mercoledì 10 ottobre 2018

Landini segretario sarà l’elettroshock della Cgil

Maurizio Landini
[Il ritratto] Saldatore a 16 anni con il brevetto nel letto. E le botte dai poliziotti per difendere gli operai. Politiche: “I miei modelli sono Di Vittorio e Claudio Sabattini, Pierre Carniti e Bruno Trentin, Berlinguer e Ingrao”. Pausa. “E ovviamente Massimo Troisi”. Perché? “Voleva fare nel cinema quel che io vorrei fare nel sindacato: ridare dignità alla rabbia, all’indignazione, lui con la potenza del riso, io con la potenza del lavoro. Voglio cambiare l’Italia cambiando il sindacato”
Ve lo ricordate il Marchionne di Maurizio Crozza con la sua parlata inconfondibile? “C’è Landini che mi fa gli scherzi!!!”. Da ieri Maurizio Landini è il nuovo segretario designato della Cgil, un bello scherzo davvero, contro ogni pronostico. Ad indicarlo è il segretario uscente, Susanna Camusso, il che, unito al suo innegabile carisma mediatico, nel complicato meccanismo di designazione delle leadership di Corso Italia, significa che il sindacalista di Reggio Emilia ha moltissime possibilità di diventare il nuovo segretario del più grande sindacato italiano. Se non altro perché nella Cgil non esiste l’elezione diretta, e il sindacato “rosso” nei suoi complicato processi decisionali (rigorosamente di secondo grado) ha più affinità con un Conclave che con  le primarie del Pd. 

Landini - si parva licet componere magnis - per la Cgil, potrebbe trasformarsi nell’equivalente sindacale di quello che papà Bergoglio è stato per la Chiesa: ovvero  l’outsider che diventa monarca, il riformatore che nasce tra le mura di casa e rimette in moto un intero mondo, il portatore di un elettroshock che riattiva un corpo oggi paralizzato dalla (aspra) contesa interna e da un moderno “Che fare?”. Altro paradosso: Landini è oggi l’uomo più vicino alla vittoria pur essendo entrato da “terzo concorrente” nella partita della segreteria, in una curiosa corsa a tre dove il candidato “conservatore” Vincenzo Colla, ex numero uno dell’Emilia Romagna, ha eliminato dalla gara la candidata più giovane, la “rinnovatrice” Serena Sorrentino (che era la favorita, la prima scelta della Camusso). Le categorie che sostengono  (e che continuano a sostenere) Colla nella sua sfida finale - in testa pensionati, edili, chimici -
preferivano un segretario in perfetta continuità con il passato, che mantenesse lo stesso identico rapporto con il Pd, sul modello della vecchia “cinghia di trasmissione” un uomo che non turbi le vecchie abitudini. 
E così hanno costretto a uscire dalla corsa la Sorrentino, quarantenne segretaria della funzione pubblica, colpendola con il loro veto anagrafico (“È troppo giovane”). Un classico della battaglia politica. Ma questo killeraggio per paradosso, ha rimesso in pista Landini, che - con testardaggine -negli ultimi anni aveva rifiutato qualsiasi lusinga della politica, ed era rimasto in corsa fino all’ultimo senza avere nessun appoggio se non quello degli operai della Fiom, che aveva diretto. L’elezione del nuovo vertice del sindacato si terrà in occasione del diciottesimo congresso nazionale della Cgil in programma a Bari dal 22 al 25 gennaio prossimi, in un sfida tutta da vedere. Ma quel giorno, se Landini vince, si compirà una scalata al cielo lunga almeno tre anni. A  Francesco Merlo, che lo intervistava nell’ormai lontanissimo 2015, quando tutti lo voleva leader della sinistra in funzione anti-Renzi, il sindacalista emiliano rispondeva (già allora) di non avere nessuna intenzione di correre per le politiche: “I miei modelli sono Di Vittorio e Claudio Sabattini, Pierre Carniti e Bruno Trentin, Berlinguer e Ingrao”. Pausa. “E ovviamente Massimo Troisi”. Perché? “Voleva fare nel cinema quel che io vorrei fare nel sindacato: ridare dignità alla rabbia, all’indignazione, lui con la potenza del riso, io con la potenza del lavoro”. Farai - chiedeva Merlo - il partito del lavoro? “No. Io voglio cambiare l’Italia cambiando il sindacato. E non capisco perché accada questo: più dico che non mi candiderò in politica e più la gente si convince che mi voglio candidare in politica”. Perché in Italia, gli rispondeva il giornalista, hanno tutti cominciato così, mentendo: Berlusconi, Monti, Grillo, ma anche Cofferati e Prodi .”Invece io, - rispondeva Landini - con la famosa doppiezza italiana, non c’entro nulla. Dentro la mia testa c’è il sindacato. È solo quello”. E poi: “Il congresso della Cgil è fra tre anni. Lavoro per questo obiettivo”. Aveva contro tutte le principali categorie, sembrava un don Chisciotte (e io stesso ho pensato all’epoca che fosse una impresa impossibile). 
