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domenica 19 marzo 2017

Rosa Balistreri, una vita da raccontare. Anzi, da cantare

Rosa Balistreri
GIOIA SGARLATA
Povera, autodidatta, in carcere, amica di Buttitta e Sciascia il 21 avrebbe compiuto 90 anni: Palermo le dedica un roseto
Il 21 marzo avrebbe compiuto 90 anni. Licata, la sua città d’origine per l’occasione le dedicherà quattro giornate di incontri e di musica portando sullo stesso palcoscenico quelle che sono considerate le sue eredi: Piera Lo Leggio, Francesca Amato, Oriana Civile. Il Comune di Palermo le dedicherà, invece, un concerto al Politeama insieme all’Orchestra Sinfonica siciliana e le intitolerà il roseto di viale Campania. Che adesso si chiamerà così: Rosa Balistreri. A confermare la scelta fatta fin dall’inizio per questo angolo di città: diventare un luogo di memoria e ispirazione per le donne. E Rosa, palermitana d’adozione che a Palermo trascorse 20 anni della sua vita, questo è. Combattiva, tenace. Arrivata al successo da origini umilissime. La sua vita, per dirla col poeta Ignazio Buttitta, scomparso 20 anni fa e di cui Rosa musicò molte poesie, “è un romanzo, un film senza autore”. Una storia di forte riscatto sociale. «Non solo personale e di donna. Ma per il dialetto siciliano e i siciliani», dice il sindaco di Palermo Leoluca Orlando «amico personale» di Rosa.
«In un momento in cui il siciliano veniva rifiutato come emblema di mafia. Lei e Ignazio Buttitta sono stati protagonisti di una Sicilia di qualità, impegnata per i diritti e contro la mafia. Per questo Rosa è una figura legata al passato ma estremamente contemporanea».
Ma chi è stata davvero Rosa? Cosa ha rappresentato per la cultura degli anni Sessanta- settanta? E cosa rimane del suo lavoro? Classe 1927, il padre faceva il falegname, un uomo geloso e violento, amante del gioco e dell’alcool. Fin da piccola Rosa inizia a lavorare come domestica per aiutare la famiglia e a 16 anni viene già data in sposa ad un uomo, anche lui col vizio del gioco. Il giorno in cui il marito perde il corredo della figlia Angela a carte, lei lo affronta con una lima.
Lo ferisce e credendo di averlo ucciso si consegna ai carabinieri. Occhi neri e fieri, capelli lunghi, è una ribelle. Resta in carcere per 21 giorni. Ricomincia da sola e con lavori umili per aiutare anche la famiglia: prima in una vetreria, poi come raccoglitrice e venditrice di lumache ed infine come domestica in una famiglia nobile di Palermo. È qui che impara a leggere e scrivere («Non sono andata a scuola. Ho imparato da sola a 32 anni», racconterà più tardi). Ed è qui che si innamora veramente per la prima volta del figlio del padrone che la convince a rubare i gioielli della madre per fuggire insieme. Viene scoperta e torna in carcere. Dappertutto l’accompagna la sua voce e l’amore per il canto. Dalla casa dei genitori in via Martinez a Licata (la stessa diventata oggi un magazzino e da cui il 21 partirà anche un corteo) alle varie case dove lavora a servizio, fino ai campi e dietro le sbarre a contatto con altre storie di disperazione. In uno dei suoi brani più famosi ed anche uno dei pochi scritti da lei dice: Nun è lu chiantu ca cangia lu distinu/Nun è lu scantu ca ferma lu caminu/ ‘ncapu li pugna, cuntu li ita/restu cu sugnu, scurru la vita/cantu e cuntu – cuntu e cantu/ppi nun perdiri lu cuntu. Cantare per non perdere il conto della vita. Rialzarsi per non farsi vincere. Versi che parlano all’anima attraversando e superando le classi sociali. E così fa Rosa anche quando uscita dal carcere trova lavoro come sagrestana alla chiesa degli Agonizzanti di Palermo. Molestata dal prete, ruba i soldi e scappa. Va a Firenze, portando con se il fratello invalido e ricomincia di nuovo come donna di servizio. Poi richiama la madre e una delle sorelle e apre un banco di frutta al mercato San Lorenzo. Anche qui la sua voce risuona alta e attira l’attenzione. Canta nelle piazze, nelle piccole feste di quartiere. Negli anni Sessanta conosce il pittore fiorentino Manfredi Lombardi con cui vivrà per dodici anni. È lui che le presenta il poeta Ignazio Buttitta, lo scrittore Mario De Micheli, Dario Fo. Eccola dunque nel 1966 accanto a Fo nello spettacolo di canzoni popolari Ci ragiono e canto. Lei racconta delle lotte e dell’orgoglio della Sicilia. Ha 40 anni e una forza invincibile in grado di sconfiggere miserie e tragedie. L’ultima, quella della sorella, uccisa dal marito violento per essere scappata ed aver cercato rifugio da Rosa. «Rosa ha un cuore per tutti – disse di lei Buttitta in un’intervista video – Un cuore vecchio e antico per la Sicilia di Vittorini e Quasimodo e un cuore giovane per la Sicilia di Guttuso e di Leonardo Sciascia ». Con Guttuso, Buttitta, Sciascia, il rapporto diventa solido negli anni Settanta quando Rosa torna a Palermo. Nel 1973 Terra ca nun senti sembra approdare al festival di Sanremo. Viene escluso all’ultimo momento. Rosa conquista la fama: «Dall’età di sedici anni vivo da sola. Ho fatto molti mestieri faticosi per dare da mangiare a mia figlia. Conosco il mondo e le sue ingiustizie meglio di qualunque laureato. E sono certa che prima o poi anche i poveri, gli indifesi, gli onesti avranno un po’ di pace terrena », dice a un giornalista della rivista musicale “Qui Giovani”. Tutti conoscono la sua storia e ascoltano la sua voce. E Terra ca nun senti sarà il titolo nel 2008 scelto da Etna Fest per omaggiarne la memoria insieme a numerosi artisti tra cui Etta Scollo, Carmen Consoli ed Emma Dante.
Nel 1990 quando di anni ne ha 63 anni, Rosa si racconta in una lunga intervistata televisiva a Francesco Pira per Tvf. I capelli sono bianchi. Porta grandi occhiali. La voce è ancora potente. Canta ad occhi chiusi. Il timbro è struggente. «Non sono una cantante – dice – sono una “cuntastorie” e una cantastorie. Ho imparato dal popolo e cerco di portare avanti quella cultura. Canto quello che cantava tuo nonno e prima ancora, suo nonno». Storie che sono le storie di un’Isola: dalla Baronessa di Carini al sindacalista Turi Carnevale (“Angelo era e non avia l’ali”, canta Rosa) al brano trovato a Racalmuto (“mentre ero con Leonardo Sciascia”, racconta) ai versi del prigioniero sconosciuto legato ai piedi in un vicariato a Palermo: mi votu e mi rivotu suspiranni. Passu li notti mei senza sonnu, intona.
Un tormento e un dolore che lei, la Rosa del popolo conosceva bene ma a cui non si è mai voluta rassegnare e anzi ha combattuto per una vita intera.

La Repubblica Palermo, 18 marzo 2017

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