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martedì 6 maggio 2014

CI SCRIVE la Comunità ecclesiale giulianese in risposta all'articolo di A. G. Marchese: Un unico Corpo


L’idea di scrivere alla redazione del vostro giornale nasce in seguito alla difficile situazione verificatasi a Giuliana con la pubblicazione dell’articolo di A. G. Marchese sulla festa del SS. Crocifisso. La nostra comunità ecclesiale non ha alcun fine polemico  nel voler ribadire ad esso, ma certamente si sente chiamata in causa a sostegno del suo parroco perché, percosso il pastore, il vero problema non è che si disperda il gregge, ma che lo si fuorvii. Vorremmo, allora,  spiegare come per noi sia veramente importante riportare in paese un clima di pace e di serenità, che spazzi via l’opera di demolizione e demoralizzazione che è in atto contro il parroco, don Luca Leone, un sacerdote che ha ereditato una parrocchia difficile e che ha necessitato, e necessita, sicuramente al pari di altre parrocchie, di essere curata da un punto di vista spirituale, formativo, economico, strutturale.  Non intendiamo fare un panegirico del parroco, ma i fatti parlano da soli: omettendo la sua preparazione culturale, che è evidentissima, e sapendo che non è la cultura che rende un uomo grande, non possiamo non ricordare l’opera di ricostruzione, di formazione e di educazione alla fede che  lui ha coraggiosamente intrapreso.
Non dimentichiamo quello che fin da subito ha fatto per noi, dedicandosi alla preparazione dei laici con degli incontri di formazione (come lo studio del documento della CEI “Educare alla vita buona del Vangelo” o dei vari Documenti del Concilio Vaticano II); le attività portate avanti con e per i giovani al fine di portarli a Cristo (vedi i campo scuola e il Grest estivo), per non parlare della “normale”, ordinaria, attività di un parroco: celebrare l’Eucaristia, Parola e Pane spezzati ogni giorno per noi, ogni giorno tornando a riconciliarci col Padre e con i fratelli. Un mistero enorme, più grande di lui e di noi. Con amarezza, però, sappiamo di quante delusioni abbia collezionato a Giuliana e quanta ingratitudine e incomprensione ci sia stata verso di lui.


Se è vero che siamo ancora nella primavera del Concilio, se è vero che siamo chiamati alla metànoia, cioè al cambiamento di mentalità e alla conversione, se la Nuova Evangelizzazione non è l’ultimo colluttorio con cui sciacquarsi la bocca, se la Chiesa è profezia di Cristo nel mondo, non possiamo non credere e sperare in una società migliore, in cui ciò che conta veramente Papa Francesco non cessa di ricordarcelo ogni giorno. Egli per primo sta tentando di costruire un nuovo modo di essere Chiesa, tanto che da più parti si parla di “rivoluzione”: riforma della Curia, richiamo ad un cristianesimo non anestestizzato o da salotto…

Sostiene Alessandro Baricco in “Novecento” che “negli occhi della gente si vede quello che vedranno, non quello che hanno visto”, a significare che è una caratteristica dell’uomo sperare e sognare. Il Papa, d’altronde, lo ricorda sempre ai giovani, e noi siamo una chiesa “giovane” che sta per edificarsi lentamente: “Non lasciatevi rubare la speranza!”. E noi speriamo e crediamo che le cose possano cambiare e che Giuliana avrà finalmente, al pari di altre parrocchie della Diocesi, la sua formazione e la sua crescita nella fede.

Per questo, l’articolo citato, a nostro avviso, non rende giustizia a quello che faticosamente si sta tentando di edificare a Giuliana: strutture (sistemazione della casa canonica, inaugurazione del Centro giovanile “Don Puglisi-Don Provinzano”, restauro del Santuario della Madonna dell’Udienza), persone (formazione per adulti, coppie, giovani, catechistica dell’ICFR, dei giovani e dei bambini con i campo scuola e il Grest estivo, Missione giovani e ragazzi “La casa sulla roccia”).

Perché non si tiene conto di tutto questo? Chi leggesse il già citato articolo potrebbe pensare che Giuliana è “il piccolo mondo antico” di fogazziana memoria, o il paese di campagna del popolare romanzo di Guareschi, con don Camillo, Peppone e il Crocifisso. Solo che lì l’umorismo è terapia contro il dolore di un’epoca che conosce bene l’orrore della guerra; qui da noi la “guerra civica” non fa ridere nessuno e spacca la comunità. Più verisimilmente, il nostro paese assomiglia al piccolo paese del “Diario di un parroco di campagna” di G. Bernanos, dove la popolazione è divorata dalla noia e dallo scollamento rispetto ai temi della fede e vive la stessa atmosfera di disfacimento morale che è ovunque. Infatti, Giuliana risente dei problemi del villaggio globale e ciò che urge è evangelizzare o rievangelizzare.