Landini è nato nell’Appenino reggiano a Castelnuovo ne’ Monti: “Ho messo i miei primi passi ai piedi della rupe di Bismantova dove Dante immaginò l’Eden. Ancora oggi sono luoghi incantati: i boschi, il Buddismo, il vivere slow, ogni tanto nel fine settimana faccio un giro per andare a trovare i vecchi amici, e per me è come rigenerarmi in un mondo perfetto”. Oggi Landini vive a San Polo d’Enza, a due passi dal castello di Matilde di Canossa dove si umiliò Enrico IV e ama raccontare: “bello, no? Tutte le settimane anche io vado a Canossa. Un esercizio utilissimo”. Torna dalla moglie, che ha sposato nel 1998, e lavora in Comune, e che non è mai apparsa una sola volta in pubblico per una scelta di discrezione. Landini non vuole che se ne scriva neppure il nome di battesimo: “E’ un patto tra di noi. Lei vuol restare fuori”. Non ha figli perché non ne sono arrivati. Ha iniziato la sua carriera come operaio metalmeccanico saldatore. Suo padre toglieva i tronchi dalle strade con la sega e i guantoni, sua madre stava in casa, e ogni tanto andava a fare le pulizie nelle case borghesi. Il sindacalista di Reggio Emilia a Merlo si raccontó così: “C’erano già tantissimi operai in quei paesetti dell’Appennino reggiano, e a dieci anni eravamo uomini fatti: tuti maneschi, sboccati, insolenti e… tutti comunisti”. Una famiglia classica: “Noi eravamo in cinque: tre maschi e due gemelle. Il più grande, che ne ha 12 più di me, ora è in pensione e fa il volontario alla Croce Verde. Il più giovane, Leonida, lavora in un supermercato con un contratto a termine. Una sorella ha aperto un bar. Io sono il quarto”. Quei paesi, raccontava Landini, “Erano gruppi di case. Noi siamo arrivati in pianura seguendo il lavoro di mio padre, ex partigiano. Da lui, che è morto nel 2014, ho imparato la dignità del lavoro e il valore della lotta contro gli occupanti nazisti e i repubblichini. Anche la casa di mia madre, a Monte Piano, era un rifugio di partigiani. Sono pronto a tutti i cambiamenti: ma dalla guerra partigiana non mi schioda nessuno”. 
Il giovane Landini ha un percorso irregolare: “Ho smesso con la scuola a 15 anni. Ero stato promosso al terzo anno di Ragioneria, ma a casa non c’erano soldi”. Così a 16 anni va a a lavorare come saldatore anche se già da qualche anno, mentre era ancora alle elementari,  aveva già iniziato a fare l’apprendista fabbro dal marito della sorella. Anche per questo motivo ha scritto un libricino a fumetti sui diritti e sul lavoro, per le scuole, spesso accetta inviti negli istituti e ripete sempre: “I bimbi devono andare a scuola. E la scuola deve insegnare la dignità del lavoro”. 
