martedì 12 maggio 2020

I CLASSICI DI MICROMEGA: Alessandro Portelli presenta ‘Storia del popolo Americano’ di Howard Zinn


Il capolavoro di Howard Zinn è un intreccio di rigore scientifico e documentario e di passione politica, sorretto dall’ambizione di affrontare l’intera storia moderna di quella parte del Nordamerica che corrisponde agli odierni Stati Uniti: un racconto che attraversa la lotta contro la schiavitù, le origini del movimento operaio, la nascita del primo femminismo, le deportazioni degli indiani e che si configura come un imprescindibile controcanto alla storiografia del consenso e dell’eccezionalismo americano che ha dominato a lungo l’autonarrazione del paese.
di Howard Zinn
Il 29 marzo 2019 un incendio ha distrutto l’edificio centrale e l’archivio di uno dei luoghi simbolici della storia democratica degli Stati Uniti, e non solo: lo Highlander Research and Education Center di New Market, Tennessee. Sul luogo dell’incendio, i vigili del fuoco hanno trovato un graffito con il simbolo della Guardia di Ferro romena, che era anche fra i simboli esibiti dal massacratore nazista di Christchurch in Nuova Zelanda 1, recentemente ripreso da gruppi di suprematisti bianchi negli Stati Uniti.


Highlander non è Notre-Dame, ma è lo stesso un patrimonio dell’umanità. Nato nel 1932 come Highlander Folk School era stato protagonista delle lotte dei sindacati tessili e minerari nel Sud formando i quadri di base attraverso un lavoro condiviso di autoeducazione. Dopo che il mondo sindacale se ne era allontanato durante la guerra fredda perché sospetto di comunismo, si era riconvertito nel cuore del movimento dei diritti civili, inventando le «scuole di cittadinanza» che avevano reso possibile a migliaia di elettori neri di esercitare il diritto di voto: la «leggendaria» Rosa Parks aveva partecipato a un seminario di formazione politica a Highlander prima di compiere il suo storico gesto di ribellione in quell’autobus di Montgomery, Alabama. Un aspetto speciale di Highlander sta nel fatto che fin dall’inizio ha riconosciuto la cultura e la musica come modo di formazione e di azione politica: a metà anni Quaranta, gli operai in sciopero del tabacchificio J.C. Reynolds in North Carolina (dove si producevano le famose Camel) avevano insegnato agli organizzatori di Highlander una canzone che lo Highlander ha poi insegnato a tutti noi come We Shall Overcome. Chiuso d’autorità con l’accusa di «comunismo» e di aver tenuto corsi integrati nel Sud segregazionista (una foto di Martin Luther King a Highlander era servita per dimostrare che anche lui era «comunista»), Highlander era ripartito più ostinato di prima, impegnandosi fino a oggi nelle lotte contro l’emarginazione sociale e la povertà negli Appalachi, per l’ambiente, per i diritti dei migranti messicani sfruttati nell’industria agroalimentare. E continuando a fare musica e arte.

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Parto dall’incendio di Highlander perché l’aggressione razzista a questo luogo e la distruzione del suo archivio e della sua biblioteca è un episodio emblematico della violenza che cerca di cancellare la memoria e la storia dei movimenti popolari e delle lotte sociali negli Stati Uniti – un gesto e un contesto che rendono ancora più importante e necessario il capolavoro di Howard Zinn, Storia del popolo americano. Scritto nel 1980, più volte rivisto e aggiornato, continuamente ristampato in traduzione italiana dopo la prima uscita (l’ultima edizione è quella pubblicata dal Saggiatore nel 2017), il libro di Howard Zinn è un imprescindibile controcanto contestativo alla storiografia del consenso e dell’eccezionalismo americano che ha dominato a lungo l’autonarrazione del paese 2 (e infatti Zinn non manca di ricordarci più volte che le storie che racconta sono ignorate ed escluse dai libri di testo e dalla storiografia convenzionale). Come si addice a un classico, Storia del popolo americano è un intreccio di rigore scientifico e documentario e di passione politica, sorretto dall’incredibile ambizione di affrontare l’intera storia moderna di quella parte del Nordamerica che corrisponde agli odierni Stati Uniti (e sono ormai quasi sei secoli, dovremmo smetterla di parlare di un paese «senza storia»), unificandola in un coerente disegno in cui le linee generali si sorreggono su una coinvolgente, leggibilissima ricchezza di dettagli, di protagonisti, di luoghi e di storie.

