martedì, marzo 01, 2011

1° Marzo, la Festa di San Leoluca

di DINO PATERNOSTRO
Come ogni anno da secoli, anche il 1° marzo di quest’anno Corleone festeggia il “dies natalis” di San Leoluca, suo Santo Patrono, che fu un abate basiliano vissuto in Calabria più di mille anni fa. Il “giorno della nascita”, per la Chiesa cattolica, corrisponde alla data della morte terrena, che apre le porte alla vita eterna. Si farà la consueta processione, con la statua del Santo che attraverserà le principali vie del paese, seguito dalla sua confraternita, dalla banda musicale e da tanti fedeli. E la sera saranno accese le consuete “luminiane” (i falò) in tante strade e piazzette, con la legna (prevalentemente, ramaglie di ulivo) ammassata dai giovani devoti già qualche giorno prima. Il pensiero di tutti, però, era rivolto all’eccezionale notizia del ritrovamento dei resti del Santo, comunicata lo il 9 dicembre 2008 dall’archeologo Achille Solano e dalla sua equipe, nel corso di un’affollata conferenza-stampa. Erano in una grotta sotto la chiesa di Santa Ruba, nel comune di San Gregorio d’Ippona, un paesino calabro a poche centinaia di metri da Vibo Valentia, dove un tempo sorgevano tanti monasteri basiliani. Un ritrovamento a cui ha dato credito lo stesso vescovo della diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea, competente per territorio, che ha inviato sul posto un suo rappresentante, don Filippo Ramondino. La curia di Monreale, forse perché lontana dal luogo della scoperta, ha assunto una posizione più prudente, ma pare che adesso sia orientata a seguire l’orientamento della chiesa calabra. E’ prevedibile, quindi, che al più presto anche a Corleone saranno organizzate manifestazioni e festeggiamenti per il ritrovamento del corpo di questo santo, di cui in Sicilia si è sempre saputo poco.

Per la verità, nel 1657 il gesuita Ottavio Gaetani aveva pubblicato un testo in latino sulla vita di Leone Luca, precisando «di averlo ricavato da tre manoscritti rinvenuti in Sicilia: uno a Palermo, un altro a Mazara e un terzo a Corleone», dice Maria Stelladoro, docente di lettere classiche e specialista in paleografia e codicologia greca presso la Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica ed Archivistica. Ma non era un testo divulgativo. Qualche anno dopo, i Bollandisti pubblicarono un’altra Vita del Santo, pure in latino, rinvenuta nella biblioteca di Giuseppe Acosta. Ma un grande merito va alla studiosa siciliana Maria Stelladoro, che ha tradotto in italiano il testo del Gaetani, vi ha aggiunto una sua introduzione, un commentario e gli indici, e nel 1995 l’ha pubblicato (La vita di San Leone Luca di Corleone, Edizioni Scuola Tipografica Italo-Orientale “S. Nilo”, Grottaferrata, Roma, 1995). Il volume non è l’unico contributo della Stelladoro per una migliore conoscenza del Santo. Nel settembre 1999, sul n. 27/28 della prestigiosa rivista tedesca “Codices Manuscripti”, ha pubblicato anche il “Codice di Mazara” sulla vita del Santo, già citato dal Gaetani e recentemente ritrovato. Un ulteriore suo contributo è stato pubblicato nel 2004 sul “Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata.
«Leone Luca – ci racconta Maria Stelladoro - nacque a Corleone di Sicilia da Leone e Teotiste, contadini e pastori. Ancora in giovane età rimase orfano di entrambi i genitori, abbandonò i lavori agricoli ed entrò novizio nel monastero di S. Filippo di Agira, dove ricevette la prima tonsura da un anziano monaco e il consiglio di emigrare in Calabria a causa della violente incursioni dei Saraceni in Sicilia. Raggiunta la Calabria, incontrò una pia donna, alla quale manifestò le tribolazioni dell’animo suo e le domandò un consiglio sul da farsi. E fu proprio tale donna che lo indusse ad abbracciare la vita monastica cenobitica (…). Dopo la peregrinatio ad limina Apostolorum si stabilì in Calabria, nel monastero sui monti Mula, divenendo discepolo dell’igumeno Cristoforo, che lo rivestì dell’abito monastico e gli cambiò il nome in Luca. Fondarono insieme un monastero nel territorio di Mercurio e un altro in quello di Vena e in quest’ultimo dimorarono fino alla morte. Designato igumeno del monastero di Vena dallo stesso Cristoforo morente, vi esplicò una funzione taumaturgica polivalente (guarì un lebbroso, dei paralitici e indemoniati). In punto di morte designò suoi successori Teodoro ed Eutimio, suoi discepoli».
Dino Paternostro

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