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venerdì, dicembre 10, 2021

Dante totus politicus. La figura di Beatrice


MICHELE MARTELLI

L’aspetto dominante e unificante della multiforme attività di Dante, intellettuale a tutto campo, è la sua passione politica e civile, riassumibile nella figura ideale di Beatrice.

Dante è stato un intellettuale a tutto campo: poeta, filosofo, profeta, amante dei classici antichi, studioso di retorica, metrica, eloquenza, teologia, cosmologia. I suoi scritti sono la summa della cultura del suo tempo. Ma c’è un aspetto dominante e unificante della sua multiforme attività? Sì, c’è, e a me sembra che sia la sua passione politica e civile, che, a dispetto delle apparenze, si può riassumere in Beatrice, figura ideale creata dalla fantasia del poeta, più che Beatrice Portinari, la giovane fiorentina omonima con cui Boccaccio l’ha identificata nel suo Trattatello.

Dunque, l’ipotesi interpretativa qui proposta è un Dante totus politicus. Regge?

Dal suo esordio giovanile prosimetrico, la Vita Nuova, fino al suo ultimo scritto in versi, il Paradiso, la figura di Beatrice giganteggia. Forse, dicono alcuni, Dante era attratto dall’etimo di Beatrice, dal latino Beatrix, «colei che rende felice, beato». Per Dante felicità terrena e beatitudine o felicità celeste sono termini biunivoci. Hanno in comune il terreno della politica. Non c’è felicità celeste senza felicità terrena, né felicità terrena senza convivenza politica ordinata e pacifica. In una società in cui troppi comandano, papa e imperatore, re e principi locali e governi comunali, l’ingiustizia, il caos, la violenza, la corruzione, il conflitto armato la fanno da padrone.

Dante, uomo del Medioevo, ha una visione a un tempo monarchica e gerarchica del potere. Nell’inferno, che durerà in eterno, il reggitore supremo è Lucifero, «lo ʼmperador del doloroso regno» (Inf. XXXIV 28), da cui dipendono le schiere di diavoli sottostanti. Nel paradiso, Dio è «lo nostro imperadore» celeste, circondato da una nobile «corte di conti» (Par. XXV 41-42), «i gran patrici [patrizi] di questo imperio giustissimo e pio» (Par. XXXII 116-117), e a cui obbediscono i cori angelici che presiedono i nove cerchi. Sull’intero cosmo creato, Dio è «il governatore di tutte le cose spirituali e temporali» (Mon. III xvi 18). Sulla terra, da Dio dipende direttamente, senza intermediazione alcuna, sia il potere universale dell’imperatore, che domina in temporalibus, a cui sono sottomessi re, principi e comuni, sia il potere del pontefice, che governa in spiritualibus, a cui sono sottoposti gli ordini curiali e sacerdotali (Mon. III xv-xvi).

Dunque, la struttura politica piramidale dell’aldiquà è lo specchio dell’aldilà, con la differenza che sulla terra i due poteri, spirituale e temporale, del papa e dell’imperatore, dei vescovi e degli organi di governo locali, sono radicalmente separati, il che fa di Dante, con tutti i limiti del tempo, il primo teorico della laicità. Questo spiega perché nella sua attività politica, prima, durante e dopo il suo priorato fiorentino, Dante difenda con determinazione l’autonomia locale delle città e dei principati dal suprematismo papale. O perché, per bocca persino di san Pietro cacci nelle tenebre dell’inferno i papi temporalisti (Par. XXVII 55-57). O perché condanni Costantino per la sua Donazione alla Chiesa (Inf. XIX 115-117). O perché exul immeritus scriva una serie di lettere politiche ai re, duchi, marchesi ecc. italiani nel 1310 (Ep. V), ai «perfidissimi fiorentini rimasti dentro le mura» nel 1311 (Ep. VI), all’imperatore Arrigo VII nel 1311 (Ep. VII), «l’alto Arrigo» a cui un «gran seggio» è riservato nella «rosa dei beati» (Par. XXX 132-138), ai cardinali italiani nel 1314 (Ep. XI): è il Dante della «grande politica», che nel dualismo dei poteri, nei «due soli» (Ep. XII x), indica ai contemporanei la soluzione dei grandi problemi del suo tempo. E perciò contro gli oppositori di questo progetto l’intera Commedia è disseminata di feroci invettive etiche e politiche.

Ma qual è il posto di Beatrice? Nell’esperienza stilnovistica, Beatrice è il simbolo poetico funzionalizzato al riscatto politico-sociale, non solo culturale, del giovane Dante, che, di famiglia medio-bassa, mira a entrare nella cerchia dei cavalieri, la nobiltà di sangue detentrice del potere a Firenze; quindi, col comune poetare, si fa amico di Guido Cavalcanti, ottenendo di conseguenza di combattere a cavallo alla battaglia di Campaldino. L’ultima prova di quest’aspirazione è il trisavolo Cacciaguida, di cui il poeta inventa di essere stato insignito del cavalierato per aver preso parte a una crociata in Terra santa (Par. XV 139-140).

