sabato 9 maggio 2020

L’esempio di Impastato nella lotta alle mafie e ai loro alleati invisibili

Felicia e Peppino Impastato

di UMBERTO SANTINO
Quest’anno Peppino Impastato è ricordato online, possibilmente con un presidio nei luoghi sacri della sua storia: Casa Memoria, la sede di Radio Aut, il casolare vicino al binario dove è stato ucciso, ancora un rudere. Ogni anno si è discusso dei temi che dominano la vita quotidiana e la storia contemporanea.
Si è discusso dei flussi migratori, dei decreti sicurezza all’insegna dell’intolleranza e del razzismo, delle politiche liberiste che hanno ingigantito squilibri territoriali e divari sociali, della libertà dell’informazione costantemente minacciata, dell’antifascismo, dei problemi vecchi e nuovi della mafia e dell’antimafia. Lo scorso 25 aprile ha visto una grande partecipazione, anche se virtuale, come risposta a chi voleva archiviare una storia che continua a pesare per chi non si riconosce nell’antifascismo, vestendo spoglie leghiste o risorgimentali.
La Liberazione dal nazifascismo, la Resistenza non sono ricordi lontani, da mettere in archivio, ma valori fondanti della democrazia che non possono essere cancellati da messe cantate per i morti di tutte le guerre e di tutte le pestilenze. Ancora oggi, di fronte a sovranismi e nazionalismi, con espliciti richiami al fascismo e al nazismo, bisogna saper distinguere ed è necessario dividersi. Riguardo alla mafia, c’è da chiedersi: ma è vero che la mafia, dato che non spara più, si è trasformata in una lobby specializzata in pratiche corruttive e ha definitivamente rinunciato alla violenza? La mafia contro cui lottava Peppino Impastato non c’è più, ha cambiato pelle? Per la mafia la corruzione non è un fatto nuovo e la violenza, anche se non agita, ma potenziale e eventuale, rimane un attributo fondamentale di Cosa nostra e anche delle altre mafie, storiche e nuove. E il rapporto con le istituzioni e la politica a che punto è? Per i grandi delitti e le stragi bisogna rassegnarsi alle ricostruzioni giudiziarie che addebitano tutto alla cupola di Cosa nostra e relegano i "soggetti esterni" a fantasmi sfuggenti, regolarmente evocati e regolarmente esclusi da una credibile e provabile identificazione? Per l’assassinio di Peppino abbiamo seguito, con successo, una strada, che abbiamo più volte indicato come un esempio, che ha portato alla relazione della commissione parlamentare antimafia sul depistaggio delle indagini operato da rappresentanti apicali della magistratura e delle forze dell’ordine. Quello che siamo riusciti a fare per Peppino, finora non si è voluto fare per le stragi, da Portella in poi, e per i grandi delitti politico-mafiosi, da Reina a La Torre e a Mattarella, giudicati in blocco con esiti deludenti. È in corso il processo per la strage di via D’Amelio, in cui si sarebbe consumato «uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana», ma sotto processo sono personaggi secondari. I mandanti non si riesce a materializzarli. Ed è in appello il processo per la trattativa, ma la trattativa è stata un deprecabile episodio o è il frammento di una storia?
Fenomeno fino a qualche anno fa inedito, sono comparsi sulla scena palermitana nuovi gruppi criminali e si è posto il problema se siano o meno mafia.
C’è ancora, in vari ambienti delle forze dell’ordine e della magistratura, un’idea di mafia schiacciata sull’endemia siciliana, mentre nel frattempo anche la mafia, le mafie, hanno cagionato le loro pandemie. Trovando un terreno favorevole. Non c’è la piovra universale ma ci sono gruppi di tipo mafioso in rapida crescita e in incessante diffusione.
Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario della Convenzione delle Nazioni Unite sul crimine transnazionale, firmata a Palermo nel dicembre del 2000, e c’erano in programma iniziative per fare il punto sulla situazione. Una convenzione che seguiva le tracce segnate soprattutto da Giovanni Falcone e mira a identificare e perseguire fenomeni che sono entrati nel circuito internazionale, ma è servita a qualcosa o è rimasta sulla carta?
Ora si prevede l’arrembaggio delle mafie alla spartizione dei fondi che saranno stanziati per rimediare agli effetti della pandemia, con una crisi economica che forse imporrà un mutamento di rotta dell’Unione europea. All’ordine del giorno dovrebbero esserci la salute come diritto e non come merce e privilegio e la sanità pubblica come un’istituzione indispensabile e insostituibile e un piano di investimenti che faccia fronte a povertà e disuguaglianze.
Hanno destato preoccupazioni le scarcerazioni dei boss: il virus è un pretesto, anche i detenuti al 41 bis hanno diritto a essere curati in reparti sanitari adeguati, ma se il carcere duro ha la funzione di tagliare i rapporti, con i domiciliari si mettono i boss nelle condizioni di riprenderli. Le manifestazioni dei detenuti dopo l’annuncio della pandemia sonno state organizzate dalle mafie? Può darsi, ma il problema del sovraffollamento delle carceri rimane e non pare che si stia affrontando.
Comunque di certi problemi bisognerebbe parlare pacatamente e seriamente e non in televisione.
Tutti questi temi, dentro un quadro tra i più drammatici che ci sia toccato di vivere, impongono sul piano dell’analisi e dei progetti una radicalità che è quella stessa che viveva e praticava Peppino Impastato, lui per sottrarsi a un destino familiare, noi per liberarci da patologie quotidiane e liberare il pianeta da mali che lo rendono sempre più invivibile.
La Repubblica Palermo, 9 maggio 2020

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