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domenica 4 maggio 2014

La strage di Portella: Giuliano, la mafia e la Sicilia americana

Il bandito Salvatore Giuliano
“Coloro che ci hanno fatto le promesse – afferma Gaspare Pisciotta – si chiamano Bernardo Mattarella, il principe Alliata, l’onorevole monarchico Marchesano ed anche il signor Scelba, ministro dell’Interno. I primi tre si servivano dell’onorevole Cusumano Geloso come ambasciatore… ed il tramite tra la banda Giuliano ed il governo di Roma era l’onorevole Marchesano… Furono Marchesano, il principe Alliata e Bernardo Mattarella ad ordinare la strage di Portella della Ginestra. Prima della strage essi si sono incontrati con Giuliano”.

“Gli incontri tra i mandanti e Giuliano furono quattro: il primo ad Alcamo al quale partecipò l’onorevole Mattarella; il secondo a Boccadifalco al quale parteciparono il principe Alliata e l’onorevole Marchesano; il terzo al Passo di Rigano, al quale partecipò l’onorevole Cusumano Geloso; il quarto a Parrini, dopo le elezioni del 1948, con Cusumano e Mattarella. Giuliano anzi ordinò anche il sequestro della famiglia dell’onorevole Mattarella perché questi non aveva tenuto fede alle sue promesse”.
“Ho letto i giornali; ho letto anche le smentite di Mattarella, Cusumano, Alliata e Marchesano i quali dicono che sono pazzo. Ma i pazzi sono loro. Indico ora altri nomi di persone che conoscono tutta la verità e che lei Presidente può fare venire qui: Domenico Albano da Borgetto, Giovanni Provenzano da Montelepre, Rosario Costanzo da Terrasini. Sono i tre che andavano a prendere Cusumano e gli altri e li portavano da Giuliano. La prima offerta di 50 milioni perché tacessi mi era stata fatta dall’onorevole Cusumano Geloso in casa mia. Io avevo scritto una lettera al principe Alliata subito dopo l’uccisione di Giuliano e Cusumano era venuto subito a trovarmi. In quella occasione mi disse che potevo espatriare, che mi sarebbero stati consegnati cinquanta milioni di lire. Un’altra offerta mi fu fatta in carcere da persona che non voglio indicare. La terza offerta la ebbi nel carcere di Viterbo e mi fu fatta dall’avvocato difensore che ho cacciato via. Era l’avvocato Guccianti. Mi disse che i 50 milioni li aveva messi a mia disposizione il ministro Scelba”.
Le rivelazioni di Pisciotta determinarono l’avvio di una indagine a conclusione della quale Mattarella, Alliata e Marchesano furono prosciolti da ogni accusa. Ma chi e perché avrebbero ordito questa infame macchinazione servendosi di Pisciotta? Il sospetto che si tratti di una macchinazione nasce dalle dichiarazioni rese, nel corso del processo di Viterbo, da un altro componente della banda Giuliano, Antonio Terranova.
Afferma Terranova: “L’avvocato Crisafulli, (un separatista, n.d.r.) mi disse: «Dobbiamo fare nomi dei mandanti. Pisciotta li conosce, ma tu devi dare pure aiuto perché sei innocente e sei nella stessa barca e ti devi aiutare». E facciamo i nominativi: «Ditemi chi sono e facciamoli». E mi fanno i nomi, che sono: Alliata, Mattarella e Scelba e non mi ricordo se c’era qualche altro… e allora l’avvocato Crisafulli mi dice così: «guarda, tu non sei uno stupido, Alliata e Mattarella devono essere presi di fronte e uno di striscio…».
Mentì Pisciotta o Terranova? Il deputato comunista Giuseppe Montalbano fece intendere ai Commissari dell’Antimafia di credere a Pisciotta. Perché? “Pisciotta manifestò al procuratore Scaglione l’intenzione di chiarire bene come sono andati i fatti di Portella della Ginestra e di fornire prove più concrete delle responsabilità dei mandanti”.
Le parole di Montalbano, uno dei leaders più influenti della sinistra, in quegli anni, furono “ascoltate”, ma provenivano dal Pci, il partito nemico della DC, ed erano, inoltre, pur sempre una testimonianza indiretta, un’opinione e nulla di più.
I deputati, i ministri e i dirigenti di partito accusati da Pisciotta furono scagionati da ogni accusa. Resta, tuttavia, il mistero della morte di Pisciotta. Se aveva raccontato la verità, che bisogno c’era di farlo tacere per sempre dopo l’incontro in carcere con il sostituto procuratore Pietro Scaglione?
