martedì, gennaio 16, 2018

Pro-memoria per Magalli. Ecco chi era San Bernardo da Corleone / Filippo Latino...

di NINO SABATINO
Pubblichiamo questo bel saggio su San Bernardo/Filippo Latino  scritto dal prof. Nino Sabatino, nostro compaesano che vive a Cagliari, col quale si fa giustizia delle notizie raffazzonate "comunicate" giorni fa da Giancarlo Magalli.

Quinto dei sette figli, che ebbero i coniugi Latino conciapelli, al battesimo (6 febbraio 1605, il giorno stesso della nascita) gli fu imposto il nome di Filippo: dal padre, nativo di Chiusa Sclafani, apprese l'amore al lavoro e la carità verso i poveri; dalla madre, terziaria francescana, il buon esempio nella pratica degli atti di pietà. Dotato di una forte volontà, sostenuto da una forza fisica non comune, non si lasciava posare una mosca sul naso ed era sempre pronto a menar le mani; solo la frequenza ai Sacramenti era per lui un freno a moderare gli eccessi a cui per natura era trasportato. Mortogli il padre nel 1620, toccò a Filippo appena quindicenne gestire la bottega di calzolaio; il che gli permise di far parte della "maestranza dei calzolai" e di fregiarsi del titolo di mastro e in un secondo tempo di far parte della “Sciurta”. 

