lunedì 2 novembre 2020

Pasolini, ritratto dell’artista da giovane

Pier Paolo Pasolini

di
NICO NALDINI
Il 2 novembre del 1975 il grande poeta e regista veniva assassinato. Quarantacinque anni dopo, lo ricordiamo attraverso le parole di suo cugino nonché amico di una vita: quelle che evocano il Pier Paolo delle avventure di ragazzo e delle gite in bicicletta a Casarsa
Il primo ricordo di PPP. Un giorno, non so in quale occasione, ho scritto un commento di un passo delle Georgiche . Avrò avuto 14 anni. Pasolini ha detto: «È bellissimo! ». Poi l’ha detto anche a mia mamma: «Sai che Nico ha scritto una cosa stupenda?». Non mi sono più staccato da lui. Non è che io volessi stare con lui: era una vicinanza che nasceva spontaneamente. Se lui prendeva la bicicletta, aspettava che prendessi la mia e si andava al Tagliamento… I primi tempi. Poi, negli anni successivi, in giro per le balere, per le feste di campagna dei paesi, ed è stato il momento più felice della mia vita. Un giorno, tornando da un paese che si chiama Malafesta, eravamo così felici dell’amicizia fatta con i ragazzi contadini del posto che Pasolini mi dice: «Andiamo nel letto del Tagliamento e ci tagliamo le vene!». La cosa mi ha impressionato e ho coperto il mio stato d’animo con una risatina, però il desiderio di morire nella felicità di quel momento lì era autentico.

I piedi sporchi di Caravaggio. Guai a parlare in dialetto, durante gli anni del fascismo. Guai. Era stato inventato l’asse linguistico Firenze-Roma e tu dovevi parlare un po’ romano e un po’ fiorentino: la lingua della burocrazia di m... l’hanno inventata i fascisti! Ecco perché il dialetto, a un certo punto, è diventato un mezzo sovversivo. Questa realtà Pasolini ha cominciato ad assimilarla in Friuli, poi il trauma del passaggio a Roma è stato decisivo per fargli capire fino in fondo il dialetto romanesco. I romanzi romani di Pasolini hanno un grande senso proprio in questa prospettiva: sono elementi sovversivi rispetto a una borghesia convenzionale e conformista. E le poesie di Casarsa? Per cosa saranno ricordate, fra 500 anni, le poesie di Casarsa? Pasolini ha usato la poesia come Caravaggio usava i suoi modelli coi piedi sporchi. C’è un quadro famoso coi piedi sporchi: ecco, è quello. Le poesie di Casarsa sono i piedi sporchi di Caravaggio.

Susanna, la madre. Era molto bella, molto elegante, perché il marito la dotava di tutti i modelli più cari. E si truccava in una maniera bellissima. Anche durante i bombardamenti! Lei portava un catino d’acqua dove eravamo e si lavava, e poi incominciava: uno stato di crema e poi il rossetto, gli occhi… e il marito diceva: «Meno male che abbiamo figli maschi, perché se avessimo avuto una femmina l’avresti resa tutta una vanità!». Il suo bello era quello. E piaceva molto a Pier Paolo, che la chiamava «cicciona ». Cicciona perché era magrissima! L’arrivo dei Pasolini a Casarsa all’inizio dell’estate, dopo un soggiorno al mare, era per me il momento più felice dell’anno. Andavo alla stazione a prenderli, ad accoglierli, e poi li accompagnavo a casa, chiacchierando molto con mia zia Susanna, che era sorella di mia madre. Loro vivevano prima a Belluno, poi a Sacile, a seconda dei trasferimenti del padre Carlo Alberto che era ufficiale dell’esercito… Carlo Alberto, il padre. Era nato a Ravenna in una famiglia dell’alta nobiltà disastrata dai debiti di gioco, motivo per cui scelse la carriera militare. Tipica degli aristocratici falliti. Grazie ai suoi meriti militareschi, ha fatto strada nell’esercito fino a diventare colonnello. Quest’aria altezzosa dell’esser nobile, però, gli è sempre rimasta: ci guardava dall’alto in basso, a noi poveri casarsesi, ma era innamorato in modo folle di Susanna. E a Susanna non era mai piaciuto. Dico la mia, perché tanto è l’ultima volta che ne parlo… Lui le portava una scatola di cioccolatini, lei la prendeva e la buttava nel fuoco! Poi, quand’è nato Pier Paolo, si è innamorata del suo bambino e non ha più pensato a nient’altro che a lui. E basta. Al punto che quando ha avuto il secondo figlio, Guido, sono nati dei momenti di gelosia manifesta… Guido, il fratello. Aveva un coraggio spettacolare. Dopo l’8 settembre, il campo di aviazione era stato occupato dai tedeschi e Guido… io lo pregavo di non farlo… entrava nel loro recinto con un’aria da film e tornava con venti chili di proiettili! Era un coraggio fisico, quello di Guido. Non aveva un coraggio ideologico- mentale. Diciamo che i due fratelli si sono divisi i compiti: uno è rimasto a casa a proteggere la madre, a consolarla, e l’altro si è nobilmente lanciato nell’avventura contro i fascisti. Alla fine della guerra eravamo a Casarsa. Era, credo, il giugno del ’45. Io ero con Pier Paolo e un mio amico mi ha chiamato in disparte e mi ha detto: «Guarda che tuo cugino è morto». Questo è stato un grande dolore della mia povera zia Susanna... Il primo dei due, perché poi anche l’altro figlio finirà in modo atroce. Di atroce assassinio.

Il coraggio di PPP. Anche Pier Paolo, in realtà, a suo modo era coraggioso. Una volta, quand’era in Kenya con Moravia, è andato in una bidonville di Nairobi. Cioè dove tutti si raccomandavano di non andare! Lui amava perdersi dentro i meandri delle città, affascinato dai ragazzi di vita. E, ovviamente, non solo in Kenya: ha avuto queste esperienze anche a New York, per esempio, in mezzo alle Black Panthers. Io tremavo di paura per lui, per quello che gli poteva succedere, e infatti non ho mai preso parte a nessun convegno sessuale in quelle condizioni lì… I viaggi. I più belli Pasolini non li ha fatti né in macchina né in aereo: li ha fatti in bicicletta. Il padre gliene aveva regalata una: non da corsa, come quella di Bartali, ma speciale, fuori serie, bellissima. Una cosa meravigliosa! Con questa bicicletta passava a salutare nostra zia, che insegnava nei paesini di montagna, e la sera partiva coi suoi amici di Casarsa, specialmente quelli della squadra di pallone, e andavano non so dove… a qualche festa paesana. Di giorno, invece, appena mangiato, questa bicicletta luccicava già sulle strade in direzione del Tagliamento. E io dietro, con la mia biciclettina! Andavamo ogni giorno a fare il bagno, col giuramento che avevo fatto a mio padre di andare al massimo con l’acqua fino al ginocchio, ma poi andavo dappertutto. Pomeriggi meravigliosi che spero di poter ritrovare nell’Aldilà.

La Repubblica 1 novembre 2020

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