Howard Zinn giunge fino al Vietnam, all’Iraq e all’epoca Clinton-Bush a partire da una «scoperta» dell’America che fu l’inizio di un progetto di genocidio nei confronti delle nazioni indigene. Questo fondante crimine contro l’umanità segna in modo indelebile l’identità di tutto quello che è venuto dopo (e non basta certo sostituire, come avviene oggi in qualche parte del paese, il Columbus Day con la Giornata dei Popoli nativi – senza restituire neanche una briciola del maltolto e continuando a discriminarli: se Black Lives Matter 3 denuncia la violenza della polizia verso gli afroamericani, è tuttavia un fatto che la percentuale più alta di vittime si registri proprio fra i Native Americans).

La democrazia americana – e, implicitamente, tutta la democrazia occidentale – nasce dunque da una pratica di violenza, esclusione, sfruttamento: il genocidio dei nativi, la tratta degli schiavi, le deportazioni e il lavoro non libero nel periodo coloniale e ancora dopo (servi a contratto, apprendisti, artigiani), l’esclusione a priori delle donne dai diritti politici e civili, lo sfruttamento incontrollato del lavoro, la sistematica distruzione dell’ambiente. Ma non è una storia a senso unico: Zinn mostra eloquentemente come alla radicale violenza del dominio risponda la radicale soggettività della resistenza e della ribellione. La resistenza indiana, le rivolte e le fughe in massa degli schiavi, le rivendicazioni protofemministe di fine Settecento sono espressioni di una società che fin dall’inizio è attraversata da conflitti durissimi e quasi mai raccontati. Già alla vigilia della guerra d’indipendenza, per esempio, Boston «appare pervasa dalla rabbia di classe»: le manifestazioni contro le tasse imposte dagli inglesi si intrecciano alle aggressioni di massa del proletariato urbano contro le residenze dei ricchi locali. Nella guerra di indipendenza c’è una componente implicita di rivolta di classe.

Da queste premesse si sviluppa un racconto che attraversa la lotta contro la schiavitù, le origini del movimento operaio, la nascita del primo femminismo, le deportazioni degli indiani e ancora, dopo la guerra civile (e la resistenza dei ceti poveri urbani e degli immigrati a un reclutamento che esentava i ricchi), l’esplosione del capitalismo dei «baroni ladri», l’espansione a ovest (Sand Creek, Wounded Knee… 4), lo sviluppo dell’imperialismo (la guerra contro la Spagna, l’occupazione coloniale di Portorico e Filippine, il controllo su Cuba, gli interventi militari in Messico, ad Haiti, a Santo Domingo, l’appropriazione del canale di Panama…). E a tutto risponde sempre la soggettività antagonista, la protesta contro e durante le guerre (i memorabili interventi antimperialisti di Mark Twain, gli scioperi operai in piena seconda guerra mondiale, i movimenti degli anni Sessanta…), le grandi lotte operaie (dallo sciopero semi-insurrezionale del 1873 alla rivolta delle operaie tessili di Lawrence che ci ha lasciato lo slogan «Il pane e le rose»; dagli Industrial Workers of the World nei primi vent’anni del Novecento 5, ai minatori e ai siderurgici degli anni Trenta…), il movimento populista nelle campagne del Sud e dell’Ovest…