Proprio Bernanos scriveva: "La mia parrocchia non si distingue in niente dalle altre parrocchie. Tutte si assomigliano. Il bene e il male saranno anche in equilibrio, ma sta di fatto che il baricentro viene a trovarsi in basso, molto in basso. La mia parrocchia è divorata dalla noia. Come tante altre parrocchie! La noia le divora e noi guardiamo impotenti. Un giorno forse scopriremo dentro di noi questo cancro. Si può vivere molto a lungo con una roba così. Una disperazione incompiuta, una forma turpe di disperazione, qualcosa che potrebbe assomigliare alla fermentazione di un cristianesimo decomposto. Con una parrocchia così non è facile far scialo di atti di virtù! Tanto più che loro li ignoreranno sempre questi atti e neppure li capirebbero".

Giuliana è un paese che ha perso, nel tempo, la fede semplice e autentica da cui nascevano le tradizioni, soprattutto quelle “più sante”, cioè più vicine al vissuto religioso. Tante stratificazioni si sono sovrapposte, per cui la “traditio” è diventata tradizionalismi, buoni a far scrivere libri, che hanno deformato la vera fede, inquinandola con un apparato antropologico inutile e dannoso. Ed allora, ecco che la processione sostituisce la vita ecclesiale, quella che si nutre di Parola ed Eucaristia; la Messa domenicale diventa secondaria rispetto alla messa per un morto, che è allora più importante del Risorto. In quel caso si va a messa. Si va, per modo di dire, perché che dire della barbara usanza di star fuori a parlare e sparlare, mentre in chiesa si svolge il funerale? Molti di quelli che ci risiedono si sono costruiti una forma alternativa di fede, o col fai da te casalingo (dove ciò che conta è tappezzare le pareti di casa con qualche immagine devozionale) o con l’appartenenza a confraternite varie o, ancora, con la partecipazione al “precetto” del Giovedì Santo (in quell’occasione si ama solo una volta all’anno e per precetto, cioè per un ordine della Santa Madre Chiesa) o con le pr ocessioni, dove una volta all’anno tiriamo fuori ricordi da crinolina e ci sentiamo tutti più religiosi e devoti.
Ma la fede è una categoria atemporale ed “antistorica”, pur calandosi nella Storia con la esse maiuscola e nella storia di ognuno di noi. Atemporale ed antistorica perché è dono che viene dall’alto, da Colui che accetta di entrare nella storia e di abbassare l’arco del cielo fino alla terra per far si che noi diventassimo cielo. Se poi, ad una storia vogliamo rifarci, andiamo all’origine della nostra fede, al cristianesimo autentico, e riscopriamo, con la Chiesa, la “traditio”, la Parola e il Vangelo, così che possa succederci quello che diceva il cardinale Martini: “Leggendo e rileggendo il Vangelo, l’acqua stagnante comincia a muoversi e ci avviciniamo alla verità della nostra vita”.
Molti a Giuliana non hanno sogni impregnati di futuro, di novità, di creatività e si limitano ad essere “gente da processione”, gente che facilmente processa e non professa e che non sa vedere la profezia.
Per lungo tempo nella nostra zona si sono stratificate storture nella fede, che nessuno ha saputo o voluto “curare” (fatto sta che i problemi delle parrocchie sono comuni), forse perché i “curati” sono stati lasciati troppo soli o forse perché c’è stata un’indolenza generale che ha demandato sempre agli altri il “dover fare qualcosa”.
E’ la logica dei due passi indietro che, guarda caso, è il procedere delle processioni spagnole. Chi andasse a Trapani a vedere i Misteri del Venerdì Santo, frutto della pietà popolare ma paradigma della Sicilia tutta, vedrebbe che i gruppi avanzano con due passi avanti ed uno indietro, così da non arrivare mai.
Allo stesso modo, forse, operiamo noi giulianesi: c’è sempre un ritirarsi, un ritornare indietro, il non prendere posizione, o prenderne di sbagliate e personali, il non arrivare mai o l’arrivare in ritardo. D’altronde, lo sappiamo: la profezia è come un viaggiatore che ha fretta di arrivare, ma deve subire il ritardo del traffico, quando non la stasi o degli incidenti di percorso.
Tanti vogliono, però, la Rinascita, sognano resurrezioni profonde, interiori, e sanno cogliere i segni dei tempi, la profezia che rinasce, il seme che inizia a germogliare, ma che è ancora una piccola e tenera pianticella che rischia di essere calpestata o strappata.
Il bene fa fatica a crescere a Giuliana, perché la zizzania tenta di soffocare il seme. Esso, poi, per quanto sia sotto gli occhi di tutti, non è visto. E’ come il mistero della vita di Cristo, del suo amore e dei suoi evidentissimi miracoli, che l’uomo, chiuso nel suo egoismo e nelle sue false tradizioni e false sicurezze, nella sua non-fede, non sa vedere. E’, come diceva lo scrittore Ignazio Larragnaga, il mistero dell’azione del sole: “Brilla sul fango e lo indurisce, brilla sulla cera e l’ammorbidisce”. Quando il cuore è duro rischia solo di diventare più duro.

