venerdì 27 dicembre 2019

L’intervista. Gualtieri: "Basta tabù. Lo Stato azionista fa bene anche al mercato"

Roberto Gualtieri

di Francesco Manacorda e Roberto Petrini
ROMA «La logica di mercato e l’intervento dello Stato possono coesistere perfettamente, proprio perché esistono i fallimenti di mercato nei quali lo Stato non solo può, ma deve intervenire». Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha ottenuto ieri l’ultimo voto di fiducia alla Camera sulla sua legge di Bilancio. Ora guarda alla "fase due" dell’esecutivo, si aspetta un governo di legislatura e soprattutto, dopo i numerosi interventi pubblici nell’economia progettati o realizzati, espone il suo manifesto per la sinistra in questi tempi difficili. Senza considerare tabù che lo Stato, quando le circostanze lo richiedono, possa svolgere un ruolo anche di azionista.

Mettiamoli in fila, questi interventi: la partecipazione pubblica nell’Ilva, il tentativo di agganciare l’Alitalia a un socio pubblico, il salvataggio della Popolare di Bari...
«Sono di natura diversa. Sulla Popolare di Bari, ad esempio, interviene il Fondo interbancario che è privato e noi ricapitalizziamo il Mediocredito centrale perché possa concorrere a condizioni di mercato a un’operazione di rilancio del sistema finanziario e creditizio del Mezzogiorno, aperta ad altri soggetti privati».
In questa vicenda ritiene che ci siano responsabilità di Bankitalia?
Ha detto che dovrete «verificare».
«Siamo nell’Unione bancaria e c’è una vigilanza comune europea. Ho grande fiducia nel lavoro di Bankitalia, anche alla luce della collaborazione che c’è stata in queste ultime settimane per la vicenda Bari. L’operato di tutti noi è sempre sottoposto al vaglio pubblico e sono fiducioso, come ha detto lo stesso governatore Visco, che la stessa Bankitalia saprà verificare se siano stati commessi eventuali errori».
Vedremo comunque lo Stato socio di Ilva e forse anche di Alitalia?
«Interverremo in un settore strategico per l’industria italiana come la produzione di acciaio per favorire una transizione ambientale ed energetica che renda l’Ilva un polo di eccellenza nel quadro del "Green New Deal" europeo con alti livelli produttivi ed occupazionali e minore impatto ambientale. Se il negoziato andrà a buon fine, il nostro intervento sarà limitato: Mittal ci anticiperà tutti i canoni di affitto dell’impianto che avrebbe dovuto pagare in futuro e noi trasformeremo questo credito in azioni della nuova Ilva, che resterà un’azienda privata incardinata in un grande gruppo internazionale».
E Alitalia? Anche qui si punta, o si puntava, sul socio pubblico Fs…
«L’obiettivo è il rilancio della compagnia nel quadro di una soluzione di mercato in un confronto con gli operatori internazionali, che può prevedere anche il coinvolgimento di Ferrovie per valorizzare l’intermodalità del trasporto. Comunque spetta al nuovo commissario fare le scelte più opportune per garantire il futuro della compagnia».
Ammesso che l’Europa accetti tutti questi interventi…
«È ovvio dire che dobbiamo stare nelle regole europee. Anche a Bruxelles, comunque, c’è più attenzione sia ai temi al ruolo delle politiche pubbliche – come dimostra prima il piano Juncker per gli investimenti e adesso il piano "verde" della nuova Commissione – sia alla necessità di contemperare le esigenze della concorrenza con quelle di favorire la crescita di imprese che possano concorrere a livello globale».
Ma l’Italia può permettersi questi interventi con un debito così alto?
«Stato e mercato possono coesistere proprio per far funzionare meglio il mercato, e d’altronde è quello che avviene in tutti i grandi paesi avanzati. Non vogliamo sussidiare inefficienze ma, quando è necessario, promuovere gli investimenti e l’innovazione nei settori strategici.
Da questo punto di vista la formula dell’azionariato misto pubblico-privato ha dato buona prova di sé anche nel contesto delle privatizzazioni. Le più importanti multinazionali italiane sono ancora oggi società a partecipazione pubblica».
Sì, ma con il debito pubblico come la mettiamo?
«I vincoli delle finanze pubbliche ci rendono attenti e prudenti nella selezione degli interventi, che devono sempre ponderare con cura benefici e costi, compresi quelli di un mancato intervento».
