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martedì, luglio 09, 2013

Palermo, ricordati i caduti dell'8 luglio 1960 e i morti per il lavoro

La scopertura di un monumento dedicato ai caduti
Pubblichiamo la relazione svolta da Mario Ridulfo, segretario generale della Fillea Cgil di Palermo, per la commemorazione dei caduti dell'otto luglio 1960 e dei morti per il lavoro.
Care compagne e cari compagni,  gentili ospiti,
E’ una tradizione ormai, l’iniziativa che ogni anno la Fillea Cgil di Palermo mette in cantiere per commemorare i fatti che nella giornata dell’otto luglio 1960, coinvolsero tra gli altri due compagni, due edili Palermitani: Francesco Vella di 49 anni  e Andrea Gancitano di 19 anni, uccisi entrambi da colpi di arma da fuoco. Quella mattina, per risposta ai fatti di Reggio Emilia e a seguito della proclamazione dello sciopero generale della CGIL, il centro di Palermo venne presidiato fin dalle prime ore  dai reparti celere della polizia, al fine di disturbare la manifestazione .

Il corteo fu caricato brutalmente dalla celere con le jeep spinte a velocità contro la folla. I lavoratori si difesero  con , sassi, bastoni, come poterono.

Le ragioni che portarono allo sciopero generale e agli scontri di piazza, erano quelle della difesa di un’ancora giovane democrazia, offesa dall’apertura del Governo Tambroni  ai post- fascisti  e nella decisione di questi ultimi di celebrare il congresso a Genova, città martire, medaglia d’oro nella lotta di liberazione al regime fascista e all’occupazione nazista.
Con lo sciopero generale dell’otto luglio la protesta contro il governo Tambroni assunse una dimensione realmente nazionale  e  la Cgil si pose alla guida del malcontento e della mobilitazione popolare, contro la deriva autoritaria  del governo.

Il clima che portò alla tragedia era quello di un grande fermento sociale, frutto di una condizione generale di arretramento che a Palermo , in Sicilia era rappresentato dal perdurare del capolarato, dai ritardi nella ricostruzione degli scempi della guerra, dall’arretramento dei lavoratori nelle campagne e nelle  realtà industriali Palermitane, dove una intera generazione di sindacalisti si forgiò.
La realtà  di quegli anni  è fatta di diritti negati, di non lavoro, di  lavoro precario, di gabbie salariali ( gli operai Palermitani guadagnavano il 60% di quanto guadagnava un operaio Genovese), anni duri, di repressione e di sconfitte.

Le tante ricorrenze, che il nostro martoriato calendario ci ricorda,  dalla strage di Portella,agli omicidi di 38 sindacalisti della Cgil  tra il 1947 e il 1950,  a volte, possono  apparire solo eventi sbiaditi nel tempo e nei ricordi degli ultimi testimoni.
Da parte nostra c’è la volontà, nel ricordo  di non arrendersi,  di tentare giorno per giorno, di difendere valori ed  interessi dei  lavoratori, gli stessi  di  Vella e Gancitano.

Ho voluto attardarmi seppur superficialmente,  nell’inquadrare la situazione di quegli anni, perché in un arduo parallelismo vogliamo legare, seppur in condizioni diverse e in tempi diversi,  le condizioni di quei lavoratori, con quelli di oggi.