E allora, bisognerebbe pensarci due volte a pubblicare articoli che spaccano una comunità credente, non sappiamo quanto in buona fede e quanto dietro istigazione di altri. Guai ad avere sulla coscienza una tale responsabilità! In questi giorni (sono voci?) si è arrivati a “consigliare” agli altri di non partecipare alla Processione, oppure non si è partecipato al triduo in preparazione alla processione (dove sono stati i confrati ai quali sta tanto a cuore la festa? E’ vero che hanno boicottato le liturgie eucaristiche, così come hanno tentato di fare con la processione?), triduo che non a caso si è aperto con il ricordo di Santa Caterina da Siena, la Santa del dialogo e della riconciliazione, quella che tuonava perché le fazioni cittadine fossero pacificate e il papa ritornasse a Roma da Avignone.
A Giuliana per tanto tempo abbiamo aspettato un futuro diverso e ora abbiamo la possibilità di lasciarci modellare dall’azione della Luce e della Grazia, anche attraverso il ministero e l’abnegazione di don Luca; Luce e Grazia che Dio non si è stancato di donarci ancora una volta, mentre noi rischiamo di essere “le tenebre che non l’hanno accolta”.
Siccome non per tutti è scontato il discorso relativo all’Ottava di Pasqua, “tempo in cui si fa il bucato dei lini intrisi di lacrime e sangue e li si asciuga al sole di primavera, perché diventino tovaglie d’altare” (don T. Bello), è il caso di citare anche la lettera di risposta che don Giacomo Sgroi, membro della Commissione liturgica, ebbe a scrivere il 15 marzo 2013 (Prot. N. 147/13) in risposta ad una richiesta di chiarimento avanzata da don Leone, riguardo alla festa in Ottava di Pasqua, in data 09 marzo 2013: “Giustamente tu poni la questione, poiché vedi ignorato il significato dell’Ottava di Pasqua, nella quale liturgicamente celebriamo con eguale solennità ogni giorno la Pasqua del Signore. Con questo scritto la Commissione liturgica intende richiamare alcuni documenti del Magistero che esplicitano il senso dell’Ottava di Pasqua e permettono di avere un quadro più chiaro per rispondere alla questione da te sollevata. Il Concilio Vaticano II, principalmente nella costituzione sulla Sacra Liturgia, ha messo in luce più volte, secondo la tradizione, la centralità del mistero pasquale, ricordando come da esso derivi la forza di tutti i sacramenti e dei sacramentali. Lo stesso Magistero della Chiesa prende atto, in diversi documenti successivi alla Sacrosanctum Concilium, che si riscontrano molte consuetudini popolari collegate con le celebrazioni del tempo pasquale, che talvolta richiamano un maggior concorso di gente rispetto alle celebrazioni liturgiche; tali consuetudini siano in armonia con la sacra liturgia, siano maggiormente impregnate di spirito liturgico, traggano in qualche modo ispirazione dalla liturgia e ad essa conducano il popolo cristiano”. Lo stesso sacerdote, dopo aver citato la Congregazione per il Culto Divino e la disciplina dei Sacramenti, Lettera circolare sulla Preparazione e celebrazione delle feste pasquali (Paschalis sollemnitatis) del 16 gennaio 1998, n. 106, si rifà alle Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario, n. 12,  in cui si dice che: “ Affinché il ciclo dell’anno liturgico risplenda nella sua piena luce, i giorni in cui abitualmente cade la Quaresima e l’Ottava di Pasqua, come pure i giorni dal 17 al 31 dicembre, siano lasciati liberi da celebrazioni particolari”. Quindi, cosa vanno cercando alcuni, dal momento che le norme liturgiche sono già chiare e il parroco non ha fatto altro che applicarle?

Alla luce di queste vicende, sembra che a volte le Confraternite stesse siano come cellule impazzite che vorrebbero avere vita autonoma, ma che in realtà tradiscono molto spesso non solo il Vangelo, ma persino i loro statuti, i quali hanno nelle loro finalità “una solida formazione cristiana dei Confrati, la promozione del culto, un efficace apostolato laicale che mira alla testimonianza del Vangelo della carità nel servizio della comunità”. Tra le loro responsabilità c’è anche il dover professare la fede cattolica, il testimoniare la comunione col Papa e con il Vescovo, il diritto e il dovere di impegnarsi perché l’annuncio della salvezza si diffonda sempre più tra gli uomini, oltre che il dovere di riscoprire la ministerialità della Chiesa (e non di disconoscerla), di partecipare alla celebrazione eucaristica domenicale e festiva, alle riunioni di catechesi, ai momenti di preghiera comunitaria e di formazione. Ce n’è davvero tanto per un posto in Paradiso, piuttosto che per uno al cimitero! E poi, ma gli statuti delle Confraternite sono superiori al Ministero episcopale? E’ una minaccia quella che si legge sulla eventuale rettifica degli statuti? Sappiamo che, così come c’è una gerarchia nelle verità di fede, ce n’è un’altra, altrettanto valida, nella gerarchia ministeriale, dove il vescovo è il maestro di fede e di dottrina dei fedeli a lui affidati e non il contrario. Pensiamo che il Vescovo non abbia paura di nulla, né tantomeno della minaccia “aguannu finiu comu finiu, ma n’atr’annu jemu nno viscuvu!”.

