venerdì 13 marzo 2020

Il romanzo di Battaglia, il poeta che cantò le lotte dei contadini


Un disegno sul tema della scrittura
di SALVATORE FERLITA
I suoi versi dialettali più incontaminati di quelli di Buttitta piacquero anche a De Mauro e a Nigro La storia erotica di un barone e la moglie. Amato da Sciascia, citato da Pasolini, l’autore di Aliminusa morto nel ’ 95 torna il libreria con " Voglia di notte": storia picaresca di latifondo ed eros
 «Tra i giovani ricordo soltanto un ragazzo palermitano, di vent’anni, che ha pubblicato un esiguo libro in versi siciliani con la prefazione di Leonardo Sciascia»: a evocare il ventenne in questione, il poeta di Aliminusa Giuseppe Giovanni Battaglia, è niente meno che Pier Paolo Pasolini, intervistato nei primi anni Settanta da Enzo Golino sul rapporto tra nuove generazioni e dialetto. È il solito Sciascia a mettere il romanziere e cineasta friulano sulle tracce di Battaglia: allo scrittore di Racalmuto infatti si deve la presentazione appassionata a " La piccola valle di Alì" (Fausto Flaccovio 1972), raccolta che rifonde la prima silloge dell’autore, ossia " La terra vascia" del 1969, che recava l’imprimatur di Ignazio Buttitta.
Di lì a breve, quasi a passarsi il testimone, di Battaglia si occuperanno Tullio De Mauro, Salvatore Silvano Nigro e Giovanni Ruffino, estensori rispettivamente delle prefazioni a "Campa padrone che l’erba cresce" ( 1977) e a " L’ordine di viaggio" (1982 e 2005). Ma nonostante tale pedigree esegetico, da far tremare le vene ai polsi di critici e linguisti, Giuseppe Giovanni Battaglia rimane confinato in una sorta di limbo, letto e stimato da un gruppo sparuto di sodali. Tra questi, vero e proprio sacerdote della sua memoria, il pittore Vincenzo Ognibene, amico fraterno di Battaglia, instancabile animatore di iniziative editoriali.
L’ultima riguarda la pubblicazione dell’unico romanzo del poeta di Aliminusa, ossia " Voglia di notte" ( edizioni Arianna, 152 pagine 13 euro). Ma prima di illustrare le sorprendenti peculiarità di quest’opera testamentaria appena uscita, vale la pena di ricostruire le tappe biografiche di Battaglia e il suo percorso artistico, per dar conto di una parabola originalissima e bruciante. Egli infatti attraversò il cielo letterario isolano alla stregua di una meteora: nato nel 1951 ad Aliminusa, si iscrive alla facoltà di Lettere a Palermo senza mai laurearsi e nel 1975 entra alla Camera del Lavoro, avvia l’attività sindacale e collabora con la rivista "Sindacato". Questo dato biografico è legato a doppio filo alla sua produzione in versi, al centro della quale troviamo Aliminusa, paese di contadini, caratterizzato dalla rudimentalità delle colture, dalla povertà dei mezzi . Una realtà agraria arretrata ( che dispone di un unico, vero possesso: il dialetto e la memoria ancestrale) e segnata tragicamente dalla fine della civiltà contadina. Da un lato, dunque, il sogno della terra che anima i contadini siciliani, che li spinge all’occupazione; dall’altro, la resistenza del blocco agrario-mafioso, durissima, che si traduce in una repressione violenta. Ne deriva una vera e propria guerra civile: a farne le spese saranno sindacalisti e braccianti agricoli.
Tutto questo diventa, tra le mani di Giuseppe Giovanni Battaglia, dolorosa materia poetica che prende forza in un dialetto terragno, « integrale, incontaminato, ancestrale » (Nigro), agli antipodi rispetto a quello italianizzante di Buttitta. « La terra ia vascia, / vascia Signuri, / e si zappa calatu; / suduri e suduri / ca ia megghiu la morti»: la terra è bassa e si zappa chini, tanto si fa fatica che ancor meno è la morte. Sono i versi che impressionarono Sciascia, tanto da spingerlo a tenere a battesimo l’esordio di Battaglia. Il quale darà prova del suo talento anche nelle poesie in lingua (" Luoghi di terra e di cielo", 1982): dal tronco di una poesia corporea e contundente sbocciano versi attraversati da un tarlo verrebbe da dire filosofico, meditativo. L’orizzontalità del paesaggio cede il passo alla profondità dello sguardo e della ricerca. Le raccolte che da questo punto in poi si susseguono continuano a esibire l’imprimatur del fior fiore dei lettori di professione: Giovanni Tesio, Giacinto Spagnoletti, Giorgio Bàrberi Squarotti. Insomma, per Battaglia si sono scomodati i mammasantissima della critica letteraria.
Ed ecco il romanzo, scritto quando già il suo autore, tornato in Sicilia è tallonato dalla malattia che avrebbe poi avuto la meglio nel 1995. La Sicilia che fa da sfondo è insieme un luogo mitico e senza tempo, l’isola degli anni del dopoguerra e della rivolta contadina: le vicende narrate si svolgono nel paese di Alimina, dimidiato tra i pochi signori latifondisti che se la godono esercitando un potere cieco e ottuso e i poveri diavoli degli straccioni che invocano la terra e i diritti negati. Il barone Giulio Trecase, «superbo sul suo cavallo bianco, pantaloni di velluto a costine color ghiaccio, camicia bianca, maglioncino bianco e per cappello un borsalino bianco » , si aggira tronfio tra i suoi possedimenti investiti da una luce abbacinante. Ha una moglie giovane, effervescente, dal corpo in fiamme, che però egli trascura ricavando esclusivamente il suo piacere solo dalla terra, dal sangue versato dai contadini, dall’odio verso i pezzenti. Ma la consorte, Annunziata Spampinato di Cavuso d’Oro, « grassa, le belle cosce grosse, floride, le mammelle e la facciona rotonde come la luna», sa come vendicarsi dell’indifferenza del consorte: quale amante insaziabile e divoratrice si concede a quelli che le capitano sotto tiro, quasi tutti di provenienza popolare. Si tratta di un esercizio del sesso quale risarcimento paradossale e visionario (gli amplessi narrati hanno qualcosa di iperbolico) nei confronti degli ultimi, anche se donna Annunziata prosciuga le energie degli uomini che calamita. Ha ragione Paolo Ferruccio Cuniberti, autore della postfazione: questa Alimina ha qualcosa della Macondo di Garcìa Marquez, per la dimensione polifonica e a tratti picaresca della narrazione. Ne viene fuori un apologo sorprendente, col suo finale quasi onirico e felicemente liberatorio.
La Repubblica Palermo, 13 marzo 2020

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