Nel manifesto abbiamo scritto, come incipit dell’iniziativa di oggi che “nel 1960, operai edili come Andrea Gancitano e Francesco Vella, operaio e sindacalista della Fillea cgil, cadevano sotto i colpi della crisi e della repressione. Nel 2013 operai edili come Peppe Burgarella, operaio e sindacalista della Fillea Cgil, cadono sotto i colpi della crisi e delle politiche economiche neo liberiste” , forse ci siamo troppo  attardati in questi anni in analisi economiche sulla nascita della crisi e sugli effetti di essa, forse abbiamo perso di vista il vero motivo della crisi, cioè lo scontro finale tra idee e prospettive diverse di società.
L’Europa dell’austerity ripiomba nel pre- marxismo: rancore, guerra tra poveri e zero coscienza di classe, ci si azzanna per uno “smartphone”!. 
La lotta di classe? Direte voi! una risposta, l'ha data il miliardario americano Warren Buffett, il quale ha dichiarato, non molto tempo fa: «c'è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo».
Nei primi 70 anni del Novecento la “lotta di classe” ha portato a una ridistribuzione verso il basso delle risorse: la costruzione dei sistemi di welfare ha protetto milioni di persone dalla povertà e dalle incertezze, la pressione dei sindacati ha ridotto la quantità di lavoro e ne ha migliorato la qualità, l’istruzione di massa ha permesso mobilità sociale.
La classe dei lavoratori aveva vinto la battaglia.
Ma la guerra è continuata, è iniziato un “contromovimento” come lo chiamava Karl Polanyi.
Nel suo recente libro, Luciano Gallino, scrive che “tra il 1976 e il 2006 crolla la percentuale dei redditi da lavoro sul Pil, misura di quanta parte della ricchezza nazionale finisce nelle tasche dei lavoratori. Tra il 1976 e il 2006, nei 15 Paesi più ricchi dell’area Ocse, si passa dal 68 al 58 per cento. In Italia i redditi da lavoro scendono addirittura al 53 per cento. Questo significa, ricorda Gallino, che i lavoratori dipendenti hanno perso 240 miliardi di euro all’anno”.
Ci voleva tanto a capire che la tecnica non basta a governare un Paese?
L’avevano capito i lavoratori del 1960, scesi in piazza a difesa della democrazia e della costituzione, la stessa che oggi una delle più importanti banche d’affari del mondo ci dice di dovere cambiare.

Di recente lo studio della banca Americana Jp Morgan, così scrive:

“The political systems in the periphery were established in the aftermath of
dictatorship, and were defined by that experience. Constitutions tend to show a
strong socialist influence, reflecting the political strength that left wing parties gained
after the defeat of fascism. Political systems around the periphery typically display
several of the following features: weak executives; weak central states relative to
regions; constitutional protection of labor rights; consensus building systems which
foster political clientalism; and the right to protest if unwelcome changes are made to
the political status quo. The shortcomings of this political legacy have been revealed
by the crisis. Countries around the periphery have only been partially successful in
producing fiscal and economic reform agendas, with governments constrained by
constitutions (Portugal), powerful regions (Spain), and the rise of populist parties
(Italy and Greece)”,
ovvero: “ i sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste,………………….e presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori;…licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo….”, quindi , non solo colpa di politiche economiche neo liberiste , ma   colpa di quello che alcuni definiscono autoritarismo liberista.


Per questo caparbiamente abbiamo riportato nel nostro manifesto e nelle nostre ultime iniziative l’articolo uno della costituzione  , lo stesso che il nostro compagno Burgarella ha riportato nell’ultimo ed estremo atto politico di protesta prima di togliersi la vita, come Jan Palach, l’eroe cecoslovacco che si diede fuoco a Praga per  protestare contro  l’invasione sovietica, ha voluto ricordarci con il richiamo all’art.1 della costituzione che il lavoro è dignità.
Forse Peppe non lo sapeva o forse si, stava citando Piero Calamandrei, uno dei padri della costituente che così scriveva:
“…..fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare  e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare  neanche democratica …..è compito della repubblica (richiamo all’art.34 della costituzione) rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo”, era il 26/01/1955!
Le parole usate da Peppe:  Lavoro, dignità, costituzione, sono le stesse di Calamandrei e richiamano la necessità che la politica sia impegno, volontà di mantenere queste promesse, responsabilità, pena quello che Calamandrei chiama l’indifferentismo politico che produce : astensionismo, violenza, rifugio in forme di protesta elementari e pre-politiche.
E’ di pochi giorni fa la lettera di un sindaco di un importante città della nostra provincia,  che sulle pagine del giornale la repubblica, dice senza troppi giri di parole che: “ in una situazione come questa, senza lavoro e senza sviluppo economico….se lo stato abbandona una comunità …essa diventa preda dell’ingordigia mafiosa”.

         Noi siamo questa storia,  la storia dei Vella dei Gancitano dei Burgarella e dei tanti compagni, lavoratori che impegnano  a cambiare lo status quo nonostante, come dice Zagrebelsky, “intorno a noi il vuoto della politica, allora la domanda, è  siamo ancora in tempo?” 
        
