di Falcone frattanto arrivato al ministero, inaugurò la turnazione dei processi per mafia. Per Cosa nostra fu la débâcle. E per Lima la tomba.

La Repubblica Palermo, 11/3/2022

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