Nell’articolo citato parla di spaccatura nella comunità credente; ma chi l’ha creata e fomentata tale spaccatura? E perché? Cosa c’è dietro, dal momento che molti non  vivono una vita di fede? Non si sta contravvenendo con i fatti a ciò che si professa per statuto? Si cercano, inoltre, solo “privilegi di antica data” o formule “in illo tempore” per legittimare la “compatibilità liturgica” tra la morte e la resurrezione del Signore. Si fa credere che la solennità dell’Ottava di Pasqua, solennità del Signore, sia alla pari di una festa locale, mentre invece “ tutte le altre feste e memorie, sia a livello universale che locale, seguono quelle del Tempo proprio, delle solennità e delle feste, che hanno la precedenza sulle celebrazioni particolari”  (Congregazione per il Culto Divino e la disciplina dei Sacramenti, Lettera circolare sulla Preparazione e celebrazione delle feste pasquali). Si parla di “identità cristiana-civile-locale” basate sulla triade “Crocifisso- Madonna dell’Udienza- Bambino. Questo provincialismo offende la vera identità cristiana, che ha un respiro universale e che è basata su un’altra “triade”, quella della Trinità, questa illustre sconosciuta! Non neghiamo che in alcuni momenti abbiamo trovato l’articolo profondamente fazioso, perché raccoglie la falsa pietà di tanti verso la Croce e il Crocifisso, una pietà che va rieducata in senso più evangelico. E’ in buona fede chi parla e chi fa parlare? Su chi ricade la responsabilità, davanti a Dio, della cattiveria che viene riversata su questo giovane e zelante sacerdote, che sta tentando di “rinverdire” la parrocchia, rendendola fresca, giovane, viva nella fede e piena, anche e soprattutto, degli operai dell’ultima ora. Tanta gente si è riaccostata alla Chiesa e si fa umilmente educare ad una fede autentica, senza fronzoli, senza falsità, senza retorica. E’ la Chiesa di Cristo (quella si che ha una storia!), è la Chiesa di papa Francesco ed è la nostra Chiesa! Noi ci diciamo grati a Dio anche  dell’appartenenza alla diocesi monrealese, con il suo vescovo, guida e pastore, al cui ministero primario nella costruzione della Chiesa, con docilità e rispetto ci rimettiamo. Egli è stato vicino al sacerdote, telefonicamente e nella persona del vicario, don Antonino Dolce, il quale ci ha incoraggiati a non demordere e a rendere pubblica la vicenda, manifestando la nostra solidarietà al parroco.

Nell’articolo, la “storia” e le tradizioni vengono tanto decantate. Ci appartengono, è vero. A patto, però,  di ricordare che esse non narrano solo il passato, ma anche il futuro, il quale chiede di essere costruito a partire dall’oggi. Non si può, per nessuna ragione, giocare con la coscienza della gente e spaccare una comunità. Qui è in gioco la fede dei nostri figli, dei nostri giovani. Essi hanno bisogno  di radici spirituali e di senso di appartenenza alla Chiesa, di cui non possiamo prendere solo quello che ci fa comodo. Quale testimonianza stiamo dando di una fede vissuta e non propagandata a parole?
Cosa si cerca di fare? Cosa cambia per l’UOMO DI FEDE se una processione è post-datata? Non è mancata forse la fiducia e l’obbedienza che, nella fede, sono indispensabili? Perché far diventare tutto cortile (del Sinedrio), dove certa gente che ama tanto le processioni (e solo quelle) sa solo processare?
Ancora una volta, per una ri-errata corrige, cioè per una nuova ri-errata correzione, il Corpo di Cristo risorto, cioè la sua Chiesa (in questo caso particolare), è scisso, spaccato. Anzi, sembra che alcuni vogliano cambiare perfino la testa del corpo di Cristo, fornendo pensieri preconfezionati, e anche surgelati, su come pensare una festa.

