mercoledì 23 novembre 2016

Roberto Tagliavia: "Vi racconto la storia di fondo Favarella, dei Greco, della mafia e della nostra voglia di riscatto..."

Il paginone su "La Sicilia" del 17.03.2013 dove ho
raccontato la storia di Fondo Favarella dei Tagliavia,
di Michele Greco, dei Gioia e di una certa Palermo
Pubblichiamo l'intervento pronunciato da Roberto Tagliavia a Roma lo scorso 22 novembre alla Giornata nazionale di Confcommercio, ideata per promuovere e rafforzare la cultura della legalità
di ROBERTO TAGLIAVIA
Questa è una storia d’imprenditoria negata, spiacevolmente normale nel sud d’Italia, il racconto di un patrimonio preso in ostaggio dalla mafia, in cambio di nulla se non l’impoverimento della città. Un patrimonio sottratto alla sua funzione naturale di garanzia e risorsa per una grande azienda, frutto dell’iniziativa di Salvatore Tagliavia, a lungo sindaco di Palermo nei primi del ‘900 e uno degli ultimi grandi armatori siciliani, che rilanciò le attività commerciali della città devastata dalla II guerra mondiale con una flotta di navi cargo e petroliere. E’ una storia che vede tra i protagonisti i fratelli Greco, a capo della cosca di Ciaculli, la borgata palermitana dove nel ‘63 un’auto imbottita d’esplosivo provocò una strage di carabinieri: l’impressione fu enorme e da lì ebbe inizio la Commissione parlamentare antimafia. I Greco
Roberto Tagliavia
erano affittuari del Conte Tagliavia in diverse campagne e in particolare nel fondo Favarella, oltre cinquanta ettari di ottimo agrumeto (limoni e mandarini, tra cui il pregiato tardivo di Ciaculli) alla periferia di Palermo. In questa tenuta, snodo d’accesso sia per la fascia costiera sia per le zone interne della provincia, i Greco stabilirono la base operativa per le loro attività e lì hanno consolidato l’alleanza con i corleonesi Riina e Provenzano, dando vita alla tragica lunga stagione di delitti che ha piegato la città. E’ una logica che non ha avuto al centro il miglioramento produttivo del mandarino, e meno che mai delle attività commerciali e marittime, ma ha mirato al controllo del territorio, magari in vista di possibili speculazioni edilizie.
I Greco, tenteranno d’impadronirsi di quel fondo con una richiesta di affrancamento non approvata dal giudice, che anzi decide per la loro estromissione. Questa decisione non sarà mai eseguita dall’amministratore dei beni. In questa vicenda entra pure il giudice Falcone che, inseguendo un assegno del boss camorrista Nuvoletta, risale a Michele Greco che aveva usato quell’assegno per la strana compravendita di Verbumcaudio, un altro vasto feudo del conte Tagliavia nel frattempo deceduto, e curata dall’amministratore dei beni. E’ con quell’indagine che Falcone inizia il Maxiprocesso che porterà Michele Greco (detto il
Tagliavia al tavolo del convegno con Rosi Bindi
Papa della mafia) all’ergastolo. Nonostante ciò, Favarella resta nelle disponibilità di quella famiglia senza che l’amministratore dei beni contesti loro l’impossibilità a condurre i fondi ai sensi della legge sulle affittanze agricole. Così i proventi dei preziosi mandarineti e delle altre campagne restano sottratti a una più equilibrata gestione dell’azienda marittima e commerciale della nostra famiglia. L’azienda entra in sofferenza, misurandosi con tutte le ambiguità del sistema bancario e scontrandosi con l’amministratore del patrimonio di cui non appaiono chiare le modalità di gestione (soprattutto dopo la cessione del feudo di Verbumcaudio). Ne nasce una tormentata vicenda giudiziaria che ha segnato la nostra vita, anche con inevitabili divisioni interne e un convitato di pietra seduto sul nostro patrimonio, di fronte a una città indifferente, ormai rassegnata al declino dell’impresa e assuefatta all’assistenzialismo. Favarella resta nelle disponibilità dei Greco. Abbiamo ostinatamente resistito in un percorso di legalità per salvare le attività marittime e alla fine, attraverso un regolare percorso giudiziario, siamo rientrati nel controllo, almeno parzialmente, di un patrimonio depauperato, tra cui la Favarella, aprendola alla città e inserendola in un progetto di valorizzazione ambientale e produttiva. Sarà la nostra nuova sfida e, questa volta, dalla città e dal quartiere attorno ci guardano per vedere se riusciremo a farcela. Il racconto di questa vicenda, però, non è fine a se stesso. Nella più generale riflessione sul contrasto all’illegalità, richiama l’urgenza di intervenire prima che le imprese e i beni patrimoniali finiscano nelle disponibilità della mafia, individuando i punti deboli: se si tratta d’insipienza, di adattamento all’ambiente o se ci sono nodi di sistema che vanno corretti ritornando sulle stesse norme del codice civile e sui termini di prescrizione. Nella nostra esperienza c’è innanzitutto un comportamento delle banche molto nebuloso: un presunto debito del Conte Tagliavia, assunto per la costruzione di una petroliera a metà degli anni ‘50, ha dato origine a un vorticoso rincorrersi d’interessi e di anatocismi bancari. Quel debito stratosferico ha costretto gli eredi a cedere il patrimonio a un contenitore societario in cambio solo del 40% delle azioni, dove semplici fideiussori sono diventati soci, assicurando all’amministratore unico una maggioranza inossidabile del 60%. Le banche, in seguito, si sarebbero accordate con la cessione di un solo stabile, pari a un sesto del supposto e preteso (sic!) credito. Il che la dice lunga sulla credibilità dei numeri appostati in bilancio. Certo, c’è in questa vicenda il tema non risolto della successione nella gestione dei grandi patrimoni e delle imprese, dove si dovrebbe poter conciliare la continuità di una corretta gestione con la tutela dei legittimi eredi. Ad oggi, in Italia, non ci sono strumenti legali ad hoc, eppure è un tema che merita ricerca e riflessione, perché è proprio quando viene meno l’imprenditore-fondatore che si determina un punto di debolezza suscettibile d’infiltrazioni. In simili situazioni possesso e proprietà, la cui distinzione è abbastanza chiara e definita giuridicamente, nei fatti può diventare evanescente. Nella nostra vicenda si è addirittura capovolta la certezza della titolarità di un bene e la conseguente responsabilità sul suo uso, a vantaggio di un possesso irresponsabile e tanto pervicace da modificare la percezione sociale della proprietà. A Palermo, ancora oggi, si fa fatica a riconoscere che la Favarella non è mai stata e non è proprietà dei Greco. Questo ci obbliga a ragionare sul rischio che strumenti societari (società per azioni in particolare) siano usati per copertura e per impedire ai proprietari un efficace controllo sulla gestione. E’ l’amministratore che ha titolo all’azione legale e, se blindato da una maggioranza di comodo, è davvero l’unico che può tutelare efficacemente i beni. Che cosa succede, però, quando l’amministratore è condizionato da ambienti o personaggi mafiosi, come nel nostro caso? Quali efficaci controlli ci sono per le piccole società non quotate in borsa? Come possono intervenire efficacemente i soci? Proprio nel momento in cui avevamo avviato azione di responsabilità per una gestione quanto meno opaca, è intervenuta la legge di depenalizzazione del reato di falso in bilancio, annullando in un solo colpo la nostra azione. La depenalizzazione è durata a lungo, come l’anatocismo, nella distrazione di un Paese che è sembrato non percepire quanto l’alterazione dei bilanci fosse strumento per alterare gli equilibri societari. Oggi non è più così, ma è tardi. Infatti, c’è la prescrizione. In assenza di un’iniziativa dell’amministratore e in assenza di un intervento della magistratura i tempi decorrono. Quando, finalmente, mutati gli equilibri societari, si poteva mettere ordine, la risposta tombale del magistrato è stata: ma ormai è tutto prescritto! Così il disegno di esproprio si legittima, il residuo patrimonio resta prigioniero di un contenitore societario e d’interessi non facili da gestire. Di fronte a un simile esito, un normale cittadino che vede confermato il successo di chi ha esercitato il possesso di beni senza esserne proprietario sceglierà di difendere il suo buon diritto per vie legali o preferirà accordarsi con chi esercita la sopraffazione? E’ questo il nodo che, se non risolto, porterà all’eterno riprodursi d’infiltrazioni mafiose nelle imprese. Personalmente ho scelto la prima strada, ma vorrei far notare che questa vicenda ha avuto inizio nei primi anni ’70 del secolo scorso, avevo vent’anni, oggi ne ho sessantasette. Quando questa storia ebbe inizio, né Confcommercio né Confindustria, sembravano rendersi conto di come la disattenzione ai temi della proprietà responsabile potesse portare a morte l’imprenditoria sana. Oggi qualcosa è cambiato, sul piano legislativo e su quello della consapevolezza, ma non mancano debolezze e contraddizioni di cui la stessa antimafia ha mostrato i segni, e tuttavia questo nostro incontro può avere un valore enorme se saprà proporre il rafforzamento dell’impresa e della proprietà responsabile come priorità e cardine di una legalità efficace. E’ difficile immaginare un sistema di controllo capillare, è più facile rendere conveniente la legalità e forti i soggetti interessati a un uso legittimo delle risorse.

Roberto Tagliavia 
​​​​​​Roma, 22 novembre 2016

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