Non c’è più tempo e non sempre le istituzioni sono sensibili alle nostre richieste, solo di recente, per esempio lo scorso 31 maggio dopo una manifestazione partecipata da circa cinquemila persone, lavoratori, ma anche imprenditori del settore, il presidente della Regione Sicilia, non ha sentito il bisogno di ricevere una delegazione, (neanche
nei giorni successivi!) altro esempio, al  Prefetto di Palermo abbiamo chiesto, ripetutamente anche con una  manifestazione, l’attivazione  presso la Prefettura di  un comitato di coordinamento per la sorveglianza delle opere pubbliche che  attraverso  il monitoraggio e la sottoscrizione di protocolli di intesa aiuti lo sblocco dei tanti cantieri fermi a volte per lungaggini burocratiche e definisca (come previsto, dalle linee guida per i controlli antimafia L.166/09), “un percorso comune e condiviso tra tutti i soggetti istituzionali e sociali ( imprenditoriali e rappresentativi delle categorie dei lavoratori, in cui siano puntualizzate le misure da adottare in funzione di prevenzione antimafia)”.

Per questo soprattutto in questi mesi abbiamo messo in piedi un movimento di lavoratori edili disoccupati che con la  protesta pacifica e la proposta ha l’obiettivo di dare visibilità alle condizioni del settore per potere cambiare le cose, abbiamo rivolto la nostra attenzione alla Regione, ai Comuni, alle istituzioni di prossimità,  per questo stiamo proponendo e sottoscrivendo accordi per lo sviluppo e l’occupazione edile.

Non c’è più tempo.

         Negli ultimi anni in Italia nel settore delle costruzioni: si sono persi 550 mila posti di lavoro; si sono ridotti del 30% gli appalti pubblici;  si è ridotto del 20%  il volume del fatturato, con ripercussioni gravi anche sulle imprese più strutturate. A Palermo l’ultimo dato della cassa edile parla di meno 16% di massa salari rispetto al solo anno precedente (da 135.000.000 di euro a 111.000.000 di euro) 23 mln di euro in meno in un anno. Mentre dall’inizio della crisi nel 2008 ad oggi si sono registrati - 8.500 posti di lavoro censiti in cassa edile, si può parlare di un autentico crollo.

         Per questo è importante attivare tutte le iniziative per il  rilancio, la costruzione, il completamento delle opere e delle  infrastrutture utili alla comunità.
        
         Purtroppo l’emergenza fa “a pugni” con i tempi di gestione degli appalti: in Sicilia per la aggiudicazione trascorrono in media 1582 giorni contro i 583 della Lombardia, 900 della media nazionale!
In questo quadro non particolarmente confortante, abbiamo  posto  attenzione al ruolo delle amministrazioni regionali e locali. La loro quota sul totale degli investimenti pubblici nazionali è infatti cresciuta, da questi dipendono i tre quarti della spesa: Regioni, Comuni, Provincie, Asl, etc.., secondo la stessa Ance, una delle cause che rallentano la spesa ed impediscono l’utilizzo anche dei fondi europei per le opere pubbliche, dipende dal fatto che gli enti locali siciliani non dispongono, di progetti definitivi da presentare per il finanziamento e non tanto per le grandi opere pubbliche, quanto per i  piccoli e medi cantieri che sono poi quelli più interessanti per il nostro sistema d’impresa edile. La Sicilia ha un deficit infrastrutturale del 34,6%, rispetto per esempio al nord-est, mentre la carenza di infrastrutture aumenta i costi dell’impresa del 20,6%.
         E’ evidente che tutto ciò, più della crisi economica globale, genera una pericolosa distorsione strutturale nel settore delle costruzioni e segna con la  presenza criminale e il ricorso al lavoro nero l’esclusione delle aziende sane dal mercato e in assenza di un quadro normativo certo assisteremo come ora ad una sempre maggiore parcellizzazione delle imprese, alla riduzione del peso della manodopera, alla estensione delle partite iva, alle microimprese individuali.