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Le storie che racconta Howard Zinn sono in gran parte sconosciute, note solo agli specialisti (e neanche a tutte e a tutti). Al tempo stesso, però, non sono del tutto imprevedibili. In qualche modo, nel nostro immaginario diffuso, soprattutto a sinistra, e anche grazie alla letteratura, al cinema, alla musica, c’era uno spazio che le aspettava. È lì che vive quell’America che immaginavano Pavese e Calvino, «fumosa di ciminiere e irrigua di campi, ribelle alle ipocrisie chiesastiche, urlante di scioperi e di masse in lotta» 6. Quell’«altra America» molto desiderata e conosciuta un po’ per frammenti e un po’ per mitologie che dagli anni Sessanta contrapponevamo a un’America capitalista e imperialista, senza renderci conto che le due realtà erano intrecciate e inseparabili. Perciò, per evitare di sminuire questo libro sorprendente leggendolo come una conferma di aspettative un po’ trionfaliste a priori (e tanto meno con le lenti di un «antiamericanismo» ottuso), sono necessarie un paio di istruzioni per l’uso.

Ho detto che Storia del popolo americano è un controcanto alla storiografia del consenso. Ebbene, non si capisce il controcanto se non si ha un’idea della melodia che commenta, svisa e stravolge. Scrivendo una storia dal basso, Howard Zinn non si occupa, programmaticamente, delle classi dominanti, a cui accenna a volte un po’ schematicamente come un monolito mosso solo da repressivi e strumentali fini di profitto. Questo però è dovuto al fatto che scrive per lettori americani che la storia dei libri di testo, la storia e la cultura delle istituzioni e delle classi egemoni la assorbono fin dalla scuola materna e quindi sanno benissimo in che quadro politico e istituzionale si sono sviluppati i movimenti popolari di cui Zinn rivela loro l’esistenza. Le edizioni italiane arrivano invece in un contesto in cui la storia degli Stati Uniti è poco più di una cenerentola in ambito accademico, esplorata frammentariamente ed episodicamente nell’editoria, e lasciamo stare le banalizzazioni dei media. Perciò rischiamo di leggere questa storia in una direzione sola, di essere giustamente affascinati dalle grandi lotte e controculture degli anni Sessanta e di non domandarci, per esempio, come mai quell’epoca sia culminata con l’elezione e rielezione di Richard Nixon (ma anche in che modo la sua caduta successiva ne sia stata pure, indirettamente, l’esito). O come mai, con tutta la violenza, il razzismo, la repressione rampanti ancora oggi negli Stati Uniti, milioni di persone si siano messe in movimento da tutte le parti del pianeta per andarci a vivere. Zinn non si pone queste domande perché sa che stanno già nel discorso pubblico del suo paese, ma fa qualcosa di più radicale cambiando il quadro dei fattori in campo. Noi però abbiamo bisogno di uno sforzo di conoscenza in più per mettere il suo lavoro in prospettiva e capirne ancora meglio la portata sovversiva.

L’indice del libro di Zinn è un catalogo di soggettività antagoniste e alternative: nativi, neri, operai, donne, operai, pacifisti, beat… Ma antagoniste e alternative a che cosa? Per capire loro, dobbiamo saperne di più su quello che avevano contro. A differenza che altrove, negli Stati Uniti la libertà era fin dall’inizio l’ideologia ufficiale; perciò le lotte per la «libertà americana» (per riprendere il titolo di un bel libro di Eric Foner, recentemente ripubblicato da Donzelli col titolo Storia degli Stati Uniti) non hanno mirato se non in qualche occasione ad abbattere il sistema, ma hanno soprattutto cercato di costringerlo a praticare quello che predicava, e ad allargare l’accesso ai diritti di libertà a soggetti che ne erano esclusi (il movimento dei diritti civili è l’esempio cruciale: il «sogno» di Martin Luther King era, diceva lui, «profondamente radicato nel sogno americano»).

