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domenica, aprile 10, 2022

IL DOSSIER. Cambio di padrone per 35 mila aziende. Gli affari della mafia con la pandemia


DI FLORIANA BULFON

Il rapporto Cerved. Attività turistiche e ristoranti: nel 2021 molte imprese sono state cedute. Fondi Pnrr, incentivi per le facciate e ristrutturazioni: i clan hanno fiutato il business dell’edilizia

C’è un’Italia a due velocità: quella che ancora soffre per i colpi del Covid e quella che cresce sull’onda del Recovery. Entrambe però sono una preda ghiotta per i professionisti dell’investimento criminale. Magistrati e investigatori continuano a ripeterlo: le mafie stanno trasformando la pandemia in un affare senza precedenti. E i dati elaborati da Cerved in esclusiva per Repubblica offrono la prima indicazione statistica dei settori dove è più forte il sospetto che i clan stiano investendo. Il primo termometro sono i cambi di proprietà, diventati sempre più frequenti nella stagione dei lockdown: nel 2021 hanno riguardato ben 35 mila società di capitali. Guarda caso, il picco si registra nell’edilizia: lo scorso anno 3.477 imprese sono passate di mano, a cui ne vanno aggiunte altre 922 dedicate all’impiantistica. Si tratta di oltre il 6 per cento, contro una media che supera di poco l’uno per cento, proprio dove, tra incentivi per le facciate, superbonus, ristrutturazioni e nuovi edifici finanziati dal Pnrr, è scattata la corsa all’oro. 

Il Cerved non ha solo la più grande banca dati sulle società italiane, ma è soprattutto un’agenzia specializzata nell’analisi dei rischi. Di fronte all’irruzione del virus nell’economia italiana, un anno fa ha definito la “zona rossa” del contagio malavitoso: più di 140 mila aziende ed esercizi erano a rischio usura e riciclaggio. Adesso la diagnosi si è fatta ancora più preoccupante, con segnali forti dell’attivismo di cosche che non giocano più a bastoni ma puntano a denari. L’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia nel 2021 ha registrato oltre il 23 per cento in più di segnalazioni di operazioni sospette: sono 139mila, metà delle quali “rilevanti” secondo l’esame della Guardia di Finanza. 

Come avvoltoi, gli emissari dei boss si lanciano sui comparti che hanno sofferto di più per le chiusure: la ristorazione, gli alberghi e più in generale le attività legate al turismo. Ma con intuito imprenditoriale, hanno saputo cogliere pure le opportunità create dall’epidemia e tra i business su cui Cerved ha acceso un faro ci sono pure la logistica, in crescita per lo shopping online, e la produzione di cereali, sempre più remunerativa. Non sorprende invece l’interesse per le sale scommesse e la gestione dei rifiuti, passioni antiche delle cosche. Sul territorio, Lazio e Campania sono le regioni con i passaggi di società più significativi: solo nella provincia di Roma si contano ben 4.594 attività; altre 2.108 in quella di Napoli. Ma la crisi è diffusa ovunque nella Penisola: tra le prime dieci province in cui sono cambiati i titolari ci sono Milano, Brescia, Torino e Padova. 

Cerved elabora anche uno strumento di analisi del pericolo di riciclaggio con un’incidenza più forte nella produzione di energia elettrica (12,2%), nell’industria discografica (7,9%) e nei club sportivi (6,4%): il primo è un settore dove la domanda sta esplodendo; l’ultimo è tra i più provati della crisi. 

«I nostri dati sulla diffusione dei fenomeni di riciclaggio indicano come primo settore l’edilizia con una crescita anomala influenzata dagli incentivi pubblici», spiega l’amministratore delegato di Cerved, Andrea Mignanelli che avverte: «Con il Pnrr sarà iniettato un flusso senza precedenti di risorse pubbliche che, senza un utilizzo intelligente della tecnologia, può scatenare appetiti illeciti». Nell’edilizia l’aumento senza precedenti dei cambi di titolare si accompagna al boom di nuove società: il 56 per cento in più. Con una doppia occasione: lavorare nei cantieri e manovrare la partita dei crediti di imposta, molto promettente per frodare lo Stato. 

Il meccanismo è quello dei crediti inesistenti che diventano un guadagno: finti lavori e veri finanziamenti. Una truffa che, secondo le Fiamme Gialle e l’Agenzia delle Entrate, può costare allo Stato ben 4 miliardi e ha spinto il governo Draghi a modificare le regole dei bonus per arginare l’assalto dei mariuoli. Che spesso operano per conto dei mafiosi. 

«Dopo il decreto liquidità abbiamo assistito a un fiorire di nuove società mentre altre inattive sono state rilevate per poter accedere ai finanziamenti » constata Alessandra Dolci, a capo della Direzione distrettuale antimafia di Milano: «A fronte di migliaia di nuovi imprenditori onesti che vogliono immettersi nel mercato per beneficiare degli incentivi, registriamo delle vere e proprie associazione a delinquere che per portare a termine queste operazioni moltiplicano il ricorso ai prestanome forniti da professionisti». 

La questione chiave resta la prevenzione. La magistratura interviene quando ci sono i reati: il danno è già stato fatto e l’azione penale rischia persino di diventare una beffa, bloccando con i sequestri cantieri o attività commerciali. «Di fronte alle capacità di infiltrarsi nel tessuto economico e al rischio potenziale che le mafie possano assorbire una grossa fetta dei fondi» — sottolinea Vittorio Rizzi, vice capo della polizia e coordinatore dell’Organismo permanente di monitoraggio sul rischio di infiltrazione nell’economia — «dobbiamo anticipare la minaccia. Se arriviamo tardi potremo anche raccontarci di aver fatto un bel lavoro di polizia ma avremo perduto la scommessa». 

La Repubblica, 10/4/2022

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