Dobbiamo a questo proposito ricordare che per la sicurezza notturna della città il capitolo XLI delle “consuetudini” (che secondo il Colletto debbono considerarsi la carta fondamentale di Corleone) era stata costituita la Sciurta al comando di quattro “maestri”, due del quartiere superiore e due dell’inferiore; gli “sciurtieri” venivano scelti venti e venti dai due quartieri e dovevano controllare che nessuno circolasse per le strade dopo il terzo tocco della campana (a meno che non si trattare di cosa urgente, come – dice l’ASSISA - per chiamare il medico, il sacerdote, il notaio). Avevano gli sciurtieri l’armamento di lancia e scudo, che servivano anche da distintivo perché senza di essi non veniva riconosciuta la loro qualità. La spada era invece un’arma che potevano portare tutti . Venivano multati se non osservavano gli ordini ricevuti dal “capo maestro”,--- venivano multati e rimossi dall’ufficio qualora avessero dormito in qualche casa malfamata,--- soltanto rimossi se si fossero assentati dal servizio. Forse –diciamo di sfuggita - la dimora del “capo maestro” del quartiere inferiore era all’inizio di quella scalinata che oggi fiancheggia Via Caduti in guerra e che porta al Vallone Grazia; solo così può spiegarsi il motivo di intitolare quella discesa dal personaggio più rappresentativo che vi sia dimorato: Via Capomaestro (ché quel maestro non era un insegnante delle elementari e nemmeno un muratore!).
--- Tornando al nostro discorso si deve dire che Filippo Latino, come “sciurtiere” aveva la facoltà (anzi il dovere) di girare di notte, armato, per le vie della città a protezione dei cittadini, secondo una “consuetudine” che, iniziata con Federico III d’Aragona, Corleone aveva mantenuta durante la dominazione spagnola. Ecco perché quando si trattava di difendere i poveri e gli oppressi, Filippo non esitava a servirsi della sua bravura nel maneggiare l’arma che gli aveva procurato il titolo ambito di "prima spada di Sicilia". 
E poi c’era tutta una cultura cavalleresca, che - risalendo al Sec. XIV - in Sicilia era rimasta viva tra la gente e, come sostiene Antonio Gramsci, quella letteratura che ogni giorno veniva ostentata sulle sponde dei carretti siciliani ed era spesso rinnovata con la tanto seguita “opra dei pupi”) era l’unica che -sebbene oralmente- fosse rimasta nel cuore del popolo “illetterato”. E i Paladini di Francia (gli eroi di quella letteratura) da quali sentimenti erano animati? Da l’ amor per la Patria, la Fede ed i deboli! E per gli illetterati (come mastro Filippo Latino) chi era la Patria se non Corleone? Per la Fede non c’era problema (la famiglia gliene forniva esempi a bizzeffe) ed i deboli? Corleone gliene offriva un ricco campionario. 
Con la mente piena di questi eroi, delle loro imprese, della loro invincibilità, vedendo nella Caserma dei Borgognoni tanti soldati esercitarsi nell’uso della spada, sin da piccolo aveva preso lezioni da essi e da bravo alunno aveva imparato anche qualche “colpo segreto”. Perciò da adulto cominciò a servirsi della spada per impedire i soprusi e le angherie di tanti soldatacci, che -nella loro meschinità- si credevano coi deboli i padroni del mondo. Nel periodo della mietitura infatti affluivano dai paesi vicini molti braccianti. Dormivano per lo più all’aperto, chi sulla gradinata della Matrice, chi nella piazza. Questi tipacci nella notte si buttavano su quei malcapitati e bastonandoli si facevano consegnare i loro pochi sudati risparmi. Mastro Filippo, non potendone più dalla bile, una sera si traveste da mietitore e va a buttarsi, come per dormire, tra i veri lavoratori. Quando tutto fu calmo e nessuno in piazza poteva essere testimone, i soldati si avvicinano, mastro Filippo li lascia venire avanti, ma quando si accorge che stanno mettendo, al solito, le mani nelle tasche dei mietitori, tira la spada, che teneva sotto, e mena piattonate su piattonate. Quei briganti, sbalorditi, se la danno a gambe per via San Martino e Filippo dietro, bastonandoli con tutta la bile che aveva in corpo. 
---- Ad un altro militare levò la voglia di tormentare ed insidiare l’onestà di una ragazza che vivendo in continua ansia e non sapendo come liberarsi si era rivolta a lui per proteggerla. Un’altra volta strappò dalle mani di malintenzionati una sposina, che lungo il corteo nuziale intendevano rapire, per fare uno scherzo? Ma, via! Seppe pure tenere in freno alcuni spavaldi che si vantavano di saper menar la spada meglio di lui, tra i quali era un certo cavaliere Vinuacitu, che si era recato a Corleone per misurarsi con lui e metterlo fuori combattimento; ma ne ebbe la peggio e, rimasto ferito e umiliato, se ne tornò a Palermo con le pive nel sacco.
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Il maneggio della spada contribuì a farne un mito delle imprese giovanili di Filippo Latino, ma facendolo anche passare per un attaccabrighe, che andasse per divertimento in cerca di guai. Che mastro Filippo si accendesse come un fiammifero, se provocato, non era un mistero per nessuno. Due testimoni precisarono ai processi, che in seguito vennero istruiti, che "nissunu difettu ci era nutato si non la caldizza (focosità) ch'avia in mettiri manu a la spata quannnu era provocatu". Comunque tutti erano concordi nel dire che se mastro Filippo metteva mano alla spada era "per difendere qualche vessazione del prossimo" e "per aiutari qualchi persona".
--- Ma fu il duello con Vito Canino, nell'estate del 1626, che diede una svolta alla vita di Filippo Latino. Doveva esserci gran caldo in quei giorni di canicola dal momento che se ne stava nella sua bottega spitturinatu (a torso nudo), quando gli si presentò uno sconosciuto. 
“Siti vui mastru Filippu?” gli domandò. --- 
“E picchì mu dumannati?” fa mastru Filippu. 
“Jiu nun ti dumannu nienti. Si si galantomu, pìjjiati a spata”.
“Jiu cu vossignoria nun haiu avutu dispiaciri; chi occasioni haiu ri pijjiàri a spata?” dice mastro Filippo che vuole evitare un duello.
Ma il Canino continuò imperterrito nella sua provocazione e dovette pure sconfinare nella volgarità perché mastro Filippo andasse in collera e rispondesse fortemente seccato:
"Nun haju bisognu di spata cu ttia". 