Insomma, per lei lo Stato non deve stare solo in cabina di regia, ma anche agire sul palcoscenico dell’economia?
«Servono senza dubbio politiche industriali per favorire lo sviluppo del Paese. Sarebbe improprio considerare lo Stato quello che si accolla le perdite quando un’impresa non può stare in piedi per ragioni strutturali, ma è altrettanto datato un pensiero che affida allo Stato solo la funzione di fare le regole. Siamo invece in una fase nuova – a livello non solo italiano, ma europeo e globale - con sfide mai viste prima: quelle dell’innovazione continua, delle tecnologie dirompenti e della sostenibilità ambientale e sociale. E proprio per far fronte a queste sfide, in sintonia con quanto sta facendo anche la nuova Commissione europea, serve un nuovo modello di politica industriale che veda il concorso delle politiche pubbliche e degli attori privati».
Dobbiamo dimenticarci le privatizzazioni, insomma?
«No. Ci siamo dati un obiettivo assai più contenuto del precedente governo, ma intendiamo conseguirlo. Se da un lato ci sono settori e imprese che possono trarre vantaggio dall’intervento pubblico, dall’altro ci sono invece quelle che che possono lavorare meglio se aperte a soci privati. Ma non faremo privatizzazioni per fare cassa anche perché le partecipate non sono solo strategiche, ma danno anche ottimi dividendi al bilancio pubblico».
A questo proposito ritiene anche lei, come il ministro Fioramonti, che l’Eni debba al più presto abbandonare le fonti di energia fossile?
«Eni è una società di eccellenza che giustamente persegue strategie di sviluppo che coniugano il presidio del mercato dell’energia fossile con la transizione energetica verso un futuro "low carbon"».
Lei è esponente del Pd. Parla spesso di sistema fiscale progressivo, di sanità universale, meno toni "mercatisti" nei suoi discorsi. Sta cambiando qu alcosa nella sinistra europea?
«Stiamo voltando pagina e stiamo cercando di aprire ad una nuova stagione. Vogliamo concorrere a definire il profilo di una moderna sinistra europea di governo. Non a caso parliamo di "Green New Deal", di nuovi modelli di politiche pubbliche in mercati basati sulla concorrenza e di un tema dimenticato negli Anni Novanta come la questione meridionale. Il riformismo degli anni Venti di questo secolo deve avere al centro la sfida della sostenibilità ambientale, dalla coesione sociale, dell’innovazione tecnologica, della centralità della persona e deve costruire una grande alleanza che coinvolga il mondo del lavoro, dell’impresa, le forze intellettuali e civili per ascoltare la società e i suoi fermenti e unire il Paese in una visione condivisa del futuro. Tutto ciò richiede grande impegno, ma anche quella sobrietà nell’esercizio di governo a cui ci ha giustamente richiamato il presidente Conte».
In che senso?
«Guardate l’ottimo lavoro che sta facendo Luciana Lamorgese al ministero degli Interni paragonato ai continui allarmi ansiogeni sui flussi migratori e su ipotetici problemi di ordine pubblico lanciati da chi prima occupava quel posto. Ora si lavora seriamente e senza alzare la voce per spaventare l’opinione pubblica e i risultati si vedono».
Concessioni autostradali: state facendo un dietrofront come vi imputa Autostrade per l’Italia?
«L’occasione nasce dalla scadenza di alcune concessionarie. Per questi casi occorre fornire il paracadute di un passaggio della concessione all’Anas. Ma questo non c’entra nulla con il caso del Ponte Morandi».
Non negherà che la revisione delle concessioni può colpire a fondo Autostrade e il gruppo Atlantia dei Benetton…
«Abbiamo ereditato dal passato un regime delle concessioni squilibrato, imposto per legge dodici anni fa in deroga ad ogni procedura amministrativa, e che assicura ad alcuni concessionari condizioni di assoluto privilegio senza fornire sufficienti garanzie su investimenti e manutenzione. È evidente che questo non è più sostenibile. Peraltro oggi c’è un’Autorità indipendente dei Trasporti, che regola il mercato e determina le tariffe a tutela della concorrenza e dei consumatori. I concessionari non possono non applicare le sue delibere».
Il governo che può fare?