Ma che cos’è una festa? “La festa è un tempo di azione di Grazia nel quale si ringrazia Dio per un avvenimento storico in cui la sua presenza amante si è manifestata nei confronti dell’umanità, del popolo o della comunità. La celebrazione non solo di un’azione passata ma di una realtà presente” (J. Vanier, La comunità, luogo del perdono e della festa). E allora, siamo sicuri che alcuni siano in buona fede e che invece non stiano cercando spazi personali? 
Ai tempi di Gesù c’erano i Dottori del tempio (i detentori della Legge, della tradizione), gli scribi (gli intellettuali ipocriti, gli uomini con due facce), i farisei (le guide cieche, che hanno pervertito il senso del sacro e che dimenticano che non sono le cose a santificare Dio ma che è Dio che santifica le cose). Gesù stigmatizza i loro peccati capitali: il loro orgoglio, il desiderio di essere i primi dappertutto, l’ansia di ben figurare, la loro ipocrisia religiosa. Sappiamo anche come va a finire, è storia anche quella. Gesù li definisce come coloro che uccidono lo Spirito. E Giuliana che paese è? Anch’essa uccide i profeti e tutto ciò che è rinnovato dallo Spirito? A sentire gli ultimi feroci attacchi sembrerebbe di si.

Forse, molti a Giuliana non sanno che la Chiesa cattolica nel 2001 ha pubblicato un documento, “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”, nel quale i vescovi ribadiscono che, di fronte ai profondi mutamenti culturali, la Chiesa ha il compito primario di comunicare la fede, “di trasmettere il senso di ciò che ci ha preceduti, delle tradizioni e delle vicende senza le quali noi non saremmo ciò che siamo oggi; non per irrigidirci nelle tradizioni o per ripiegarci sul passato, ma per trasmetterne lo spirito, pur nel necessario mutare delle forme. Per questo, ci sembra importante che la comunità sia coraggiosamente aiutata a maturare una fede adulta, “pensata”, capace di tenere insieme i vari aspetti della vita, facendo unità di tutto in Cristo”. Riguardo alle devozioni popolari, il Documento dice: “Come ricordava già nel 1975 Paolo VI, con esse tocchiamo un aspetto dell’evangelizzazione che non ci può lasciare insensibili. Oggi esse sono oggetto di riscoperta. Bisogna, naturalmente, vigilare perché non si sostituiscano ai momenti ordinari di vita liturgica della comunità parrocchiale, come pure alle forme di meditazione e preghiera, personale e comunitaria. La storia, infatti, ci dice che la devozione popolare è spesso aperta alla penetrazione di molte deformazioni della religione, anzi di superstizioni. RESTA SPESSO A LIVELLO DI MANIFESTAZIONI CULTURALI SENZA IMPEGNARE IN UN’AUTENTICA ADESIONE DI FEDE. Bisogna, allora, purificarle e vivificarle”.
L’autore dell’articolo cita l’amato Cataldo Naro, omettendo però lo sforzo del vescovo di allora di purificare la Chiesa. Il vescovo stesso viene citato dicendo che “il radicamento nella località non esclude ED ANZI POSTULA UN ALLARGAMENTO ALLA DIMENSIONE UNIVERSALISTICA DEL CATTOLICESIMO”. La stessa cosa dicasi per il Crocifisso, che non è un simbolo di parte e non rappresenta come ebbe a dire di recente un politico italiano “l’impronta dell’Occidente, il simbolo della nostra nazione, come il chador lo è per le donne musulmane”. Tale riduttiva visione, che ci fa parlare del Crocifisso di Giuliana o di quello di Chiusa Sclafani o di Bisacquino o di chissà quale altra parte del mondo (frutto di provincialismo e non di universalità e cattolicità) è una visione riduttiva, “segno di un’abissale ignoranza in fatto di «cultura religiosa». Esso è, al contrario, simbolo del comune destino, della misericordia finale, dell’estrema consolazione, del reciproco perdono, segno di salvezza per tutti. Il Crocifisso deve esistere nelle coscienze più che sui muri, convinti che non sono i Crocifissi esibiti a fare cristiana una società, ma la testimonianza di cristiani che sono capaci di fraternità, di unità, di pace nella giustizia, di solidarietà, di perdono misericordioso”(C. Bucciarelli).

Alla parzialità delle espressioni estrapolate dai discorsi di Mons. Naro allora sarebbe giusto aggiungere che: “La sfida che si pone alla pastorale italiana è quella di far EVOLVERE il diffuso senso di appartenenza alla Chiesa cattolica, mediato prevalentemente dalle devozioni, VERSO UN CATTOLICESIMO MAGGIORMENTE RADICATO NELL’ASCOLTO DELLA PAROLA E NELLA PARTECIPAZIONE LITURGICA E PIU’ CAPACE DI TESTIMONIANZA CRISTIANA E DI FERMENTO EVANGELICO. Oggi non ci si può limitare alle celebrazioni rituali e devozionali; bisogna passare ad una pastorale di missione permanente” (Torniamo a pensare).
Lo stesso vescovo così continua, riferendosi alla processione dei Misteri a Montelepre: “La processione costituisce oggi non semplicemente il residuo di un’antica tradizione o un elemento del folklore locale o una bella rappresentazione di tipo teatrale del dramma sacro della redenzione, ma piuttosto un’esperienza credente, una manifestazione corale della fede. Dobbiamo conoscerne le origini storiche e il contesto culturale ed ecclesiale in cui maturò e anche le vicende attraverso cui, successivamente, è venuta trasmettendosi e, quindi, inevitabilmente, trasformandosi. I vivi possono vivere se il morto non resta in casa e non l’appesta ma viene portato al cimitero e sepolto con il dovuto onore. BISOGNA SEPPELLIRE IL PROPRIO PASSATO SE SI VUOLE VIVERE IL PRESENTE” (La speranza è paziente).

La Chiesa, che ha il deposito della fede e la responsabilità (il “responsum”, la risposta) della sua trasmissione alla comunità dei credenti, non può non tenere conto dei fermenti di novità, che lo Spirito Santo comunica; per questo, “ogni scriba, divenuto discepolo del Regno dei cieli, è simile ad un padrone di casa che estrae  dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13, 52).

Come non citare uno stralcio del libro "Benedette inquietudini" di don T. Bello, vescovo, la cui azione profetica nella Chiesa è oggi confermata dall’operato di papa Francesco, e di cui si è aperto il processo di beatificazione: "Un aspetto della vita della Chiesa che esprime con forte incidenza il valore dei segni è quello della festa. Purtroppo, sul piano religioso, essa è divenuta segno opaco, buono a far emergere la gioia, ma incapace di rimandare all'«ulteriorità». Ci sta sfuggendo di mano, perché come Chiesa non sappiamo nutrirla di significazioni escatologiche. Si alimenta di troppo rumore, per poter dire che è un momento privilegiato di spiritualità comunitaria. L'esteriorità ne ha compromesso la tenuta di fondo. Dobbiamo rievangelizzare la festa e riscattarla dall'insignificanza religiosa, se vogliamo che la nostra fin troppo facile resa al degrado spirituale non deteriori ulteriormente «l'icona». Il terreno su cui il restauro si impone con urgenza è quello delle feste patronali. Occorrerebbe in proposito lo stesso coraggio che si è avuto per certe chiese romaniche, che fitte sovrapposizioni barocche avevano reso irriconoscibili, ma che sapientissime scelte hanno poi restituito al loro primitivo splendore. Per evitare che la Vergine e i Santi si riducano solo ad occasione pretestuosa di dispersive esteriorità, incombe il dovere di controllare che i «santi segni» non vengano adulterati. Le processioni sono espressioni liturgiche in cui la fede del popolo, partendo dall'asse della celebrazione eucaristica, sente il bisogno di prolungarsi sui versanti esterni, per indicare al mondo la dimensione del cammino verso la terra promessa del Regno di Dio. Al di fuori di questo significato c'è inquinamento. La processione, quindi, va sprivatizzata: non può cioè essere gestita da un gruppo o da una confraternita come momento di esibizione corporativa. Anche qui va di mezzo «l'icona»”. Era l’uomo che ai segni del potere aveva preferito il potere dei segni!

Anche quello della “cultura” può essere un potere, se la conoscenza è strumentalizzata per altri fini. Pericolo terribile, come ci ricorda, nel libro Le tentazioni dello scrittore (Ed. Locusta), don Primo Mazzolari, definito da Giovanni XXIII "tromba dello Spirito Santo in terra mantovana": "La cultura non libera l'uomo, se l'uomo di cultura non è un uomo libero interiormente, se non è disposto a riconoscersi in tentazione di peccato come ogni altro uomo, e a rinunciare ai diritti del sapere per assumerne soltanto gli IMPEGNI, primo fra tutti quello dell'esempio davanti agli uomini. La cultura, più che una garanzia di libertà, è una grossa tentazione, al pari della ricchezza e del potere. Non basta lo scrittore o il professore: ci vuole il testimone. Se «far bene lo scrittore» volesse dire camminare dietro ai nostri fantasmi, dimenticandosi che siamo uomini e viviamo tra uomini; se pur di fissare ciò che ci passa per la mente, non badassimo ai pilastri del vivere umano; se per mancanza di controllo interiore, cioè di rispetto di sé e degli altri, poco o nulla c'importasse di buttarli addosso all'uomo, anche se scrivessimo con perfezione non faremmo bene il nostro mestiere di scrittori, avendo disimparato il mestiere dell'uomo. Qui la libertà dello scrittore non è in gioco: è in gioco la responsabilità dell'ingegno, un mirabile dono che, a ragion veduta, desta molta paura se cessa di essere un «servizio per l'uomo» ".

