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venerdì 16 settembre 2016

L’amaca di Michele Serra

MICHELE SERRA
NON SORPRENDE sapere che Salman Rushdie rigetta il concetto di “scontro di civiltà”; rammentando a noi tutti, sgomenti per la ferocia jihadista, che “esiste un Islam aperto, raffinato e cosmopolita” (intervista di Anais Ginori, Repubblica di ieri). Rushdie ha passato metà della sua vita sotto scorta, condannato a morte, nel 1989, da una fatwa khomeinista per avere scritto pagine considerate “blasfeme”. Una sua eventuale deriva islamofoba sarebbe quasi scusabile: dal perseguitato non si può pretendere equanimità nel giudizio sul persecutore.
Ma Rushdie è, prima di ogni altra cosa, un intellettuale trans-nazionale. Conosce il mondo, la sua vastità e la sua lussuosa complicazione. Si presume detesti, di conseguenza, le semplificazioni rozze e belluine che nei fondamentalismi religiosi trovano lo strumento ideale. È nato nell’Islam ma, per quanto apostata (si dichiara ateo) ne riconosce la forza culturale e la molteplicità. Nel frattempo la storia si è incaricata di mettere meglio a fuoco un dettaglio forse piccolo, ma decisivo. Il libro che gli costò la fatwa si chiama, come è noto, “I versi satanici”. Il più recente uso dell’aggettivo satanico è di papa Francesco: “Satanico è uccidere nel nome di Dio”. Francesco non è un laico: fa il papa. Ulteriore conferma che non è possibile tagliare a fette la magnifica complicazione del mondo.

La Repubblica, 16 settembre 2016

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