Primo impiego all’officina del dottor Cavazzoni di San Polo d’Enza. Poi la cooperativa. Il primo stipendio, che non si scorda mai: “Prendevo 800mila lire al mese, fatte le proporzioni una pacchia rispetto ai saldi di oggi. Ma ricordo anche quei primi giorni: ti dovevi abituare a respirare i fumi, ai vapori acri della fiamma che ti bruciano la gola”. E ancora: “Come spiegare oggi ad un ragazzo cosa significava prendere il primo brevetto professionale, diventando operaio specializzato?”. Per quel mondo che viveva nel culto del lavoro è come diventare Re. La prima sera Maurizio si addormenta con il brevetto stretto in mano: “Bisognava imparare anche a proteggersi dalla luce della fiamma. La cultura delle precauzioni non esisteva. La sera, se durante il giorno non eri stato attento, chiudevo gli occhi, ti ritrovavi davanti le stelle e non dormivi più fino alla mattina dopo”. 
L’episodio chiave della sua carriera è il famoso sciopero, raccontato (anche) in forma di monologo in una indimenticabile puntata di Michele Santoro per il centesimo compleanno della Fiom. Nella sua impresa nasce uno sciopero, di cui Landini diventa animatore, perché il gruppo di operai lavora all’aperto e senza protezioni, sotto pioggia e vento. Ma il loro datore di lavoro è una cooperativa, e il rapporto con il partito -come è noto -in Emilia è molto stretto. Il capo della cooperativa infatti si arrabbia per l’astensione dal lavoro, lo punta, e gli dice a brutto muso: “Landini! Ma ti rendi conto che io te abbiamo in tasca la tessera dello stesso partito!?”. La risposta è memorabile: “È vero. Sarà pure la stessa, la tessera, ma noi quando lavoriamo nel cantiere all’aperto, abbiamo freddo uguale”. E così arrivano guanti, giacconi, protezioni. E nasce anche una carriera solare, perché le vite solo fatte di punti di svolta: “Se non fosse stato per quello sciopero oggi non sarei sindacalista”. Distanze siderali dai modelli ore e post renziani di questi anni. Molti sindacalisti hanno un curriculum, Landini ha una biografia (che è una cosa ben diversa).
Nel suo romanzo di formazione “non ci sono droghe e rivolte giovanili. Non ho girato il mondo, non parlo le lingue”. E con un senso di ironia tutto teatrale Landini ama ripetere con un sorriso: “Ho fatto il militare Trapani”. Non ha nessun vezzo mondano: “Non ho tempo per il cinema, non vedo la tv, faccio le ferie a Gabicce perché amo nuotare”, E le passioni: “Ho giocato al calcio, ero un discreto mediano, mi piace la canzone italiana, sopratutto quella di De Gregori, Zucchero, Ligabue”. Per questo è molto attratto dalla musica, e in particolare da quella cantata: “Mio padre e mio zio - ha raccontato in quella bella e unica intervista autobiografica a Francesco Merlo - cantavano le romanze, ‘la biondina di Voghera / sempre ha in core di quel dì,/ il garzon che alla riviera/ dielle un bacio… e poi fuggì’. Ma io non so cantare bene. Mio fratello Leonida è molto bravo”. Ancora oggi, quando deve spiegare ai lavoratori garantiti cosa sia la precarietà dei non garantiti, Landini ricorda l’emozione di Leonida che un giorno lo chiama dal supermercato per dirgli con la voce spezzata dall’emozione che gli hanno rinnovato il contratto a termine.  
Non frequenta luoghi chic, non conosce salotti, rispetto alla classe dirigente della sinistra di questi anni, è uno dei pochi che assomiglia (anche socialmente) al suo popolo. Ha raccontato: “La mia fortuna è che guadagno 2300 euro al mese. Non mi è mai mancato nulla”. A Roma ha abitato per anni vicino a Porta Pia, in un appartamentino molto spartano preso in affitto dal sindacato per i suoi numeri uno. 
Ed è diventato leggendario per la canotta bianca a girocollo che spunta fuori dal qualsiasi camicia, che secondo qualche giornalista era frutto di una studiata strategia comunicativa. Invece anche l’omone di  Reggio Emilia ha un tallone d’Achille: “La maglia della salute me la impose la mamma perché fin da bambino ero cagionevole e se me la tolgo, ancora oggi, rischio la polmonite” (infatti ne ha avuta una, anche pochi mesi fa). Quando Maurizio Crozza gli faceva la celebre imitazione del borsello e del gettone telefonico, Landini rideva come un matto. E sembrano anacronistici anche quegli immancabili occhiali di metallo con la montatura stile Ddr che porta sempre incollati sul naso: “Mi accorsi che ero miope perché non leggevo più i cartelli in autostrada, ma un medico bizzarro mi disse che era diabete e mi mise a dieta: continuai a non vederci ma ero diventato un figurino, ah, ah, ah”. 
