martedì 30 aprile 2013

Intervista a Franco Mistretta, amico d’infanzia di Pio La Torre

Pio La Torre
Quando ha conosciuto Pio La Torre? Che ruolo hanno avuto i suoi genitori nella vita di La Torre?.......
A casa mia era un mito: ragazzo povero e intelligentissimo di cui i miei genitori letteralmente si innamorarono (ero figlio unico, piuttosto svagato, Pio era il fratello maggiore che avrebbero voluto!). Dopo la licenza della scuola d'avviamento i miei lo spinsero a fare gli esami di terza media a ottobre per poter iscriversi al liceo. E convinsero a questo passo i genitori di Pio, piccoli agricoltori di un terreno in fondo a Corso Calatafimi. Coi quali divennero amici. A quel tempo avevo tre anni, ho ricordi confusi degli inizi, me lo ricordo spesso a casa a studiare coi miei, ricordo che fin da bambino lo considerai anch'io un fratello maggiore. Durante i suoi anni di liceo veniva spesso a casa, e ricordo vagamente la sua iniziale passione politica, l'adesione al partito e la preoccupazione dei miei che questo lo distogliesse da studi importanti. Ricordo la loro pena durante l'anno e mezzo agli arresti. L'amicizia con la famiglia di Pio e con la famiglia di Giuseppina Zacco, sua moglie, un'appassionata comunista, figlia di un medico. Le visite alla loro villetta nel rione Matteotti. La nascita dei loro due figli.


Lei lo ha seguito nel Pci, ma poi ha intrapreso strade diverse… le vostre strade si sono mai più incontrate?

Anch'io mi avvicinai al partito a 14 anni, prima attraverso le organizzazioni studentesche, poi nel '56 iscrivendomi al partito. Quando uscii nel '64 per andare nel piccolo gruppo di Mario Mineo Pio si dispiacque molto mi disse che eravamo 'impazienti' , l'affetto non venne mai meno, fu presente al mio matrimonio civile a Palermo, lo ricordo al funerale di mia madre e poi di mio padre a cui venne apposta da Roma, era già alla direzione. Il partito si arrabbiò veramente con noi quando nacque Il Manifesto nel '69. Prima ci considerava solo un gruppetto innocuo, col Manifesto tentammo una vera formazione alla sua sinistra e la rottura coi vecchi dirigenti del PCI di Palermo (Colaianni, Macaluso) fu per qualche anno totale. A quel tempo ero già a Roma, poco dopo Pio venne alla direzione del Partito, ci vedevamo, come dicevo mi prendeva in giro ma aveva anche curiosità, dopo i fatti del '77 volle informarsi nei dettagli, oltre alla frase che le ho scritto ne ricordo una più amara "quando scoppierà a rivoluzione io ci sarò, tu e Mario Mineo 'un nu sacciu!".

Può raccontarci qualche aneddoto?

Venne qualche volta a cena a casa a Roma. Quando fu mandato ancora a dirigere il partito in Sicilia mi disse "ricomincerò come la prima volta, girerò sezione per sezione, bisogna ricostruire tutto", era preoccupato non tanto per se stesso, ma per vicende interne alla direzione. Pio era un riformista convinto, pensava che le battaglie riformiste dovessero essere altrettanto dure delle battaglie 'di sinistra' ma più concrete, e lo dimostra la sua battaglia concreta perché si sequestrassero i beni ai mafiosi, programma che divenne dopo la sua uccisione "legge Rognoni-La Torre". Questa battaglia ha un'origine interessante, perché a parlare per la prima volta di sequestro dei beni mafiosi era stato anni prima Mario Mineo in un articolo sul Manifesto. E Pio mi aveva detto una sera "qui ha ragione". Ironia vuole che nel Manifesto fosse stata accolta con scetticismo da Rossanda e dagli altri... Ma il gruppo dirigente romano del Manifesto in quegli anni non aveva capito l'importanza della battaglia alla mafia, che la' borghesia mafiosa' (altra definizione di Mineo) era la classe dominante in Sicilia. (Tra parentesi penso che oggi lo sia in tutta Italia). Paradossalmente, per sensibilità siciliana e per pragmatismo (e per intelligenza) su questa questione il 'destro' La Torre era nei fatti più vicino a Mineo che i 'sinistri' del suo partito e del Manifesto! Non ci pensavo più da tempo, ma quelle cene con Pio nel '77/78, le mie sfuriate rivoluzionarie, il suo sorriso poco convinto ma curioso, alcune discussioni franche e spregiudicate con lui e col suo amico, lo storico Villari, mi stanno ritornando vivide e dolorose... Che lui non ci sia più, e neanche Mineo, e io me ne stia ancora a rimuginare, vivo e da solo, mi brucia parecchio. Scusami questa chiusura melodrammatica, ma un po' è anche colpa tua!
A sud europa - anno 7 n. 17

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