Tra la Vita Nuova e la Commedia c’è il Convivio, scritto tra il 1304 e il 1307, e sviluppato su tre linee: a) l’elogio della «nobiltà di spirito», contrapposta alla «nobiltà di sangue» (IV x-xii); b) il nuovo amore per la «filosofia», la «Donna gentile» (III xi), una reincarnazione razionale di Beatrice: in ambedue i casi domina l’Aristotele etico e politico (IV vi-vii, xvii); c) la difesa, in contrapposto al latino, dell’uso del volgare, perché rivolto «a molti», «maschi e femmine», e non a pochi letterati, e «utile» al fine di «indurre gli uomini a scienza e virtù» (I viii-ix); concetto ribadito nella lettera a Cangrande, dove Dante spiega che: a) il volgare in cui è scritto il suo poema riflette il modo di parlare e comunicare delle «donnette (muliercule)» (Ep. XIII x); b) tutta la Commedia mira ad «allontanare coloro che vivono in questa vita dallo stato di miseria e condurli allo stato di felicità», ha cioè un fine non speculativo, o contemplativo, ma pratico, etico e politico (Ep. XIII xv-xvi).

Nella Commedia è Beatrice che incarica Virgilio di condurre Dante nel suo cammino di purificazione dall’inferno al «paradiso terrestre»; ed è Beatrice che lo guida fin in prossimità della visione di Dio. Virgilio nell’Eneide è il cantore del glorioso impero romano augusteo; Dante è il cantore del nuovo agognato impero universale, che ha avuto in Giustiniano il suo primo grande legislatore (Par. VI) e in Arrigo VII il suo ultimo erede (Ep. VII), di cui sarà non a caso Beatrice ad annunciare a Dante la futura beatificazione (Par. XXX 132-138). Una Beatrice ghibellina?

Dante colloca il suo viaggio nell’aldilà nel 1300, nell’anno della sua cacciata da Firenze e dell’inizio del suo esilio politico. La Commedia è la principale occupazione di Dante fino al 1321, anno della sua morte. La Monarchia si presume composta tra il 1312 e il 1314, a ridosso della discesa dell’imperatore Arrigo VII per pacificare l’Italia (Par. XXX 137-138). Le ultime parole di Beatrice a Dante sono l’annuncio della futura beatificazione di Arrigo VII ancora in vita. Certo, un «poema sacro», mistico-religioso la Commedia, e di cui Beatrice è la mistagoga, ma anche un poema con precise finalità politiche, di cui Beatrice si fa guida e portavoce.

Del resto, per Dante tra mondo terreno e ultraterreno non c’è separazione, ma compenetrazione. Nell’inferno e nel purgatorio le anime sono inafferrabili, ma visibili, e soffrono terribili pene corporali, anche se privi di corpo, come nell’Ade virgiliana e pagana. Nel paradiso domina la luce, le anime sono punti di luce in intreccio e movimento, l’unità-trinità divina è raffigurata con i colori dell’arcobaleno, Dio stesso è fisicamente inscindibile dal mondo terreno: «Nel suo [di Dio] profondo vidi che s’interna, / legato con amore in un volume, / ciò che nell’universo si squaderna» (Par. XXX 85-87).

In Dante non c’è trascendenza, né spirito sciolto dalla materia. Ciò che del divino appartiene ipoteticamente alla trascendenza, non è visibile con gli occhi del corpo, oltrepassa le nostre possibilità conoscitive, è misticamente ineffabile, indicibile: «Oh, quanto è corto il dire e come fioco al mio concetto»; «A l’alta fantasia qui mancò possa» (Par. XXXIII 121-122, 142). Anche l’aldilà è materialità fisica. L’inferno è una voragine della terra, il purgatorio una montagna che emerge nell’altro emisfero, il paradiso la stratificazione circolare dei cieli stellati. Filosofia, teologia, etica e cosmologia sono tutt’uno. Nella stessa visione trinitaria, la «circolazione» di Cristo, dice il poeta, «mi parve pinta de la nostra effigie [l’immagine umana]: / per che ʼl mio viso [il mio volto] in lei tutto era messo» (Par. XXXIII 131-132). Dunque, la natura umana e divina di Cristo, il suo «colore» e il viso di Dante che in esso si riflette, tutto diventa indistinguibile. Ѐ solo pura metafora poetica?

E come il paradiso terrestre è il punto mediano di congiunzione di inferno e paradiso, così Dante il suo paradossale viaggio nell’aldilà lo fa da vivo, insieme corpo, anima e mente. Perché? Per dire che il cammino spirituale, religioso, interiore è intimamente legato a finalità d’ordine politico, civile, pratico, mondano. Il messaggio di Dante totus politicus? Inferno, purgatorio e paradiso sono, prima che stati dell’aldilà, condizioni socio-etico-politiche con cui misurarci tutti, qui e ora, se si vuole rendere più giusta e felice, o meno ingiusta e infelice la nostra vita individuale e associata, i nostri ordinamenti socio-politici, se si vuole trasformare «l’aiuola che ci fa tanto feroci» (Par. XXII 151) in un duraturo paradiso terrestre, dove «lo Sommo Bene […] fé l’uom buono e a bene, e questo loco / diede per arr’a [pegno] a lui d’etterna pace» [Purg. XXVIII 90-93).

MICROMEGA, 9 Dicembre 2021

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