«L’obiettivo è riallineare la disciplina delle concessioni, oggi frammentata in tanti regimi diversi, al codice civile e al codice degli appalti. Ricondurre tutto a un’unica disciplina generale, affidata ad un regolatore indipendente, favorisce la certezza del diritto e rende il mercato aperto alla concorrenza e contendibile. È una linea coerente con l’accordo di programma del governo».
La manovra. Se dovesse riassumerla in poche parole, ora che il tour de force fuori e dentro la maggioranza è terminato?
«Oltre a disattivare completamente l’aumento dell’Iva, che è il compito principale che ci era stato affidato, riduciamo le tasse sul lavoro aumentando gli stipendi netti in busta paga, rilanciamo gli investimenti con un focus speciale su ambiente e occupazione, sosteniamo il welfare a partire da sanità e famiglia con gli asili nido».
E l’evasione? C’è una frenata rispetto alle premesse iniziali?
«Niente affatto. Abbiamo varato misure molto incisive di contrasto all’evasione fiscale, che vanno dagli abusi nella somministrazione di manodopera, alle indebite compensazioni, dalle frodi su carburanti all’incrocio dei dati nel rispetto della privacy fino agli incentivi per ridurre l’uso del contante. Il sistema di interscambio gestito da Sogei ha ricevuto ben due miliardi di fatture elettroniche, è un dato che abbiamo rilevato proprio oggi. Quando è arrivata questa innovazione tanti paventavano il disastro, invece si sta rivelando uno strumento di efficienza capace di ridurre al minimo gli spazi di evasione. Dalle nuove misure, che hanno questa stessa natura strutturale, ci aspettiamo anche più dei tre miliardi previsti nella legge di Bilancio».
Quanti in più?
«Preferiamo essere prudenti nelle stime ed essere magari smentiti in positivo dai fatti, che non il contrario. Per questo non do cifre».
L’economia italiana è piatta e avrebbe forse bisogno di uno choc positivo. Sul cuneo fiscale che cosa dobbiamo aspettarci?
«Il decreto attuativo della prima tranche di riduzione delle tasse, con il taglio del cuneo fiscale, sarà varato entro gennaio dopo un dialogo con le forze sociali e produttive».
E chi ne beneficerà?
«Io penso che la platea dovrebbe essere più larga di quella dei beneficiari degli 80 euro, andando quindi oltre i 26 mila euro di reddito lordo, per dare un beneficio oltre ai ceti bassi anche a quelli medi. Ma il nostro obiettivo è quello di varare una completa riforma fiscale che potrà partire dal 2021, tenendo presente il principio della progressività delle imposte».
Ma come si fa, oltre che con la politica fiscale, a cercare di aumentare la crescita e l’occupazione?
«Il nostro principale problema è la produttività stagnante da ormai molti anni. Per farla tornare a crescere occorrono investimenti in infrastrutture ma anche e sempre più in capitale umano, innovazione, una pubblica amministrazione efficiente.
Servono anche politiche attive del lavoro e su questo fronte il Reddito di cittadinanza - che sta funzionando bene come strumento di contrasto alla povertà, ampliando e migliorando quello che era il Rei, e sta dando risultati anche sul fronte dei consumi lascia ancora a desiderare. È là che dobbiamo muoverci, con un obiettivo che definisco "Quota 60"».
Ossia?
«Storicamente in Italia, anche quando il tasso di disoccupazione è andato sotto il 10%, il tasso di occupazione è rimasto basso, specie per il basso tasso di occupazione femminile. Oggi siamo al 59,2% e vogliamo arrivare nel 2020 oltre quota 60% e poi raggiungere la media europea».
Resta aperta la questione dell’Iva. Lei avrebbe voluto ritoccare alcune aliquote quest’anno, ma la maggioranza si è opposta. Che cosa accadrà nel 2020?
«Noi vogliamo rendere il fisco più equo e più semplice. Per raggiungere questo obiettivo è necessaria una revisione complessiva del sistema fiscale che tenga in considerazione diverse imposte al fine di creare un sistema organico e armonico, che risulti più leggero per i redditi medi e bassi. In questo quadro puntiamo anche all’eliminazione completa delle rimanenti clausole di salvaguardia».
C’è qualcosa che avrebbe voluto inserire nella manovra e non è riuscito a fare?
«Sì, abbiamo inserito circa due miliardi aggiuntivi per scuola, università e ricerca. Avrei voluto destinare ancora più risorse a questi settori fondamentali. L’impegno per la prossima manovra è di rafforzare gli interventi in questo comparto».
La Repubblica, 24 dic 2019

Nessun commento: