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sabato 9 ottobre 2021

IL PREMIO PER LA PACE. Nobel ai giornalisti Ressa e Muratov: “Eroi della libertà di parola”


EZIO MAURO

Lo specchio della democrazia

La democrazia come garanzia di pace esicurezza. E la libera informazione come garanzia di democrazia, anzi sua precondizione fondamentale e necessaria. 

Da oggi questo principio è iscritto nella carta del Nobel, con la decisione del comitato norvegese del premio di assegnare il riconoscimento annuale a due giornalisti perseguitati dal potere, Dmitrij Muratov, direttore della Novaja Gazeta di Mosca, il giornale d’inchieste di Anna Politkovskaja, la cronista uccisa nel 2006, e Maria Ressa, fondatrice del sito Rappler ,che da anni indaga sugli abusi del presidente filippino Rodrigo Duterte nella sua sanguinosa guerra alla droga, subendo la rappresaglia continua del potere. 

La rappresaglia prevede arresti, indagini giudiziarie, minacce di morte e messaggi con annunci di violenze e stupro. Per questo il Nobel è certo la testimonianza davanti al mondo, come dice la motivazione, dell’impegno dei premiati "per salvaguardare la libertà di espressione", ma è anche un segnale d’allarme, per chi vuole intenderlo, sulle difficili condizioni in cui si gioca l’eterna partita tra l’informazione e il potere, e non soltanto nei regimi dittatoriali o nei sistemi neo-autoritari, dov’è in corso l’ultima metamorfosi della democrazia: la questione investe anche l’Occidente, chiama in causa anche noi che non siamo immuni o vaccinati per sempre. 

La frontiera della libertà è in continuo mutamento sotto i nostri occhi, perché il suo perimetro è frutto di piccoli e grandi spostamenti costanti nel rapporto tra la classe di comando e la popolazione, dovuti ai rapporti di forza, alla sensibilità collettiva, alla possibilità di reazione, agli interessi in campo, alla capacità del sistema di governo di convincere o in qualche caso di decidere aggirando il consenso. Oggi la formula universale di tutela della libertà - la democrazia dei diritti e delle istituzioni non è attaccata frontalmente, come negli Anni Venti del secolo scorso, ma soffre di una sorta di malattia autoimmune, con due patologie. La prima è la sua difficoltà a mantenere le promesse di cui è garante, come se la sua realizzazione concreta nella pratica di ogni giorno non riuscisse ad essere all’altezza dei suoi principi ispiratori, col risultato di un deperimento organico, con una debolezza evidente nell’efficacia e nell’efficienza quotidiana. La seconda è la strategia esplicita dei gerarchi delle democrature, i sistemi neo-autoritari, che puntano dichiaratamente a separare la forma della democrazia dalla sua sostanza. La sovrastruttura, cioè l’impianto formale e istituzionale, può essere conservata: purché venga svuotata del suo significato profondo e dei meccanismi che lo alimentano e lo riproducono, sostituiti da un nuovo sistema di regolamentazione del potere. L’obiettivo è esplicito e punta a liberare il leader investito del consenso popolare da qualsiasi condizionamento democratico, da ogni bilanciamento costituzionale, da tutti i tipi di controllo: il controllo di legalità della magistratura, il controllo di legittimità della Corte costituzionale, il controllo politico del parlamento e il controllo nell’esercizio del potere legittimo da parte dell’informazione. 

Quest’ultima nella sua povertà di carta e d’inchiostro, nella forza ubiqua e contemporanea dei suoi link, nello sforzo di bucare la superficie apparente della giornata per recuperare il significato vero delle cose - cioè in una ricerca di senso - è addirittura l’infrastruttura di base della costruzione democratica, come certifica il Nobel. Infatti agisce nei due sensi, da un lato fornendo agli individui gli strumenti informativi per conoscere e capire, quindi per esercitare davvero il diritto di cittadinanza; e dall’altro sorvegliando il potere che legittimamente si è conquistato il comando, per obbligarlo non soltanto alla trasparenza delle sue azioni, ma soprattutto al rendiconto. Questa accountability è ilvero esercizio che ogni classe dirigente preferirebbe evitare, per scegliere una via unidirezionale nel rapporto coi cittadini, parlando da un immaginario balcone (purtroppo è stato arruolato recentemente anche il balcone autentico di Palazzo Chigi) alla popolazione trasformata in folla. Così come nella democrazia elettronica l’abuso di social media consente al leader divenuto performer di trasmutare gli elettori in follower, la cittadinanza in gente, la pubblica opinione in senso comune: per veicolare non un pensiero ma un codice rattrappito dove una battuta fa premio su qualsiasi ragionamento, lo scambio è sostituito dalla propaganda e alla fine il pensiero politico esce frantumato, disperso in schegge buone per ingrassare il pastone serale dei telegiornali. Quello che manca è esattamente quel che serve: la ricostruzione del contesto, la responsabilità di un percorso gerarchico delle notizie, quegli strumenti di misurazione del mondo che il giornale - di carta o elettronico impiega ogni giorno nella sua ricostruzione degli avvenimenti. 

Si capisce perfettamente perché il potere sfugga a questo confronto. Il giornalismo molto semplicemente riconosce che chi ha vinto si è conquistato il primato con la legittimità piena delle elezioni: ma nello stesso tempo gli ricorda la grandiosa fatica della democrazia che lo obbliga ogni mattina a mettere in palio alla ruota del consenso il potere accumulato il giorno prima, perché il suo comando è per definizione temporaneo e oggetto di verifica costante, in quanto perennemente contendibile. La tensione è dunque inevitabile, e in un certo senso è un elemento attivo di quella dinamica di confronto democratico tipica dei sistemi aperti. Con il contraltare dei sistemi chiusi, come appunto le Filippine di Duterte che usa il podio della sua autorità per attaccare le inchieste giornalistiche di Maria Ressa, o la Russia di Putin, dove ogni vero contendente del potere finisce in carcere come Navalny e i mezzi di informazione lavorano sul filo del rischio personale dei giornalisti, e lo testimoniano i sei cronisti dellaNovaja Gazeta uccisi a causa del loro lavoro di reporter. 

Nella malferma democrazia occidentale in cui viviamo ci sono stati attacchi furibondi ai giornali da parte di poteri vecchi e nuovissimi, ma in questi decenni non è stato necessario un briciolo di coraggio nel cercare di informare correttamente. 

Guardando in uno specchio, chi comanda vede nei giornali solo la voce delle élite dominanti o l’espressione di altri poteri, come se non contasse niente l’impegno personale dei giornalisti, o la storia delle redazioni, ma soltanto il nome del proprietario: o come se il lavoro fosse solo sempre per definizione uno strumento servile, e non il mezzo per testimoniare una coscienza civile. Piuttosto, il rischio è che tutta la politica si trasformi in evento estemporaneo, che brucia consumandosi mentre si compie, lasciando solo cenere e applausi per il discorso pubblico ridotto a spettacolo. Quando c’è solo da applaudire perché non resta nulla da capire, il giornalismo soffre. E con lui la democrazia, in questi anni in cui siamo avviluppati in una rete fitta di opinioni private, ma manca una vera struttura autonoma di pubblica opinione. 

La Repubblica, 9/10/2021

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