Si possono formulare due ipotesi: Pisciotta si apprestava a raccontare dell’altro, fatti che non avrebbero potuto essere confutati, oppure aveva intenzione di fare i nomi, stavolta, di coloro che gli avevano suggerito la macchinazione, cioè i veri mandanti dell’eccidio di Portella della Ginestra.
Non è semplice venir fuori dall’enigma. Il mistero era il segno dei tempi che cambiavano: l’Italia cominciava a diventare il luogo del Grande Intrigo, una Casablanca senza confini, che si affacciava pericolosamente sull’altra parte del mondo, l’Europa rossa dell’Urss e i suoi satelliti.
L’ambasciatore dei “mandanti”, e cioè l’onorevole Cusumano Geloso secondo Pisciotta, venne trovato in una pozza di sangue sul pavimento della propria abitazione. Secondo il medico legale la morte sarebbe stata causata da emofilia… Però, Cusumano aveva appena 33 anni. All’epoca si parlò di omicidio. Così come di omicidio si parlò a proposito della morte di Ciro Verdiani, l’ispettore generale di Pubblica Sicurezza. Morirono entrambi nel 1953. E Verdiani si sarebbe incontrato più volte con Salvatore Giuliano, senza poterlo arrestare. Secondo il medico legale, Verdiani se ne andò a causa di un collasso cardiocircolatorio.
Pisciotta avvelenato, Cusumano colpito da emofilia, Verdiani ucciso da collasso cardiocircolatorio. La provvidenza aiutò i mandanti? Il fatto è che la banda Giuliano non era un’accozzaglia di delinquenti che razziava provviste e denari, questo è chiaro. Se ne servirono.
In un’audizione della Commissione antimafia, o nel corso di una deposizione al processo di Viterbo, Frank Mannino, caposquadra della banda Giuliano, fece uno strano racconto. Tornato a casa dopo la guerra, nel ’45 Mannino aveva ripreso il suo mestiere di lattoniere. Fu avvicinato da Filippo Ferrara, ex-sottotenente della Marina, che gli chiese di eseguire “un lavoro, ma negli orari in cui vi era poca gente”.
“Di che lavoro si tratta?” domandò Mannino. Ferrara allora mostrò un foglio di carta. C’era raffigurata “l’Italia, la Sicilia, un soldato sullo Stretto e un soldato da una parte… Dall’altra parte era raffigurata l’America. Tu dovresti intagliare la latta e ricavare sei esemplari da questa stampa”, spiegò Ferrara.
Appena realizzato il primo esemplare, Mannino lo mostrò a Ferrara e questi gli riferì lo scopo di quel lavoro. “Ho aderito al separatismo”, disse. La Sicilia, secondo lui, avrebbe avuto migliore futuro separandosi dal resto del Paese.
Ferrara fece anche i nomi di coloro che erano diventati separatisti. “Abbiamo intenzione, disse, di fare della Sicilia il 49° Stato americano… Così la facciamo fiorire”.
“Verso la fine dell’anno, racconta Mannino, ci fu una riunione sopra il cimitero di Montelepre. Salvatore Giuliano si presentò per la prima volta con il grado di colonnello dell’esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia, l’Evis. Giuliano indicò il luogo in cui avremmo trovato le armi… Si partì alla volta di Bellolampo, dove assaltammo la caserma dei carabinieri… Si arresero… Presi allora pennello, colori e le stampe di latta e imbrattai mura, strada, tutto quello che mi capitava”.
Il racconto di Mannino offre un movente alle morti inspiegabili di Pisciotta, Verdiani, Cusumano? E le bugie di Pisciotta e Terranova?
Giuliano era il braccio armato della strategia della tensione: la mafia era diventata Stato nel dopoguerra. L’aiuto offerto agli alleati nello sbarco in Sicilia, l’aveva in qualche modo legittimata, magari senza che ci fosse un progetto studiato a tavolino. Il lavoro sporco non avrebbe potuto farlo in prima persona, così la mafia lo commissionò a Giuliano che aveva bisogno di una identità virtuosa, di una bandiera, di un futuro e si sentiva a capo di una Sicilia americana.
Restava da capire la confessione di Pisciotta; anzi, che fine avesse fatto quella sua dettagliata ricostruzione degli eventi, densa di nomi. Se uno come Pisciotta avesse parlato oggi, avrebbe mandato in galera tutt’Italia.


Pubblicato da Siciliainformazioni.com

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