domenica 21 giugno 2020

L’Addaura, Falcone e il Presidente George Bush

Francesco La Licata
di FRANCESCO LA LICATA
Trentuno anni fa il fallito attentato che avrebbe dovuto spazzare via il giudice palermitano 
Trentun anni, più di tre decenni. Sembra un tempo infinito e comunque sufficiente per sciogliere la nebbia che ha nascosto e continua a nascondere la trama che rese possibile il primo vero tentativo di neutralizzare, con le buone o con le cattive, l’"anomalia palermitana" rappresentata da Giovanni Falcone. Eppure non è così, perché dopo 31 anni ancora poco si sa del fallito attentato dell’Addaura che avrebbe dovuto spazzare via il giudice palermitano e i due colleghi svizzeri, Carla Del Ponte e Carlo Lehmann, giunti a Palermo per indagare sul riciclaggio del denaro proveniente dal traffico degli stupefacenti messo in atto da Cosa nostra attraverso i centri finanziari della Confederazione Elvetica.

Certo, ci sono stati processi e sentenze che hanno colpito esclusivamente la mafia. Nulla si sa, invece, dei "piani alti", del groviglio politico-finanziario che ha mosso i fili di quel tragico "teatrino" che non provocò lutti soltanto per un "accidente" che mandò in fumo quella congiura. E provocò, nel contempo, la discesa in campo di quelle "menti raffinatissime" (Falcone dixit), allo scopo di depistare le indagini con la solita cortina di fumo che contraddistingue tutte le vicende palermitane e siciliane che non siano storie di ordinaria violenza.
Il 21 giugno del 1989, data del fallito attentato, può essere considerata la data dell’inizio dell’accerchiamento, anche fisico, di Giovanni Falcone, anzi una specie di prologo dell’immane tragedia che si sarebbe conclusa il 23 maggio del 1992, sul rettilineo di Capaci dell’autostrada P.Raisi/Palermo.
La storia delle indagini successive a quel 21 giugno può entrare a buon diritto nel Guinness dei primati del depistaggio a tutela di inconfessabili verità, nascoste in difesa di interessi politico-economici ed "equilibri" internazionali che non vanno turbati.
Che ci fosse poca voglia di scavare nel pozzo nero predisposto per Giovanni Falcone si capì immediatamente, quando la macchina investigativa stentava a partire (ancora una volta la Procura di Caltanissetta di Giovanni Tinebra) mentre scattava, efficientissima, la macchina del fango che insinuava sulla impossibilità che Cosa nostra potesse fallire su una così importante operazione militare: ergo l’attentato era finto, anzi se l’era fatto Falcone per fare carriera.
Una seconda infamia, poi, collegava quella bomba ad una strategia, esclusivamente mafiosa, messa in atto per chiudere il cerchio su un movente disonorevole: con quei candelotti Cosa nostra intendeva punire Falcone per la gestione "disinvolta" del pentito Salvatore Contorno, lasciato libero - a dire di suggeritori anonimi - di farsi giustizia privata uccidendo un bel po’ di "corleonesi" nel triangolo Altavilla-Bagheria-Casteldaccia. E’ la storia delle lettere anonime attribuite al famigerato "Corvo", individuato dagli 007 dell’Alto commissario Domenico Sica nel giudice palermitano Alberto Di Pisa. Inchiodato da una impronta ottenuta, secondo le successive indagini, in modo equivoco e con sistemi più da spie che da ufficiali di polizia giudiziaria. Ma Di Pisa, protestatosi sempre innocente, verrà assolto e la vicenda - anche questa in linea col manuale dei depistaggi - si concluderà con un imputato assolto e nessun colpevole individuato.
Mentre l’attenzione generale e mediatica è polarizzata dal "Corvo", a Caltanissetta non si indaga sull’attentato. L’attività istruttoria langue, almeno fino all’arrivo in Procura del giudice Ilda Boccassini. Ma siamo già nel ‘92, Falcone è morto e la magistrata milanese ha ottenuto l’applicazione a Caltanissetta per indagare sulla morte del suo amico Giovanni. Poi abbandonerà Caltanissetta (sono passati altri due o tre anni), ma dopo aver lasciato due relazioni scritte a cui aveva affidato tutti i suoi dubbi e le sue diffidenze sulla "genuinità" del pentito Vincenzo Scarantino (strage di via D’Amelio), attore principale dell’altro scandaloso depistaggio sulla strage Borsellino.
Saranno gli atti di impulso della Procura nazionale antimafia di Pietro Grasso (delega al giudice Gianfranco Donadio) ad offrire, dopo quasi 20 anni, una ricostruzione diversa e molto più inquietante dell’attentato dell’Addaura. Pian piano viene fuori una realtà, diciamo, molto più complessa della semplice vendetta mafiosa, traspare il "gioco grande" - per usare un termine del giudice Roberto Scarpinato - nel quale era precipitato Giovanni Falcone, forse non del tutto consapevolmente. 