Forse, non è vero che la Chiesa ci invita sempre a purificare la fede, ad abbandonare l’uomo vecchio e a convertirci? Dalla risposta sincera a questa domanda nasce la pacificazione degli animi e la continuazione di un cammino fatto insieme, perché, come ebbe a dire il Maestro, “chi non raccoglie con me, disperde” (Mt 12, 30).

Noi, invece, amiamo la comunione, vogliamo far comunione, essere Chiesa che ascolta insieme, crede insieme, celebra insieme, professa insieme e facciamo nostre le parole di Gesù: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose; non ve ne accorgete? Proprio ora stanno germogliando !” (Ap 21,5).

                                                                  La Comunità ecclesiale giulianese


17 commenti:

Anonimo ha detto...

La comunità ecclesiastica che scrive questo articolo è la chiara rappresentazione di come a Giuliana ci sia una netta frattura tra i cattolici "accaniti" pronti a far le crociate contro i miscredenti, e i laici e le persone normali che professano la loro fede nella chiesa senza accanimento. È Assurdo come Don Luca Leonee sopratutto la sua folta schiera di Crociati non sia in grado di moderare i toni e aprirsi al confronto piuttosto che sparare a zero su tutto e tutti, criticare e innalzarsi a "profeti" (o pseudo tali)! Quando comincerete a fare evangelizzazione fuori dalla chiesa (come Papa Francesco invita a fare) ovviamente senza tirare in mezzo great, centro giovanile e compagnia bella che sono a vostro spassionato uso e consumo??

Anonimo ha detto...

Chi ha scritto questo articolo dimentica che la comunità ecclesiale è fatta da tutti i battezzati e non solo da un gruppo più o meno numeroso di “salvati”.
“Io sono molto diffidente di coloro che sognano cristianesimi nuovi, come se si nascesse ora dalla storia. No! Si vive il cristianesimo che già c’è; si fa vivere e può crescere e svilupparsi e anche rinnovarsi solo il cristianesimo che c’è. Non uno nuovo, utopico, che non c’è mai stato e non ci sarà mai. Bisogna partire da questo” (C. Naro, 2000).

Giuseppe N. ha detto...

Cosa si intende per "comunità ecclesiale"?

Anonimo ha detto...

Da questo articolo sembra quasi che la parrocchia di Giuliana sia una "nave sanza nocchiere in gran tempesta". Quelli che l'hanno scritto sono causa di divisione al pari di Marchese. Chi più si ritiene cristianamente formato diventi operatore di pace e favorisca la comunione. Conforta la certezza che Gesù Buon Pastore non abbandona mai la Sua Chiesa.

giulianese credente ha detto...

Quanta esaltazione da parte di questa presunta e tutta da verificare "comunità ecclesiale", che non rappresenta di certo la "comunità giulianese.
I giulianesi, purtroppo, continuano a farsi del male da soli. Così non si va da nessuna parte.
Siamo solo all'inizio, ne vedremo delle belle. Don Luca è abbastanza maturo per fare una verifica sulla "folta schiera di Crociati" che gli girano attorno.........

ATI ha detto...

La "comunità ecclesiale" pensi veramente, con fatti concreti e gesti cristiani ai bisognosi di Giuliana. Accolga i più deboli e li faccia sedere alla propria mensa. Solo così si potrà veramente definire "comunità ecclesiale".
Non perda tempo ......ne rimane poco

Anonimo ha detto...

Uscite fuori dalla chiesa, andate a prendere per mano chi soffre in silenzio e nel bisogno. Questa è vera evangelizzazione. Non ci risulta che voi "comunità ecclesiale" applicate questa regola Franceschiana.

Anonimo ha detto...

Ma che accanimento.. Le vostre parole ci scivolano come acqua.. L importante che qst parole hanno toccato il cuore di molti.. Le vostre maldicenze e cattiverie nn saranno giudicate da noi ma davanti al trono dell altissimo..

Anonimo ha detto...

!!!!

UFO ha detto...

Povera Giuliana come ti sei ridotta.Divisa, spaccata e derisa all'esterno. I Giulianesi non meritano questo. E' come se ci fosse qualcuno che in silenzio guida un pulman che svuota il paese.Ci chiediamo dove sono andati quelli che una volta in paese venivano definiti "intellighenzia".Dove sono andati? Come trascorrono le giornate, coloro che possiedono memoria, preparazione ed esperienza? Sempra che la parola d'ordine data sia quella di non "parlare e non pensare". Ma il timore è che, oltre al non parlare e al non pensare, nella parola d'ordine sia stato introdotto anche un "non ascoltare" che ci costringe al silenzio. Allora perchè disturbare coloro che sono alla guida del pullman che svuota il paese?

Anonimo ha detto...

.. Mi piacerebbe conoscere il metro per la valutazione del Q.I. Vorrei in questo modo capire se decidere di allontanarmi da Giuliana o poter rimanere. Premetto che conosco bene le tabellline, a parte qualche dubbio se chieste a saltare, è un buon presupposto per evitare le valigie? Grazie
Forza Don Luca!!!!!!!!!!!!!!!'

