martedì 9 gennaio 2018

Mafia, per un italiano su tre è ancora più forte di trent’anni fà

ILVO DIAMANTI
La percezione della criminalità organizzata resta molto alta. E anche nel Settentrione è aumentata la paura di infiltrazioni. I più “sensibili” sono gli elettori della Lega e del M5S
La mafia, fino a qualche tempo fa, aveva un marchio territoriale preciso. Perché il suo rapporto con il territorio era stretto. Andava oltre la prospettiva “criminale”. La mafia era radicata nella società — e nel territorio. Sostituiva lo Stato dove lo Stato era lontano.
Assente. In Sicilia, anzitutto. Quindi, con modelli e definizioni diverse, in altre Regioni del Sud. In Calabria, Puglia, Campania. Dove la ‘ndrangheta, la sacra corona unita e la camorra avevano — e hanno ancora — una presenza forte e diffusa. Ma oggi la situazione è cambiata profondamente. E le mafie si sono diffuse dovunque. A Roma. Dove Mafia capitale, al di là della sentenza di primo grado, ha dimostrato il legame profondo fra società e criminalità. Nella Capitale, appunto. Ma soprattutto a Nord. E oltre confine. Aree dove riciclare e investire è più facile che nel Mezzogiorno.

Le inchieste dei magistrati hanno seguito e ricostruito da tempo i percorsi della criminalità organizzata. La nuova — e mutevole — geografia della mafia, però, non viene riprodotta solo da giudici e poliziotti. Ma è divenuta, ormai, “senso comune”. Lo “sconfinamento” mafioso oltre i territori tradizionali, infatti, è largamente condiviso. Come lo è l’espansione del fenomeno. Il sondaggio di Demos, condotto alcune settimane fa, lo recepisce con molta chiarezza. Per non generare equivoci, meglio ribadire che si tratta di un’indagine sulle opinioni e sulle percezioni. Non faccio e non facciamo i magistrati. Anche se i dati delle inchieste sull’Opinione Pubblica riflettono quelle delle inchieste dell’antimafia. Ne sono ovviamente condizionate. Visto che le indagini dei magistrati hanno un impatto rilevante sui media. E, quindi, sull’opinione pubblica. Secondo un terzo degli italiani (del campione intervistato da Demos), dunque, la mafia oggi sarebbe «più forte rispetto a 20-30 anni fa». All’epoca degli omicidi di Piersanti Mattarella, Giuseppe Fava, Ninni Cassarà, Beppe Montana, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Solo per citarne alcuni. D’altronde, le vittime di mafia, in Italia sono stimate in diverse migliaia.
Ebbene, nella percezione sociale, da allora sarebbe cambiato poco. Tanto più che, secondo un ulteriore 46%, la sua influenza resterebbe inalterata, rispetto a quegli anni di sangue e di morte. Mentre meno di 2 italiani su 10 considerano la presenza mafiosa diminuita. Il maggior grado di gravità del fenomeno è percepito dagli elettori della Lega: 43%. Quindi, a distanza, dalla base del M5s (38%). Mentre il pericolo della mafia appare meno forte che in passato a coloro che votano FI (29%).
Ma se la forza della mafia appare immutata e perfino cresciuta, nella percezione dei cittadini, la geografia del suo radicamento risulta profondamente cambiata. La mafia, secondo quasi metà degli italiani (47%), si sarebbe diffusa e allargata soprattutto nel Nord. Molto meno nel Sud. Quasi per nulla nel Centro. Nonostante le indagini su Mafia Capitale e i recenti episodi violenti e criminali avvenuti a Ostia. Ma Roma, probabilmente, è percepita come un’entità specifica e diversa. Va oltre il “centro”.
Invece, colpisce come la marcia verso Nord della mafia venga recepita e sottolineata proprio in quest’area. Soprattutto a Nord-Ovest (57%), lungo l’asse Milano-Torino-Genova. Fino ai confini con L’Emilia Romagna. Anche nel Nord-Est l’espansione mafiosa è riconosciuta da un ampio settore di popolazione (poco meno del 50%). Mentre questa percezione tende a diminuire via via che si scende a Sud. Dove si è meno disponibili a cogliere, meglio: ad accettare le nuove direzioni della presenza territoriale della mafia. Anche se la diffusione della mafia, nel proprio contesto, viene considerata in crescita da una componente di persone, tutto sommato, limitata (10%).
La rappresentazione geopolitica mafiosa mostra differenze significative e rilevanti, in base agli orientamenti di voto.
L’espansione del fenomeno nel Nord, in particolare, incontra maggiore difficoltà ad essere ammesso fra gli elettori dei partiti che hanno basi e radici più forti in quest’area. In particolare, fra i leghisti e, ancora più, fra i votanti di FI. Fra i padani e nella base del partito di Berlusconi. Impiantato a Milano, anche se diffuso, successivamente, un po’ dovunque. Soprattutto nel Mezzogiorno. Tuttavia, quasi 4 elettori della Lega su 10 oggi riconoscono come la mafia sia, ormai, cresciuta anche — anzi: soprattutto — intorno a loro. A “casa loro”.
Così, mentre i magistrati ricostruiscono gli itinerari della risalita mafiosa — e della criminalità organizzata — dal Sud verso il Nord, la società e la popolazione adeguano gli “occhiali” con i quali osservano e valutano il mondo intorno a loro. E scoprono una realtà profondamente cambiata. Nella quale le differenze territoriali non sono più profonde e marcate come un tempo. La frattura fra Nord e Sud, in particolare, tende a ridimensionarsi.
Almeno sotto il profilo del fenomeno criminale. Meglio: della criminalità organizzata.
Le distanze, a questo proposito, sembrano ridotte. Il Paese appare sempre più omogeneo, al proprio interno. Un’Italia (maggiormente) unita dalla crescita mafiosa. Nella percezione dei cittadini. Occorre prenderne atto. Tuttavia, di fronte all’espansione mafiosa occorre reagire. Non solo attraverso l’azione giudiziaria e di polizia. Ma anche, anzitutto, sul piano sociale e culturale. Per questo, non dobbiamo “dare per scontato”. Non rassegnarsi.

La Repubblica, 8 gennaio 2018

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