E’ certo che l’avvio dei cantieri per il raddoppio della ferrovia e per il tram a Palermo non esauriscono il gap di infrastrutture che abbiamo ed è del tutto vero che ad oggi in assenza di risorse e di progetti,  al termine di questi lavori il quadro sembra, destinato a peggiorare.
L’unica condizione è passare dalla strategia degli annunci di opere (e finanziamenti che non ci sono) che non si faranno, alla strategia si direbbe oggi del “fare”, ma non di quel “fare” contenuto nel cd. Decreto semplificazioni del Governo che mette mano e deregolamenta le norme in materia di sicurezza, in un paese come il nostro dove continuano a morire in media tre - quattro lavoratori ogni giorno ( allentamento dei vincoli della responsabilità solidale dell’appaltatore, validità fino a sei mesi del durc in assenza di una organica e strutturata azione di contrasto all’irregolarità e di esigibilità delle sanzioni) , ma di quel fare che crea  tutte le condizioni per avviare cantieri ed opere utili alla comunità e ai lavoratori, a cominciare ad esempio dall’avvio dei lavori dell’anello ferroviario.
Sono anni che si annunciano piani straordinari e progetti che restano puntualmente nel cassetto dei sogni dei Palermitani.
Già nel 2003 (10 anni fa) l’amministrazione comunale di Palermo prevedeva l’avvio e la rapida  conclusione di importanti  lavori,  mentre i cantieri del passante ferroviario e del tram seppur  in ritardo sono ancora  in attività, fermi sono i lavori   per la chiusura del cd. anello ferroviario, per la  realizzazione del raddoppio del ponte Corleone ; il sottopasso di via Perpignano e il lavori per il collettore fognario.
 Annunci sono rimasti: la metropolitana leggera automatica per collegare Via Oreto con Mondello, i parcheggi in città, insomma l’attuazione di quel piano integrato dei trasporti che avrebbe dovuto dare  occupazione nei cantieri a 3.400 persone l’anno per 5 anni. 
Il restauro (e la pedonalizzazione) delle piazze storiche, (piazze importanti come S. Anna, Croce dei Vespri, S. Domenico, Rivoluzione);  il recupero, la ripavimentazione e il restauro degli assi monumentali come l’antico Cassero e via Maqueda;  il recupero e la trasformazione in isole ecologiche di ampie zone dei quattro mandamenti del centro storico, della Vucciria e dei mercati storici;  il recupero e “l’urbanizzazione” delle periferie; la messa in sicurezza delle scuole e degli edifici pubblici, etcc.
E poi ancora l’indispensabile  collegamento della circonvallazione di Palermo lato monte con quella lato mare ( magari con un futuro ed auspicabile interramento del tratto Cala-ForoItalico-S.Erasmo, che restituirebbe  definitivamente il mare alla città);  ma anche il proseguimento dei lavori ed il rafforzamento del sistema Tram  con la progettazione e la costruzione di nuove tratte.
La decongestione del centro cittadino attraverso la costruzione di parcheggi di interscambio per il traffico proveniente dalla provincia ad est di Palermo in corrispondenza della stazione tram di Brancaccio ed uno in corrispondenza di via Tommaso Natale per il traffico proveniente ad ovest della Provincia, evitando così la percorrenza di centinaia di pullman fino al centro città.
         Inoltre il  trasferimento e la costruzione di un moderno mercato ortofrutticolo nell’ex area industriale di Brancaccio in connessione con ferrovia ed autostrada, il trasferimento e la costruzione di un moderno mercato ittico dalla attuale zona archeologica del Castello a Mare ( con la trasformazione di questa ampia zona, collegata al vecchio porto e al foro italico in un unico grande parco a mare) e la riqualificazione, per esempio del porticciolo di S.Erasmo a  tale scopo.  
         La trasformazione in un unico parco urbano dell’area ex Fiera e del mercato ortofrutticolo e il rilancio di quella che è stata una delle più importanti fiere campionarie del sud Italia,  attraverso il trasferimento e la costruzione di spazi espositivi moderni nella ex zona industriale di Brancaccio.
         Ma potremmo continuare all’infinito nell’elencazione di proposte per opere necessarie anche  a basso costo che potrebbero cambiare il volto della città favorendo il rilancio della economia e l’occupazione di tanti operai ed impiegati edili oggi disoccupati.
          Le opere pubbliche , sono grandi se soddisfano esigenze diffuse, se sono realizzate in tempi normali, se non stravolgono l’ambiente, se si realizzano in piena legalità.

Ma non c’è più tempo!
                                                                                     Mario Ridulfo               
                                                                          
Palermo, 8 Luglio 2013


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