sabato 10 settembre 2016

Il nuovo piano della Regione cancella il polo d’eccellenza di Cefalù

L'ospedale S. Raffaele-Giglio di Cefalù
di ALESSANDRA ZINITI
La favola triste del Giglio va ko l’ex ospedale gioiello. Adesso il futuro è un’incognita. “Ma qui l’assistenza va garantita”
La favola della sanità d’eccellenza a casa nostra non promette alcun lieto fine, il miraggio dello stop dei viaggi della speranza e, al contrario, dell’arrivo di pazienti da tutta Italia è scomparso senza mai diventare realtà, i 70 miliardi di vecchie lire elargiti dalla Regione più centinaia di milioni di euro di rimborsi non sono bastati ad evitare la voragine di un buco da 400 milioni di euro. E persino l’appeal politico di ambite poltrone da distribuire deve essersi appannato se oggi l’ospedale Giglio di Cefalù sembra destinato ad un inarrestabile declino.
 «Non pensavamo che si arrivasse a questo. La situazione è drammatica», ammette sconsolato il presidente della Fondazione Giovanni Albano, medico radiologo di stretta osservanza cuffariana alla guida del Giglio da un anno e mezzo, l’ultima di una lunga serie di nomine con la quale la politica ha marcato un territorio che faceva gola a tutti dopo il disimpegno del gruppo imprenditoriale lombardo che fa capo a Giuseppe Rotelli che ha preso in mano la fondazione San Raffaele dopo il crac del 2011. Sembrano lontanissimi i tempi sfolgoranti in cui, nella sala conferenze dell’ospedale tirata a lucido, Don Verzè osannato dai politici di pressoché tutti gli schieramenti riceveva la cittadinanza onoraria dall’allora sindaco di Cefalù Simona Vicari sotto lo sguardo compiaciuto di Umberto Veronesi, allora (era il 2005) presidente della Fondazione San Raffaele. Oggi, in quella stessa sala, mentre il personale si riunisce in assemblea per decidere una linea d’azione contro la chiusura di cinque reparti annunciata dall’assessore regionale alla Sanità Baldo Gucciardi, il presidente della Fondazione Albano fa quattro conti e dice: «La chiusura di queste divisioni porterà inevitabilmente alla chiusura dell’ospedale. Il primo step sarà al 31 dicembre dove si rischia di mandare a casa da 300 a 400 persone. Questa struttura supera i 20.000 accessi di pronto soccorso annui, ne registra 23 mila ed ha un bacino di utenza di 600.000 persone. I ricoveri nell’ultimo anno sono stati 7.100. L’indice di complessità delle attività effettuate in tutte le discipline è superiore alla media regionale. Abbiamo azzerato i debiti con le banche e abbiamo chiuso il nostro bilancio con un attivo di 500 mila euro. Siamo una Fondazione solida e di eccellenza. Come si fa con questi parametri — mi chiedo e chiedo — a trasformare un ospedale di primo livello a presidio di base?».
Pubblico e privato insieme, un tandem che neanche a Cefalù è riuscito a sottrarsi alla tentazione di trasformare la sanità in una enorme macchina mangiasoldi, strumento di moltiplicazione di rimborsi e di prestazioni pagate a peso d’oro come fu per Villa Santa Teresa di Michele Aiello a Bagheria, meccanismo collaudato per drenare indebitamente fondi europei. E così non c’è voluto molto a che quel laboratorio di tecnologie oncologiche che avrebbe dovuto essere il fiore all’occhiello del Giglio finisse oggetto di indagine per contributi indebitamente acquisiti per 36 milioni di euro e che gli ispettori dell’Asp si accorgessero di quei numeri a troppi zeri poco proporzionati alle prestazioni assistenziali a carico del servizio sanitario erogate dalla Regione e che hanno portato ad un contenzioso da più di 40 milioni di euro ancora irrisolto. Inchieste che comunque non hanno, fino ad ora, mai portato ad alcuna provvedimento.
Che la buona sanità del Nord Italia potesse veramente “attecchire” in Sicilia grazie alla Fondazione San Raffaele e al suo sponsor numero 1 che fu Silvio Berlusconi è stata forse, per qualcuno, una speranza durata pochi anni, quelli in cui accanto a Don Verzè avevano messo la faccia nel progetto nomi di rilievo come Veronesi prima ed Ettore Cittadini poi. Decine di ottimi medici, qualche luminare, primari accettarono di trasferirsi a Cefalù tranne poi fuggire nel 2011 prima che la barca della Fondazione San Raffaele affondasse definitivamente. «Stavamo uscendo dal tunnel. Abbiamo visto la luce e ora cercano di farci tornare indietro di circa 15 anni — dice ancora Albano — Abbiamo azzerato i debiti con le banche e abbiamo chiuso il nostro bilancio con un attivo di 500 mila euro». Oggi, allora, il tema non è più nè l’ospedale d’eccellenza, nè il San Raffaele. Oggi la scommessa di un ospedale ormai interamente pubblico è quello di garantire ad un territorio vasto come quello di Cefalù e delle Madonie dei servizi essenziali per la salute, a cominciare dall’oncologia. Ecco perché, tutti insieme, sindacati, vertici e medici dell’ospedale, e gli amministratori di 12 comuni chiedono alla Regione di rivedere il piano dei tagli.

La Repubblica-Palermo, 10 settembre 2016

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