Si scopre che l’artificiere accorso per disinnescare l’ordigno, il maresciallo Francesco Tumino, aveva raccolto, nell’immediatezza dei fatti, preziose testimonianze dagli agenti addetti alla sorveglianza della villa. Questi avevano riferito di due "colleghi" arrivati dal mare in canotto. Poliziotti che si erano qualificati, addirittura mostrando i tesserini. La loro presenza aveva fatto fallire la preparazione dell’attentato, perché un mafioso che stava nei pressi degli scogli, preso dall’ansia, si era gettato in acqua perdendo il telecomando e abbandonando un telo da bagno, le pinne e le ciabatte. Questa ricostruzione coincide perfettamente con quanto riferito da alcuni pentiti. Angelo Fontana, soprattutto, aveva raccontato il percorso seguito da due automobili partite con l'esplosivo dal baglio Pipitone (uno "scannatoio" della mafia, all’Arenella, usato anche come base operativa e luogo delle riunioni importanti) e finite sugli scogli dell’Addaura. Da altre dichiarazioni si saprà che i due poliziotti giunti in canotto potevano essere Agostino e Di Piazza, il primo successivamente ucciso insieme con la moglie, l’altro scomparso nel nulla e mai più ritrovato. I due sarebbe stati, dunque, i "guastatori" inviati da quella parte dei servizi segreti contrari all’operazione Addaura, sponsorizzata invece da altri (forse anche stranieri) a tutela degli interessi economici del riciclaggio internazionale. Sarà forse per questo che, ai funerali dell’agente Antonino Agostino, Giovanni Falcone si lascerà scappare che "quel ragazzo mi ha salvato la vita". 
Ma nel fascicolo sull’Addaura non si trovano verbali di interrogatorio degli agenti addetti alla sicurezza della villa. Si trovano relazioni di servizio ma non interrogatori riconducibili ai singoli agenti e, dunque, si deve concludere che nessun magistrato o investigatore li ha mai interrogati su quella giornata che, comunque, non è la mattinata del 21 giugno ma il giorno precedente, quando la borsa venne abbandonata a causa del trambusto provocato dai due "ragazzi" venuti dal mare.
Il tempo, poi, ha finito il lavoro di rimozione delle anomalie investigative. Il maresciallo Tumino è stato "immobilizzato" da una vicenda giudiziaria che durerà anni per concludersi con una irrisoria condanna a sei mesi di carcere per false dichiarazioni, niente a che vedere con l’accusa originaria che era quella di aver distrutto volontariamente l’ordigno inesploso per inquinare le indagini. 
Tutta la storia, com’è evidente, è un torbido affaire dove le famigerate "presenze esterne" alla mafia la fanno da padrone. E hanno cercato di indirizzare o deviare, come quando tentarono di coinvolgere nel fallito attentato anche l’ex capo della squadra mobile di Palermo, Ignazio D’Antone (funzionario amico di Bruno Contrada), "inserendolo" sulla scena del crimine attraverso una foto un po’ sfocata. Per sua fortuna D’Antone potè dimostrare che in quei giorni si trovava a Roma per lavoro, disarticolando l’equazione che lo voleva all’Addaura, magari, nella qualità di uomo di fiducia di quelle "menti raffinatissime" di cui, secondo alcuni, faceva parte anche Bruno Contrada. 
Ci sarebbero, poi, altre "suggestioni" che non sono, però, state abbastanza suffragate da diventare  realtà processuali. Per esempio la presenza all’Addaura di quel poliziotto noto come "faccia da mostro" (morto di infarto qualche tempo fa), ben descritto dal pentito Angelo Fontana e indicato come assiduo frequentatore dello "scannatoio" di baglio Pipitone, dove gli venivano dati incarichi per lo svolgimento del "lavoro sporco". Gli ordini venivano dai Galatolo, dai Fontana e, soprattutto, dai Madonia. In particolare da Nino Madonia, uno dei pochi nomi che Falcone fece, subito dopo l’attentato, insieme con le "menti raffinatissime". Lo stesso Madonia che il giudice vide aggirarsi per via Arenula quando già stava alla direzione degli Affari Penali. Che coincidenza Nino Madonia a Roma, accanto al ministero di Grazia e Giustizia! Eppure anche le dichiarazioni di Angelo Fontana sembrano essere state abilmente "disinnescate": sembra non abbia detto il vero a proposito di qualche data, nel senso che dice di essersi trovato a Palermo, mentre stava negli Usa. Però sulla presenza di Angelo Galatolo all’Addaura non sembra aver detto grandi bugie: sul telo di mare abbandonato sugli scogli, quando si sarebbe gettato in acqua, è stato trovato un profilo genetico che porta a lui. Fontana, dunque, qualche volta dice il vero, altre volte si confonde.
In questo maleodorante guazzabuglio ha cominciato a morire Giovanni Falcone, circondato da mafiosi, spioni, falsi amici, poliziotti buoni e facce da mostro. E non è morto al culmine di una guerra tra buoni e cattivi ma nel bel mezzo di un "gioco grande" dove i nomi dei singoli contano poco, sovrastati da un vero e proprio sistema di potere. Quando Falcone parlò di "menti raffinatissime" a quel sistema si riferiva. E infatti aggiungeva chiari riferimenti a "centri occulti di potere capaci di perseguire altri interessi". Questo diceva a Saverio Lodato e all’Unità. Qualche giorno dopo con il "Corriere" fu più esplicito e spiegò che il movente andava ricercato in "quello di cui mi occupo" e per ora "mi sto occupando di riciclaggio". 
A me personalmente resta un cruccio: non essere riuscito a farmi spiegare il senso di una frase sfuggitagli all'indomani dell'Addaura. Mi disse: "Non ci dovevo andare. Io ho sbagliato ad andarci". Ma dove sei andato? "Non dovevo accettare l’invito ad andare all'Ambasciata americana, a Roma. In quella sede ho avuto un incontro privato col presidente George Bush". Inutile ogni tentativo di fargli aggiungere spiegazioni. Si infastidì per avermi detto quella frase e chiuse così: "Lo so io perché ho sbagliato".

A seguire, dall'archivio storico del giornale custodito presso la Biblioteca Centrale regionale, le pagine de L'Ora dei 21 e 22 giugno 1989







Da "L'Ora, edizione straordinaria", 21 giugno 2020

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