Ora, l’esistenza degli esclusi (donne, nativi, neri, poveri, immigrati…) era la condizione che permetteva al sistema di garantire i diritti degli inclusi (maschi, bianchi, benestanti…), perciò queste lotte per l’inclusione ne hanno profondamente cambiato la forma. Tuttavia, l’inclusione è stata conquistata in tempi e modi diversi per ciascun soggetto, creando qualche volta unità e spesso nuove divisioni (per esempio: l’unità abolizionista fra donne e neri si spezza dopo la guerra civile, quando il diritto di voto viene – formalmente – concesso ai neri ma ancora negato alle donne). Ogni nuova inclusione non ha tanto abbattuto i confini dell’esclusione, ma li ha piuttosto spostati in avanti. L’errore fondamentale della campagna di Hillary Clinton è stato proprio quello di credere di poter fondare un fronte unito fra le diverse identità alternative, senza pensare che potessero essere anche alternative fra loro. Non è affatto detto, per esempio, che tutti gli immigrati siano favorevoli a ulteriore immigrazione: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori, e già alla fine dell’Ottocento, i figli degli immigrati irlandesi protestavano contro l’arrivo degli italiani come i loro padri avevano aggredito i neri durante la guerra civile per protestare contro la leva. Il muro di Trump è solo l’incarnazione più recente di questo processo (e i porti chiusi ne sono lo scimmiottamento nostrano).

La canzone che gli operai della J.C. Reynolds insegnarono a Zilphia Horton di Highlander nel 1946 diceva «I’ll Overcome Someday», «Ce la farò». La versione che da Highlander si è diffusa in tutto il mondo grazie a Pete Seeger, a Guy Carawan, a Joan Baez e a Bruce Springsteen cambia la prima parola: non I, io, ma We, noi. Ma è proprio questa la parola problematica: chi siamo, chi sono, il «noi» di We Shall Overcome, del «Yes We Can» di Barack Obama, del «We, the People» che apre la Costituzione del 1789? Il prezioso lavoro di Howard Zinn, se sappiamo leggerlo, rivela le tante parti che nel corso dei secoli hanno cercato di costituirsi in un «noi» di diritti e di libertà. E ci interroga sul percorso che ci resta da fare per riuscirci.

NOTE

1. Lo scorso 15 marzo nella città di Christchurch Brenton Harrison Tarrant, un australiano di 28 anni, ha aperto il fuoco in una moschea e in un centro islamico, luoghi affollati di fedeli per la preghiera del venerdì. Gli attentati hanno causato la morte di 50 persone e rappresentano il più grande omicidio di massa nella storia della Nuova Zelanda.

2. L’eccezionalismo statunitense è un filone storiografico che si basa sull’idea dell’unicità degli Stati Uniti, soli depositari di democrazia e libertà, che in quanto tali hanno il diritto di ritenersi superiori ad altri paesi e siano sostanzialmente l’esempio da seguire per il resto dell’umanità in quanto incarnerebbero valori universali.

3. Black Lives Matter è un movimento nato all’interno della comunità afroamericana statunitense nel 2013 in seguito all’assoluzione di un uomo, George Zimmerman, che il 26 febbraio 2012 aveva sparato al diciassettenne afroamericano Trayvon Martin, uccidendolo. Il movimento – che si è esteso a livello internazionale – si batte per l’uguaglianza razziale e in particolare contro le discriminazioni perpetrate dal sistema giuridico statunitense.

4. Teatro di due massacri di nativi americani nella seconda metà dell’Ottocento.
5. Gli Industrial Workers of the World, popolarmente conosciuti come «Wobblies», erano un’organizzazione sindacale militante di ispirazione socialista e anarchica fondata a Chicago nel 1905 da sindacalisti che si opponevano alle pratiche dell’American Federation of Labor che escludevano immigrati stranieri, neri e donne. Gli Iww praticarono forme di lotta radicali e innovative organizzando gli operai immigrati delle fabbriche dell’Est, i lavoratori stagionali agricoli e i minatori dell’Ovest. L’opposizione all’entrata degli Stati Uniti nella prima guerra mondiale consentì al governo federale di usare l’Espionage Act per distruggere l’organizzazione.

6. I. Calvino, Prefazione a C. Pavese, La letteratura americana e altri saggi, Einaudi, Torino 1962.

(MicroMega, 11 maggio 2020)

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