Anonimo ha detto...

Vedo che la cattiveria per non dire altro regna sovrana a Giuliana e ancora e ancora…Vorrei rispondere a quel straniero perché lo sarà di sicuro che ha detto che non si mette con i poveri bè ti devo dissentire ti sbagli di brutto perché ci và sempre dai sofferenti e dai bisognosi e li ha pure aiutati concretamente per tua informazione, anche per le feste assieme alle suore hanno mangiato assieme a delle persone bisognose quindi…..Mi dispiace che deve sopportare tutta sta cattiveria il prete ma spero rimanga a vita cosi che le persone prepotenti e testarde la finiscono di parlare sempre male e sparare a zero su tutti senza guardarsi il loro….E voi che scrivete in anonimo solo per dire cattiverie firmatevi invece avete paura del confronto?(sicuramente!).Io almeno sono a favore e per non farmi dire ruffiano/a scrivo in anonimo che è meglio, voi non scrivete proprio se dovete dire solo cattiverie in anonimo. E ora basta l’abbiamo capito che la Chiesa vi serve solo per le feste comandate siamo d’accordo (o almeno voi…) però finitela a ognuno il suo lavoro che poi Don Luca lo fa per passione e fede però ovvio che ne capisce più di tutti quindi perché intromettervi, lui non si intromette mica nel ruolo di medico o di professori o altro fatevi ognuno gli affaracci propri parlate di meno anzi basta cattiverie e ora di finirla ognuno guardasse se stesso e finitela di rompere e lasciatelo in pace e a chi non ci conviene si sta a casa sua.

Anonimo ha detto...

Uno strano caso di camaleontismo cultural-religioso è quello di Antonella Campisi, che prima si nasconde dietro la "comunità giulianese" (relazione cartacea del 2 maggio, distribuita al pubblico e indirizzata a "Sua Eccellenza Reverendissima"; dove è la risposta?); poi dietro la "comunità ecclesiale" e, infine, proclama la sua identità sul sito di Città Nuove. MI faccia il favore la "professoressa" Antonella Campisi e la smetta di citare a sproposito l'arcivescovo Cataldo Naro, offuscandone la memoria nel momento in cui ne ignora lo statuto da Lui rinnovato della confraternita del Crocifisso di Giuliana, che vincola la stessa confraternita a celebrare la festa del Crocifisso il primo venerdì di Pasqua. La Campisi se vuole conoscere il vero pensiero di MOnsignor Naro si legga il secondo commento al suo articolo (7 maggio alle ore 11:54). Una credente giulianese fuori Giuliana.

DINO PATERNOSTRO ha detto...

Purtroppo, devo notare che il vizio di nascondersi dietro l'anonimato non lo perde quasi nessuno. E magari si cominciano ad usare toni non proprio signorili. Quindi da questo momento informo i lettori che non pubblicheremo più commenti anonimi e nemmeno con dei pseudonimi. Chi vuole pubblicati i suoi commenti deve metterci la faccia: nome, cognome e indirizzo. Scusate, ma è necessario che ci diamo tutti una regolata.

Antonella Campisi ha detto...

Ringrazio Il Direttore Dino Paternostro, che mi da la possibilità di chiarire alcune cose, anche se in ritardo, dal momento che non sono stata in paese. E lo faccio citando la Scrittura: “In quei giorni Stefano diceva al popolo, agli anziani e agli scribi: < ha scritto:
Caro padre Dolce, a nome della comunità parrocchiale di Giuliana le invio, per presa visione, la lettera che abbiamo mandato al Vescovo tramite don Sgroi. Le auguro buona giornata e la ringrazio di tutto.
“Ho letto con piacere la bella lettera che condivido in pieno. Perché non mandarla (riassumendo i passaggi salienti) alla redazione di città nuove?
A tal proposito sono stato sul sito ieri sera ma non sono riuscito a trovare l'articolo in questione. Sarei grato se potesse inviarmelo o darmi indicazioni più precise per trovarlo. A domani. P. Dolce
“Lieta sempre, piccolo Davide che lotta contro il gigante, di offrire tutto a Dio per coloro che mi odiano e che io non riesco ad odiare. Fraternamente, Antonella Campisi.

antonella campisi ha detto...

mi dispiace che il mio articolo non sia stato pubblicato per intero e non capisco il perchè. Invito i curiosi a seguirlo sul mio profilo facebook

DINO PATERNOSTRO ha detto...

Non ho capito se ha inviato un nuovo articolo o ha postato un commento. Il commento è stato pubblicato, un eventuale articolo non è arrivato. Se ha postato come commento un articolo troppo lungo è possibile che non sia stato pubblicato perché c'è un limìte di battute. Eventualmente mi invii l'articolo per mail e la pubblichiamo