Landini è stato il grande avversario di Marchionne, ed a celebrarlo - dopo una campagna di comunicazione vinta d’istinto, in televisione - fu proprio l’ex Ad della Fiat che ammise in una celebre intervista ad Ezio Mauro, dopo la vittoria ottenuta al referendum Mirafiori (ottenuta per il rotto della cuffia solo grazie al voto dei colletti bianchi): “Quelli della Fiom hanno costruito un capolavoro mediatico. Mistificando la realtà, ovvio, ma ci sono riusciti!”. Si riferiva alla campagna televisiva di Landini e del suo responsabile auto, Giorgio Airaudo. Insieme a lui entró in fabbrica la sera del referendum per l’ultima assemblea con gli operai che si sporgevano per toccarli e con sulla testa la minaccia di restare fuori. Sorrisi e lacrime operai che dicevano: “Sono con voi ma non vi posso votare” e la Fiom fu costretta a lasciare le sue salette, a portare fuori dai Mirafiori le gigantografie di Berlinguer e di Lama. Ci ritornarono, due anni dopo, al termine di una lunga battaglia legale, come dice Landini “E grazie a quello strumento imperfetto ma formidabile che si chiama Costituzione Italiana”. 
 Sul capolavoro l’amministratore delegato della Fiat aveva ragione. Tuttavia, quando Marchionne è morto, il Landini segretario confederale della Cgil non ha detto una parola sulle polemiche del passato, attenendosi - più che a una scelta di comunicazione - ad una sua idea di rispetto dell’avversario. Polemiche senza fine in vita, silenzio da morto. Western Emiliano. Ancora una volta, l’epitaffio di quella battaglia, persa nei numeri, ma vinta nei simboli,  fu un’altra irresistibile raffica di gag di Crozza con il Marchionne satirico che esclamava esterrefatto nei suoi dialoghi con la spalla sublime e arguta di Andrea Zalone: “Vede? Vede? Ci sono quelli della Fiom che mi fanno gli scherzi...”. E Zalone: Ma che dice? E Marchionne: “Sì, gli scherzi! Landini mi ha messo un gatto morto nelle mazze da golf”. E ancora: “In America, senta come suona bene, mi chiamano King of the car. Qui Landini mi chiama e mi fa: “Sergioooo! E io: ‘Si?’. E lui: ‘Prrrr!’. Quando lascio il laptop del computer acceso mi cambia lo stato sentimentale e mi scrive: ‘Fidanzato con Cecchi Paone!”. Risate.
Ma c’è stata sicuramente una occasione in cui - anche mediaticamente - Landini divenne leader prima di esserlo. E fu nel 2014 quando il video di lui che protegge il corteo degli operai di Terni dalle cariche della polizia fece il giro del web. A Piazza indipendenza il corteo fu caricato (senza motivo) e Landini di ripreso dalle telecamere mentre da un lato parlamentava con la polizia denunciando la camera, e dall’altro teneva a bada, persino fisicamente, la reazione degli operai furibondi:  «Fermi! Fermi! non passiamo dalla parte del torto». Più tardi racconterà. Appena siamo partiti in corteo stiamo stati caricati senza alcuna motivazione. Anch’io ho preso le botte dai poliziotti. Alcuni dei nostri sono finiti in ospedale. Non finisce qui». Tuttavia spense l’incendio, chiamó Renzi intimandogli di far ripristinare la legalità e  riuscì a far concludere pacificamente il corteo di centinaia di operai dell’acciaieria di Terni che stavano manifestando contro il piano industriale della ThyssenKrupp.
