martedì 8 maggio 2018

Sonia Grechi: "Questa è la storia di Calogero Cangialosi. Questo era nonno Calogero, il cui esempio deve essere oggi patrimonio di tutti"

L'intervento di Sonia Grechi, nipote di Cangialosi

PUBBLICHIAMO L'INTERVENTO FATTO DA SONIA GRECHI, NIPOTE DI CALOGERO CANGIALOSI, DURANTE LA CERIMONIA DI INTITOLAZIONE DEL SALONE DELLA CGIL DI GROSSETO AL NONNO
di SONIA GRECHI

nipote di Calogero Cangialosi
Grazie per condividere con la nostra Camera del lavoro questa giornata così speciale, dedicata alla memoria di mio nonno... Calogero Cangialosi. Ringrazio con orgoglio di appartenenza tutta la camera del lavoro di Grosseto e in particolare il segretario generale Claudio Renzetti, il segretario organizzativo Andrea Ferretti per aver condiviso con me da almeno sei anni la storia di mio nonno. Rivolgo gratitudine ai compagni della camera del lavoro di Palermo e Camporeale, in particolare al segretario generale Enzo Campo e al responsabile della legalità Dino Paternostro, con i quali ho instaurato un legame di profonda amicizia e naturalmente appartenenza alla stessa famiglia della CGIL.


Ringrazio infinitamente Il Liceo Musicale del Polo Bianciardi con i suoi allievi coordinati dalla loro insegnante..la prof.ssa Gloria Mazzi, il Liceo Rosmini con il suo laboratorio teatrale e l’ insegnante prof. Fabio Cicaloni, per aver contribuito a rendere così speciale la giornata odierna.


Il 4 maggio rimarrà una data storica nella nostra città, perché finalmente dopo 70 lunghi anni dalla sua tragica scomparsa, oggi ne ricordiamo la sua straordinaria figura, e non solo…. perché a breve questo salone prenderà il suo nome, e credetemi.. non riesco a trovare le parole per descrivere quello che per me ciò rappresenta.

Il salone conferenze non è semplicemente un luogo fisico, ma è il centro dell’attività sindacale, il fulcro nevralgico dove il sindacato si apre all’esterno e guarda dentro se stesso. Insomma, un luogo di vita, che appartiene a tutti, ad ogni cittadino. Ecco perché avere questa sala dedicata a lui assume ancora più valore di una anonima via cittadina, luogo di confronto e dibattito e dove si svolge la nostra attività. Ed ogni giorno che passa il suo ricordo ci accompagnerà, ci sarà vicino, ci servirà da esempio.

Nonno Calogero ha sacrificato la sua esistenza e condizionato quella delle persone a lui vicine per un ideale, per la giustizia, per creare quelle condizioni di democrazia che sono la base di una società moderna ed emancipata dal sopruso e dello sfruttamento.

Aveva solo 41 anni, una moglie che lo adorava e quattro splendidi figli, di cui la più piccola, Vita, mia mamma, aveva solo due mesi. Insomma, una intera esistenza da vivere felice con loro.

Era il 1948. Il nostro Paese dopo il conflitto mondiale, tentava di rialzarsi e la Costituzione era stata appena varata. “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, recita l’articolo 1. Già, ma quale lavoro? Non certo quello sottopagato dai latifondisti ai contadini siciliani, sfruttati, ridotti alla condizione di minima sussistenza, ostaggio della povertà e con la dignità di uomini calpestata dal profitto e dell’interesse.

Anche il semplice tabacco, per concedersi lo svago di una sigaretta, era un lusso. Mio nonno di tutto ciò ne era consapevole. Sovente  si faceva consegnare del denaro dalla nonna e con questo comprava le preziose sigarette donandole a chi era meno fortunato di lui. Troppi lo erano. E lui, segretario del PSI e di Federterra, oltre che della Camera del Lavoro di Camporeale, se ne era reso conto e sopratutto non voleva che i suoi figli vivessero in questa condizione. Per questo si era impegnato in prima persona, ed essendo uomo di grande intelligenza e spessore voleva cambiare lo stato delle cose. Del resto le norme esistevano, solo che non erano rispettate.

