sabato 24 settembre 2016

L’America spezza l’oblio sui cento migranti italiani arsi vivi 115 anni fa

ALBERTO FLORES D’ARCAIS
Un monumento in Michigan per le cento vittime di uno dei più grandi disastri ferroviari degli Usa. I loro corpi furono gettati in una fossa comune
NEW YORK. Quel 27 novembre 1901 era la vigilia di Thanksgiving, un freddo e cupo pomeriggio d’autunno che in Michigan significa inverno inoltrato. Vicino a Seneca, piccolo villaggio a poche miglia dal confine con l’Ohio, la Wabash Railroad aveva un solo binario. Il Continental Express viaggiava spedito alla volta di Detroit con il suo carico di famiglie che andavano a celebrare la festa del Ringraziamento, il treno numero 13 invece arrivava da New York, due carrozze letto di prima classe per i ricchi passeggeri, un vagone più economico e tre carri-bagaglio. Negli ultimi due, «ammassati come sardine», c’erano un centinaio di poveri immigrati italiani (diversi con mogli e figli al seguito) che nel Midwest e nelle miniere di Colorado e California cercavano un futuro più umano.

Erano le 6 e 45 del pomeriggio, l’impatto fu terribile. I vagoni di legno, frantumati in mille pezzi, presero fuoco per le lampade a cherosene, l’incendio e i detriti impedirono la fuga, la temperatura raggiunse i mille gradi, i vagoni si trasformarono in una trappola mortale. Sul Continental, per tanta fortuna e la presenza di spirito di un macchinista, si salvarono quasi tutti. Nei carri-bagaglio del treno numero 13 gli immigrati italiani vennero ridotti in cenere, cremati senza scampo in pochi minuti. Le cronache dell’epoca parlano di «terrificante olocausto», i primi soccorritori assistono impotenti a quella scena infernale con le fiamme che consumano i rottami, un fuoco devastante che era visibile a otto chilometri di distanza.
Le case di Seneca e Sand Creek, i due paesi più vicini, vennero trasformate in ospedali di fortuna, da Adrian (il centro più grande della zona) arrivarono medici ed infermieri. Nel giro di 24 ore, con la notizia (e qualche dettaglio raccapricciante) diffusa da tutti i giornali, migliaia di curiosi invasero i binari. I dirigenti della ferrovia diedero ordine di riaprire la linea «il più velocemente possibile » e quello che negli anni divenne noto come il “Wreck on the Wabash” — uno dei più grandi disastri ferroviari nella storia degli Stati Uniti — lasciò una scia di dubbi e qualche mistero. Una rapida inchiesta stabilì che l’incidente fu colpa del Continental Express, al treno numero 13, che aveva avuto una giornata particolarmente tribolata (ore di ritardo, un motore rotto) era stata data la precedenza. Nell’elenco ufficiale delle vittime la Wabash mise solo i 23 passeggeri con biglietti di prima e seconda classe, quel centinaio di immigranti italiani che avevano viaggiato come animali divennero morti-fantasma.
Per oltre un secolo nessuno ha saputo nulla di loro. Uomini, donne e bambini spesso ai margini della società, gli immigrati italiani che nei primi anni del Novecento raggiungevano la loro Terra Promessa erano considerati dei “diversi” nell’America vittoriana. Abitudini, religione, lingua, cibo e modo di vivere erano troppo distanti da quella “società perbene” che li considerava solo carne da lavoro. Per cento di loro quella vigilia di Thanksgiving e quel treno dal numero maledetto (negli Stati Uniti il 13 equivale al 17 napoletano) fu sinonimo di oblìo definitivo. Le ceneri e i pochi resti raccolti da qualche mano pietosa vennero ammassati in cinque piccole bare e portati — all’insaputa di tutti — nel cimitero di Oakwood ad Adrian. Nessuno si preoccupò di mettere un segno o di scrivere qualcosa su quelle casse di legno, che vennero abbandonate in una specie di fossa comune nella parte meno frequentata del cimitero (Oakwood ha oltre ventimila tombe). Ci sono voluti 115 anni. Alla fine, grazie all’impegno di una storica locale (Laurie Perkins, autrice del libro “Wreck on the Wabash”), di Kyle Griffith (sovrintendente in una scuola media della contea) che per anni ha insegnato ai suoi studenti la storia dell’immigrazione attraverso il locale disastro ferroviario, del sindaco di Adrian Jim Berryman e del consolato italiano a Detroit il mistero è stato risolto. «Ero imbarazzato per la mancanza di rispetto verso gli uomini che hanno perso la vita in quel tragico incidente e per le loro famiglie», ha raccontato Berryman che una volta scoperto il luogo della informale sepoltura, il 7 giugno scorso ha lanciato un crowdfunding (obiettivo 12mila dollari, raccolti 13mila nel giro di poco più di due mesi) per una scultura a ricordo delle vittime. Affidata all’artista italo-americano Sergio De Giusti.
Questa mattina nel cimitero di Oakwood la scultura-monumento verrà svelata durante un Memorial Service dedicato agli immigranti italiani. Il sindaco ha già pronte le parole: «Dopo 115 anni è arrivato il tempo di onorare la memoria di uomini, donne, madri, padri, figli e figlie che hanno perso la vita in uno dei più tragici incidenti della storia degli Stati Uniti».
La Repubblica, 24 settembre 2016

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