giovedì, marzo 16, 2017

Palermo. Diario dei Cantieri navali: un romanzo operaio lungo centoventi anni

I cantieri navali di Palermo
GIOIA SGARLATA
La convenzione di Florio, il varo della prima nave, le commesse e la crisi viaggio nella memoria della “città nella città” che festeggia la sua ricorrenza
L’ attestato a Ignazio Florio in un’elegante pergamena fa mostra di sè nella stanza del direttore: 21 marzo 1904, giorno del varo della nave Caprera. La prima a prendere il largo dal Cantiere navale di Palermo. Ma la data che già oggi si festeggia, con un tour oltre le mura del Cantiere organizzato dalla Fondanzione Fincantieri insieme alla Soprintendenza del mare, è un’altra e riguarda la vita di questa “città nella città”, per dirla coi suoi operai. Il 16 marzo saranno trascorsi 120 anni dalla convenzione tra i Florio e il governo nazionale che ne decreta la nascita. Almeno sulla carta. Perché poi, come sempre succede con i grandi progetti, i lavori vanno avanti tra mille difficoltà e passaggi burocratici completandosi solo nel 1902.
Ma tant’è. Seppure tra stagioni alterne, il Cantiere navale rappresenta l’unica grande industria di Palermo. L’unica ad avere attraversato e superato due guerre, numerose crisi industriali e cambi di proprietà: Florio lascia il pacchetto di maggioranza già nel 1905 ad Attilio Odero, che controlla anche i cantieri di Sestri Ponente e della Foce presso Genova. Sette anni dopo la proprietà passa sotto il controllo del gruppo Piaggio che inaugura un periodo di ampliamento dello stabilimento.
È il 1925 quando a Palermo viene allestita la nave reale “Savoia”. Tra la prima e la seconda guerra mondiale vengono costruite anche navi militari. L’ultima è l’incrociatore leggero Ulpio Traiano varato il 30 novembre 1941 e affondato il 3 gennaio 1943, completato per il 90 per cento e mai ultimato. Ma è dopo la fine della guerra che il cantiere vive stagioni alterne. Un periodo di grande crisi e poi un nuovo sviluppo con le riparazioni da fare non solo alle navi ma alle carrozze ferroviarie. Vennero convertiti anche carri armati in trattori. E costruite nuove navi tra cui la “Sicilia” varata nel 1952 alla presenza di De Gasperi che dal palco allestito al Politeama diceve ai cittadini: «Perché la nostra patria dia lavoro, lavoro, lavoro a tutti quanti ne hanno bisogno ».
“Lavoro, lavoro, lavoro” è anche lo slogan delle proteste degli operai e degli impiegati che contrassegnano questi 120 anni. La prima passata alla storia è dell’1 e 2 marzo 1901 quando alcuni finanziamenti per il Cantiere navale sono già a rischio. Ma dalle denunce di infiltrazioni mafiose alle lotte per chiedere gli stessi salari degli altri cantieri italiani, le manifestazioni non si contano. Con alcuni momenti rimasti nella storia: dall’uccisione negli anni Venti del sindacalista Giovanni Orcel al licenziamento di Giuseppe Miceli accusato di avere organizzato uno “sciopero politico”, fino alle lotte degli anni Settanta per la tenuta della democrazia contro lo slogan fascista “Boia chi molla”. E ancora: Berlinguer lasciato fuori dal cantiere negli anni Ottanta e le marce delle tute blu insieme al movimento studentesco.
Centoventi anni costellati di successi di ingegneria navale, gli ultimi dei quali, nel 2014, per allungare di 24 metri le navi di crociera Msc per più di 200 cabine. Una “città nella città” anche per i suoi spazi: 20 mila metri quadri nel progetto iniziale presentato da Ignazio Florio junior al presidente del Consiglio Di Rudinì nel 1896, cresciuti negli anni fino a diventare 300 mila mq in un contesto – la via Montalbo – dove la mafia aveva un peso determinante.
Un mondo al centro della città rimasto sconosciuto ai più fino allo scorso anno quando Fincantieri ha aperto le porte per la prima mostra organizzata dalla Fondazione. Prima, l’ingresso era consentito solo a chi dentro il Cantiere lavorava, ai suoi familiari e alla gente del quartiere, e solo poche volte l’anno. «In occasione di concorsi organizzati dal cral o per la tradizionale processione dell’Addolorata del 15 settembre con tanto di banda», dice Antonino Castello. È lui che per la fondazione Fincantieri sta raccogliendo e archiviando tutti i reperti storici di questi 120 anni: arnesi di lavoro, foto, poltrone di antiche navi da crociera e persino una locomotiva. . Tra i reperti c’è anche un quadro: un foglio di compensato con affissa un’immagine della Madonna e le foto di compagni di lavoro morti.
Dal 1942 è sempre lì anche la sirena che annuncia a mezza città l’ingresso, l’uscita e la pausa pranzo per i lavoratori (oggi al centro di una nuova vertenza). Sono diminuiti, drasticamente, invece i lavoratori. Erano settemila nell’età d’oro - tra il ’50 e il ’56 – 5000 diretti e gli altri nell’indotto. Oggi, quando ci sono le commesse, si arriva a 2000 e i dipendenti diretti sono appena 450. «Ma il Cantiere– dice Oddo – ha commesse fino al 2024». Resta il grido: “lavoro, lavoro, lavoro”.

La Repubblica Palermo, 11 marzo 2017

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