C’erano i decreti Gullo con cui si stravolgeva il concetto del lavoro riconoscendo ai contadini il 60% del raccolto. Una svolta epocale questa che avrebbe permesso di smarcare dalla povertà una ampia fetta di popolazione, restituendole la dignità perduta. Lo scontro con don Serafino Sciortino, il latifondista di Camporeale di cui lui era mezzadro, fu violento.

Sciortino non avrebbe mai permesso quanto i decreti indicavano. Per questo propose a nonno Calogero una “buonuscita”; un biglietto di sola andata per gli Stati Uniti d’America per lui e la sua famiglia, accompagnato da un bonus. Ma la proposta venne fermamente respinta.
Nonno Calogero continuò nel suo intendimento.

Pochi giorni prima, il 10 marzo, il suo compagno e amico  Placido Rizzotto, era scomparso per mano del capomafia di Corleone ed il suo corpo fatto sparire. Anche quella morte non lo intimidì. Anzi.

Don Serafino tentò un’ultima carta per convincerlo; il 28 marzo lo invitò a casa sua per un ragionamento, ma il capomafia Vanni Sacco con i suoi picciotti lo sequestrarono, con l’intenzione di ucciderlo. L’intento non fu portato a termine perché i compagni della Camera del Lavoro e i contadini, dopo aver scoperto dove era tenuto prigioniero, con un commando armato di lupare, coraggiosamente lo liberarono.

Nonno Calogero, indomito, continuò nella sua lotta, con la consapevolezza che ormai il suo destino era segnato. Nemmeno il grande, immenso amore per la sua famiglia, lo avrebbero distolto dal perseguimento dei propri ideali. La sete di giustizia e di libertà era talmente grande che nulla e nessuno l’avrebbe potuta soddisfare, neppure la vista dei suoi figli ai quali soleva rimboccare le coperte quando rientrava a casa dopo una giornata di lavoro e di lotta politica.

Così quella sera del primo aprile, la piazza di Camporeale era piena di contadini che  discutevano per le imminenti elezioni politiche del 18 aprile. Alla camera del lavoro quella sera si era fatto tardi per parlare di tutto questo. Nonno Calogero salutò i presenti per tornare a casa, accompagnato da Vito di Salvo, Vincenzo Liotta, Giacomo Calandra e Calogero Natoli. I  compagni  garantivano la scorta al loro dirigente sindacale nel mirino della mafia.

Tutti e cinque uscirono dalla sede sindacale, che si trovava in piazza, e si avviarono verso via Perosi dove abitava. Erano quasi arrivati, quando dalla parte alta di via Minghetti, che faceva angolo con via Perosi, si udì un crepitare di mitra. Decine di colpi, sparati in rapida successione ad altezza d’uomo, si abbatterono sull’intero gruppo. Colpito alla testa e al petto, nonno Calogero cadde a terra, morendo all’istante. Anche Liotta e Di Salvo furono colpiti e feriti gravemente. Miracolosamente illesi rimasero invece Calandra e Natoli. Il corpo del nonno fu portato nella casa del suocero. Passarono ben quattro giorni prima che un giudice di Alcamo si degnasse di mettere piede in paese.

Ai funerali parteciparono tutti i contadini di Camporeale e dei comuni del circondario. In mezzo a loro e accanto ai familiari anche il segretario nazionale del Partito Socialista Italiano, Pietro Nenni, venuto personalmente a Camporeale, per onorare il suo compagno di partito.
Per quell’omicidio non ci fu mai giustizia. Non fu imbastito nemmeno un processo, nonostante tutti sapessero che a dare l’ordine di morte era stato il proprietario terriero don Serafino Sciortino, mentre a sparare ci avevano pensato il capomafia Vanni Sacco e i suoi picciotti. Si procedette contro ignoti che tali rimasero per sempre.

Questa è la storia di Calogero Cangialosi. Questo era nonno Calogero, il cui esempio deve essere oggi patrimonio di tutti.
E se i colpevoli e i mandanti, la giustizia degli uomini non potrà condannare, nutro la speranza che la memoria non scolori e anzi rifulga di luce propria rendendo immortale quel gesto compiuto, non da un eroe ma da una persona semplice come tanti altri e per tale ragione unica, che ha sacrificato la sua vita e condizionato quella di altri per le sue idee di libertà e giustizia, ideali che sono oggi e saranno domani alla base di una società emancipata ed evoluta, in cui l’essere umano torni ad esserne il centro.

Sonia Grechi

figlia di Vita e nipote di Calogero Cangialosi

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