sabato 4 luglio 2020

Agostino infiltrato nel clan Galatolo, boss a processo per il suo omicidio


di SALVO PALAZZOLO
Il poliziotto faceva parte di una squadra a caccia di latitanti. I pentiti: " La moglie morì perché conosceva i suoi segreti". Chiesto il processo per Nino Madonia e Gaetano Scotto. Sotto accusa un amico dell’agente che avrebbe aiutato i sicari
La figlia ribelle del capomafia dell’Acquasanta, Giovanna Galatolo, racconta di aver sentito in famiglia che lo "sbirro ucciso a Carini", Nino Agostino, venne pagato dal clan in un’occasione. Il pentito Giuseppe Marchese ha aggiunto: «Giuseppe Madonia diceva che quel ragazzo era un cornutone. Perché aveva fatto un voltafaccia» . Ovvero, il doppiogioco. Nino Agostino era un poliziotto onesto, che faceva l’infiltrato, per tentare di arrivare all’arresto dei grandi latitanti di mafia. Tasselli su tasselli, dopo 31 anni di misteri, che hanno portato sempre ad archiviazioni l’indagine sull’omicidio del poliziotto Agostino e di sua moglie Ida Castelluccio, avvenuto il 5 agosto 1989.

Adesso, la procura generale di Palermo e la Dia ritengono di avere definito il quadro preciso in cui maturò il delitto. E hanno chiesto il rinvio a giudizio per i boss Antonino Madonia e Gaetano Scotto, il capo mandamento di Resuttana e il boss dell’Arenella, accusati di essere mandanti ed esecutori del delitto. «Ora mia moglie potrà dormire serena in cielo» , dice Vincenzo Agostino, il padre di Nino. Ieri mattina, mentre veniva notificata la richiesta di rinvio a giudizio, il direttore della Dia Giuseppe Governale gli ha telefonato: «Ho voluto manifestare ancora una volta la mia vicinanza personale e istituzionale», spiega.
È una storia molto articolata quella riscritta dal procuratore Roberto Scarpinato e dai sostituti Nico Gozzo e Umberto De Giglio. Agostino era ufficialmente solo un poliziotto addetto alle Volanti del commissariato San Lorenzo, in realtà avrebbe fatto parte di una squadra che cercava latitanti, per conto dei servizi segreti (non è però chiaro quale di preciso, l’Aisi e l’Aise hanno sempre smentito che Agostino sia stato un loro collaboratore). Una squadra di cui avrebbero fatto parte Emanuele Piazza, pure lui ucciso dai boss, e l’ex poliziotto Giovanni Aiello, " faccia da mostro", morto per un infarto tre anni fa.
Questa attività riservata avrebbe portato Agostino ad avere rapporti pericolosi con i Galatolo e i Madonia. «Portava informazioni», ha detto Giovanna Galatolo, che arriva ad ipotizzare anche «informazioni su quando Falcone sarebbe andato all’Addaura». Ma su questo punto riscontri non ce ne sono, i magistrati hanno più di un dubbio. Continuano a credere che Agostino si occupasse solo di latitanti. E dentro quella palude di Palermo che ruotava attorno a vicolo Pipitone, la roccaforte dei Galatolo, avrebbe scoperto che altri poliziotti erano invece davvero corrotti. Lo aveva raccontato vent’anni fa il pentito Oreste Pagano, ma era rimasto il giallo: «Voleva rivelare i legami della mafia con alcuni componenti della questura di Palermo» . Pagano l’aveva saputo in Canada, al matrimonio di un esponente della famiglia Caruana: «Lì mi presentarono Scotto, dissero pure che la moglie del poliziotto era a conoscenza delle rivelazioni che il marito poteva fare».
Chi tradì Agostino? Chi scoprì che voleva far saltare il suo doppiogioco per denunciare i veri collusi? Probabilmente, Agostino voleva parlarne con il giudice Falcone, c’è traccia di un incontro nelle indagini. Di sicuro, dopo l’omicidio, «da una parte il questore avalla con la sua autorevolezza la versione, rispondente al vero, che quello di Agostino è un omicidio di alta mafia – scrivono i magistrati – dall’altro, il capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera depista le indagini sulla inconsistente pista dell’omicidio per questione di donne».
Giovanna Galatolo sentì anche dell’altro nei discorsi di suo padre: «Pure i servizi volevano morto Agostino» . E Nino venne tradito. Con la complicità, racconta l’inchiesta, del suo amico del cuore, un’altra sorpresa di questa indagine: la procura generale chiede il processo pure per Francesco Paolo Rizzuto, aveva 16 anni all’epoca del delitto. È accusato di favoreggiamento, per aver aiutato i sicari, con il suo silenzio e tante bugie.
La Repubblica Palermo, 3 luglio 2020

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