Ama leggere “Molto e di tutto”. Gli piacciono i gialli (il suo preferito è Montalbán) ma ha una predilezione anche per gli italiani (come il suo conterraneo Lucarelli). Al governo di centrosinistra, dopo aver accolto Renzi senza pregiudizi, non ha fatto nessuno sconto, nel merito delle sue scelte sul lavoro, a partire dal jobs act: “Proprio quando il governo cancella i diritti, la maggioranza di quelli che lavorano non ha rappresentanza sindacale. Così come la maggioranza dei votanti non vota”. Nel 2016 si è gettato anima e corpo nella battaglia per il No al referendum costituzionale, facendo la spola di notte in macchina per tornare ai tavoli contrattuali che lo attendevano la mattina a Roma. Tutte le sere. Una notte, a Ferrara, a tre giorni dal voto, con centinaia di persone sotto il portico, il microfono non funzionava, e Landini aveva fatto ricorso al suo leggendario vocione, amplificato dalle volte. Il proprietario del bar affacciato sotto gli archi era uscito e aveva detto al ragazzo de sindacato: “Guarda, io sono d’accordo con Landini, ma potete abbassare il volume dell’amplificatore? Qui tremano i bicchieri!”. E il ragazzo: “Non c’è nessun amplificatore”. Il giorno dopo Landini - soliti polmoni - deve saltare con la morte nel cuore il comizio di Brescia. Chiude a Reggio Emilia, a casa sua, con Bellaciao suonata con il violino e abbracciato da Adelmo Cervi. Lacrime, applausi, ma la solita ironia di Landini si abbatte sul vecchio amico: “Non vorrei che per quanto sei stonato regaliamo qualche voto alla Boschi”. Gli dicono, con una punta di polemica: “Ma è giusto come un sindacalista faccia campagna per un referendum costituzionale”. Lui risponde secco: No, non puó. Deve”. Memorabile scontro con la Santanché, due anni fa: “Lei, caro Landini è un privilegiato della Casta sindacale . Io la rispetto, come persona, ma so che difende con passione privilegi anacronistici”. Lui: “Cara signora, visto che con dieci stipendi dei miei si compra una borsetta delle sue, sono molto contento che lei mi consideri parte delle casta dei lavoratori”.  
Anche al suo sindacato non ha mai risparmiato critiche: “Oggi è una macchina burocratica enorme, che deve rimettersi in moto e cambiare: seimila funzionari solo in Piemonte, ottomila in Emilia. Una nomenklatura che a volte difende privilegi”. E ancora: “Non perdere lo spirito dei nostri padri può significare una cosa sola: i garantiti, che hanno la cultura del lavoro, devono pensare in primo luogo ai non garantiti che non hanno   avuto nessuno da cui impararla”.
Ma è proprio sulla paura di questo cambiamento possibile che Colla ha da giocarsi buone carte, facendosi portavoce di quei settori della Cgil che vogliono continuare a gestire il sindacato come hanno fatto in questi anni. Un punto di forza del rivale di Landini è il rapporto più ortodosso con il Pd. Questo però è anche il suo punto debole, perché il sindacato rosso sto cambiando rapidamente la sua fisionomia, non è più monolitico: non è un caso, forse, che nella categoria della Funzione Pubblica spopolino gli elettori del Movimento 5 Stelle, mentre nella stessa Fiom convivono tante complesse anomalie: è il sindacato con un 20% di elettori della lega tra i suoi iscritti, ma anche con il più alto numero di iscritti tra i lavoratori extracomunitari, ma anche con un gruppo dirigente intermedio, soprattutto fra i delegati di fabbrica, che guarda con grande simpatia a di Maio, e ai suoi provvedimenti di sapore “laburista”. Anche in questo, Landini e la Sorrentino sono più in sintonia con il nuovo tempo, mentre Colla è più in sintonia con una idea di collateralita con il Pd. Un bivio importante quello tra autonomia e rapporto ombelicale che attraversa tutto il congresso. Non a caso Colla ha attaccato Landini accusandolo di eccessiva vicinanza al ministro del lavoro al tavolo dell’Ilva (Landini ha partecipato alla trattativa) e poi questa estate ha attaccato per l’invito a Savona alla festa della Cgil (“Dobbiamo marcare la nostra autonomia dal governo). Landini non ha approfondito la polemica e solo una accusa fa lateralmente imbufalire. Quando gli dicono che non firma i contratti: “Li sfido a contarli e a trovare un sindacalista che ne ha fatti più di me”. Ci sono due candidati, due progetti, due uomini. Per la prima vota la Cgil sceglie il suoi leader un ballottaggio, e questo -ovviamente - è un progresso.
notizie.tiscali.it
10 ottobre 2018

Nessun commento: