martedì 25 dicembre 2012

ANTONIO INGROIA FOR PRESIDENT? PIÙ MUGUGNI CHE APPLAUSI

Antonio Ingroia
LE “FIRME” PIÙ AUTOREVOLI LO CRITICANO. COME ALDO GRASSO
Quelli come Antonio Ingroia non si accontentano di fare bene il loro lavoro, vogliono anche redimere il mondo. Per loro la spada della Giustizia è sempre senza fodero, pronta a colpire o a raddrizzare le schiene. E’ l’incipit del corsivo di prima pagina dedicato ad Antonio Ingroia da Aldo Grasso sul Corriere della Sera. Le critiche e le perplessità sulla candidatura, assai probabile, di Antonio Ingroia alle politiche di febbraio non vengono solo dai suoi avversari storici, Berlusconi e il centrodestra, che peraltro non aspettavano altro (“avete visto, è per questo che ha combattuto, è una caricatura di se stesso”), ma da autorevoli firme, come Gomez (“Il fatto Quotidiano”), Antonio Polito e Aldo Grasso che al PM di Palermo dedica domenica il suo “Padiglione Italia”, molto frequentato da personaggi siciliani.

“Dicono di impegnarsi ad applicare solo la legge senza guardare in faccia nessuno, ma intanto parlano molto delle loro indagini anche fuori dalle aule giudiziarie, contenti di esibire la loro faccia”, osserva Grasso, riferendosi, naturalmente, ad Ingroia. “L’esposizione mediatica, gli interventi ai congressi di partito sono un diritto, ma per dimostrare la propria imparzialità non bastano frasi a effetto, intrise di retorica alla Toto Cutugno…”
Grasso, a questo punto ricorda le fasi più recenti dell’attività del magistrato. “Dopo un periodo di pausa attiva (da due mesi stava svolgendo un lavoro investigativo patrocinato dall’Onu in Guatemala contro i narcos), dopo il via libera del Csm,  ricorda Grasso, Ingroia ha offerto la sua disponibilità a candidarsi (io ci sto!)… . In Guatemala ci è finito mentre si chiudeva «la madre di tutte le indagini» della Procura di Palermo, quella sulla presunta trattativa Stato-mafia, con le famose intercettazioni riguardanti anche il Colle (che non pochi problemi hanno creato nei rapporti istituzionali) e il consigliere giuridico del Quirinale, Loris D’Ambrosio, un tempo stretto collaboratore di Giovanni Falcone, stroncato poi da un infarto”.
 Un j’accuse durissimo: “A Palermo ha abbandonato l’inchiesta nella sua fase più delicata e il comizio di venerdì non ha certo giovato alla sua reputazione (già incrinata dalla gestione di Massimo Ciancimino) e alla credibilità della magistratura italiana, alimentando il sospetto che l’attività giudiziaria, specie se clamorosa, venga intesa da alcuni come opportunità per una carriera politica”.
Le conclusioni di Grasso? “Le debolezze del magistrato non lo rendono più umano, ma soltanto più simile a un cittadino al di sotto di ogni sospetto”.
Che il Pm di Palermo si aspettasse rose e fiori non ci crediamo. Ha previsto, non può essere altrimenti, le reazioni negative. Forse, solo dal “nemico”, e questo deve averlo incoraggiato a intraprendere la strada che aveva deciso di percorrere. Invece non è stato così, e non era difficile intuirlo che sarebbe andata diversamente. Sabelli, a nome dell’Associazione nazionale magistrati, non si è schierato dalla parte di Ingroia, tutt’altro. E nell’ambito della magistratura, sotto traccia, sono più i mugugni che gli applausi. Chi stava dalla sua parte, e continua a stimarlo come magistrato e come uomo, prova irritazione per l’assist offerto proprio al “nemico”: la prova inconfutabile di un secondo fine nell’attività inquirente.
I più avvertiti sanno, o comunque sono persuasi, che non è affatto così, che è la passione politica a guidare Ingroia, ma per il “mondo”, la sovrapposizione fra magistratura e politica rende tutto nebuloso e ambiguo, dando spazio ai sospetti e alla denigrazione. Un vero peccato, sarebbe bastato avere pazienza. Forse.
24 dicembre 2012

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