E uscì dalla bottega, che dava sulla Piazza Suprana, col solo pugnale nell’illusione che in presenza di molta gente quel fanfarone misurasse le parole. Tutto l’opposto. Il Canino insolentì di più e il duello fu allora inevitabile, con l’inevitabile crocchio di spettatori incuriositi e partecipi. 
Il Canino ce la metteva tutta per eliminare mastro Filippo mirando alla testa. Fu allora che il calzolaio, pur essendo più alto e robusto, trovandosi in notevole inferiorità rispetto all’avversario, armato di tutto punto e con un camiciotto metallico di protezione, detto “giaco”, fingendo di non resistere ai suoi attacchi ed alla sua innegabile bravura, ripiegava lentamente per via S. Domenico verso la Piazza della Matrice finché non fu dinanzi alla sua casa nei pressi di San Pietro. Fu allora che con un attacco improvviso bloccò col pugnale la spada del Canino, i due si trovarono di fronte, quasi a contatto, ma con le armi bloccate. Mastro Filippo diede forte una spinta, il Canino indietreggiò, barcollò e fu per cadere, ma in quell’istante mastro Filippo entrò a casa, prese la spada e 
--- “Ora si viri u galantuomo che si, tu cu ssu giacu e jiu spitturinatu” 
e attaccò l’avversario che vedeva ora come un sicario. Vito Canino resisteva, ma era costretto ad indietreggiare; gli astanti che intanto erano cresciuti seguivano con interesse i duellanti e si giunse alla Piazza della Matrice. E qui gli attacchi da entrambe le parti si fecero più seri, senza esclusione di colpi. La folla che intanto si era accresciuta tratteneva il respiro. Anche mastro Filippo aveva questa volta preso di mira la testa del Canino che, essendo più basso, per parare il colpo dovette alzare il braccio. Era il momento che Filippo aspettava, si abbassa un po’e sferra un colpo sotto l’ascella, recidendo all’avversario i tendini del braccio. La mano del ferito non seppe più stringere la spada e la spada cadde per terra; ma anche il Canino cadde per terra.
-- Credutolo morto, “Scappa! scappa!” gridarono gli astanti e consigliarono Mastro Filippo a non farsi prendere dalle autorità, che vietavano i duelli tra persone che non fossero dello stesso grado (in questo caso un privato - sebbene col comportamento di Killer - ed uno che faceva parte della “Sciurta” cittadina). Mastro Filippo fuggì e da quel momento si perdettero le sue tracce. 
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--- Dopo diversi anni si venne a sapere che mastro Filippo Latino si era fatto frate nel convento dei cappuccini a Caltanissetta (1631) e veniva chiamato fra’ Bernardo. Delusione per tanti Corleonesi che non si aspettavano tale fine per colui che era stato definito “la prima spada della Sicilia”. Morire per mano di vili traditori, questo sì, può essere accettato per un vero eroe, come Ruggiero di Risa –Reggio-, ma cingere il cordone di San Francesco per non essere colpito dalla “giustizia”, questo no! Allora avevano ragione – si cominciò a dire- quanti avevano sostenuto che mastro Filippo era solo uno dei tanti attaccabrighe che circolavano in Europa. E la rissosità in quegli anni era in vero un tratto di costume molto diffuso. Il grande drammaturgo inglese Christopher Marlowe, autore del “Dottor Faust”, fu un violento attaccabrighe e morì di pugnale in una taverna, in una rissa. Il poeta seicentesco G. B. Marino fu più volte in carcere e fu bersagliato da un colpo di pistola dal Murtola. Il Cavalier d’Arpino, nella cui bottega lavorò il Merisi nei primi anni del suo soggiorno romano, fu anche lui condannato a morte, anche se prima della esecuzione venne graziato. E Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio dal suo paese natale, per un po’ di tempo fu in prigione per i continui duelli e processi; e infine fu in una continua fuga per non venire catturato e messo a morte avendo ucciso in un duello Ranuccio Tomassoni. Persino il malinconico Torquato Tasso, nella corte di Ferrara, lanciò un coltello contro un servo, da cui si credeva spiato. 
---- Ma che un famoso spadaccino finisse di sua volontà in un convento non si era mai sentito, onde per questa novità non sono mancati tentativi d’ipotizzare che il corleonese mastro Filippo Latino sia stato il modello per il Manzoni per dar vita al Lodovico de “I Promessi Sposi”, meglio noto come padre Cristoforo, difensore dei deboli e degli oppressi (da frate) e, per ripicca, contro gli aristocratici vanitosi e soverchiatori alla cui cerchia avrebbe voluto appartenere, ma da cui veniva respinto (quand’era Lodovico, figlio d’un ricco mercante).
E a dare man forte a questa tesi si ricordava che il rev. P. Antonino aveva scritto (nella Storia dei Cappuccini della Prov. di Palermo) che nel 1624 era arrivata a Corleone una grandissima pestilenza che l’aveva flagellata per due anni e mezzo; --- che per curare e alimentare gli appestati era stato improvvisato un lazzaretto ai Cappuccini Vecchi --- e che tra i cappuccini, che si erano distinti nella cura degli appestati, meritava di essere ricordato in modo speciale “frate Masseo”, che morì vittima della sua carità in servizio degli infermi. 
Era frate Masseo un frate laico (come fra’ Bernardo), ma era di Caccamo ed a lui dovette ispirarsi il Manzoni per presentare gli ultimi anni di padre Cristoforo. Di due personaggi esemplari vissuti a Corleone il Manzoni, in conclusione, facendo una sintesi, aveva ricavato la forte figura del cappuccino di Pescarenico. E non poteva fare altrimenti. 
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Dopo il duello con Vito Canino (1626) mastro Filippo per cinque anni non aveva fatto avere notizie di sé e quanto divenne frate Bernardo (1631) rimase sempre un frate laico a servizio dei cappuccini nel ristretto limite del proprio convento, facendo i lavori più umili, e cambiando “annualmente” il convento di sua residenza. Fu anche a Corleone e qui volle fare un atto di riconciliazione e di umiltà con Vito Canino, proprio nel patrio convento di Corleone, di fronte a tutti i compaesani. Nella chiesa di questo convento, davanti all'altare maggiore, l'ex spadaccino, ora fra Bernardo, abbracciava il suo ex rivale Vito Canino, nello spirito della riconciliazione, per essere certo del perdono ricevuto e offerto. Le lacrime di pentimento di fra Bernardo furono asciugate dall'umiltà del Canino che ammetteva:
- "Yiu ci culpai a lu meu mali!".

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