domenica 22 settembre 2019

“Cesare Terranova, il magistrato e l’uomo”. Il 25 settembre a Petralia Sottana le iniziative a 40 anni dall’omicidio di Terranova e Mancuso

La mostra,  l’incontro con gli studenti, le testimonianze di magistrati, familiari, studiosi.  Agueci: “Il primo magistrato ad affrontare le indagini di mafia con una visione unitaria e moderna del fenomeno”. 
Palermo 21 settembre  2019 – “Cesare Terranova, il magistrato e l’uomo”. Per i 40 anni dall’omicidio del giudice Cesare Terranova e del maresciallo Lenin Mancuso, l’amministrazione comunale di Petralia, paese natale del magistrato, e  i familiari del giudice hanno voluto dare rilievo particolare alla ricorrenza con una giornata di eventi  per mettere in risalto i valori umani e professionali del magistrato.  

     Mercoledì 25 settembre alle ore 10 davanti all’Istituto comprensivo di Petralia Sottana, in piazza tenente Nino Tedesco, le manifestazione avranno inizio con la deposizione di una corona davanti al cippo dedicato al magistrato. Seguirà un incontro con gli studenti del liceo di Scienze umane Pietro Domina, in cui due dei nipoti di Cesare Terranova presenteranno un concorso destinato agli alunni sulla figura del giudice. 
    Nel pomeriggio, alle ore 16, a palazzo Pucci, sede del parco delle Madonie, verrà inaugurata la mostra fotografica e documentale,  con un video realizzato per l’occasione,  su Cesare Terranova.  Seguirà una conversazione  a più voci per ricordare  l’opera e  la figura di Terranova e Mancuso.  Interverranno: il  sindaco di Petralia Sottana, Leonardo Neglia, il presidente della Commissione parlamentare antimafia, senatore  Nicola Morra, il presidente della commissione d’inchiesta e vigilanza sul fenomeno mafioso dell’Ars Claudio Fava, il procuratore della Repubblica del Tribunale di Termini Imerese Ambrogio Cartosio, l’ex procuratore aggiunto del Tribunale di Palermo Leonardo Agueci, l’ex presidente del Tribunale di Palermo Leonardo Guarnotta, il magistrato Roberto Tartaglia,  consulente della commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno mafioso, il dirigente dell’anticrimine della Questura di Palermo Giovanni Pampillonia, il presidente del centro studi  ‘Pio La Torre’ Vito Lo Monaco, il giornalista Franco  Nicastro.  Ricordi e testimonianze  dei familiari di Terranova e di Mancuso. 
 La manifestazione, organizzata,  coordinata e promossa  da Leonardo Agueci, si avvale della collaborazione di Luca Gulisano, docente e studioso della figura del giudice, e di Lavinia Caminiti, che si è occupata della raccolta di foto e documenti, anche inediti,  e dell’allestimento della mostra. 

    La mattina del 25 settembre 1979, a Palermo, Cesare Terranova, magistrato e per due mandati, dal 72 al 79,  parlamentare indipendente del Pci, viene ucciso  subito dopo essere uscito dalla sua abitazione di via Rutelli,  a due passi da via Libertà, ed essersi messo alla guida della sua auto. Un gruppo armato   colpisce a  morte anche il maresciallo di polizia Lenin Mancuso, da sempre suo fidato collaboratore e accompagnatore.      Aveva 58 anni.
      È stato un precursore della lotta contro Cosa Nostra  in un periodo in cui si faticava a pronunciare la parola mafia.  “Il giudice Terranova, operando con grande determinazione in un clima di sostanziale scetticismo e isolamento, è stato certamente il primo magistrato ad affrontare le indagini di mafia con una visione unitaria, approfondita e moderna del fenomeno - dice Leonardo Agueci -   È riuscito a coglierne i connotati specifici, l’evoluzione inarrestabile, la diffusione crescente e pervasiva nella vita sociale, economica e politica, a evidenziare la necessità di strumenti investigativi adeguati, in grado di attingere anche ai profili patrimoniali, così aprendo la strada alle elaborazioni normative  del decennio successivo, che tuttora costituiscono la base dell’attuale azione di contrasto al fenomeno mafioso”.    
        “Durante gli anni della sua permanenza a Palermo, protrattasi fino all’agosto 1971- prosegue Agueci – il  livello di conoscenza del fenomeno mafioso era ancora rudimentale e lacunoso. Gli strumenti investigativi in possesso degli inquirenti risultavano molto scarsi e assolutamente incomparabili con quelli attuali. Gli atteggiamenti di omertà si presentavano granitici e impenetrabili, la consapevolezza sociale e la  disposizione di buona parte delle istituzioni erano caratterizzate da indifferenza, sottovalutazione, se non da effettiva connivenza.  In tale contesto,  le sue indagini si indirizzarono, in particolare, verso la famiglia mafiosa di Corleone, della quale riuscì già da allora a cogliere i connotati di ferocia, risolutezza e volontà espansiva, che avrebbero costituito i presupposti della sanguinosa guerra di mafia  scatenatasi negli anni successivi. La sua attività lo aveva quindi reso  inviso agli stessi ‘corleonesi’ che lo inserirono tra i loro ‘nemici giurati, all’interno delle Istituzioni, destinati prima o poi a essere eliminati”.

     
LA MOSTRA a cura di Lavinia Caminiti 

“É una mostra dove si racconta, attraverso documenti, la storia non solo del Magistrato ma soprattutto quella dell’uomo Cesare -  spiega la curatrice, Lavinia Caminiti -  L’emozione di entrare nella sua vita attraverso lettere, ormai ingiallite dal tempo, scritte dai suoi genitori mentre era prigioniero di guerra, lettere piene di amore e apprensione. Poesie scritte di suo pugno verso l’amata moglie. Pezzi sempre scritti da lui dove ironia e poesia si intrecciano rivelandone un uomo spiritoso ma profondo. Fotografie che lo ritraggono in famiglia o in momenti di svago. Ciò che lo caratterizza è il sorriso che alle volte si trasforma in sincera risata. Documenti non solo fotografici che raccontano di quando fu nominato Commissario di bordo. La sua passione per il bridge. Foto di famiglia di sua moglie, Giovanna Giaconia, che ha avuto un ruolo così importante nella vita di Cesare Terranova, ma soprattutto dopo, di continuazione dell’impegno e di testimonianza civile. Documenti che testimoniano la sua esperienza politica”.  Una sezione della mostra è dedicata alla figura di Lenin Mancuso. “Attraverso le immagini – aggiunge Lavinia Caminiti - traspare la stima che l’uno aveva dell’altro. Lenin Mancuso,  che gli fu fedele fino alla fine. Tra le cose in esposizione la più emozionante è la penna che Terranova teneva  nel taschino quando fu ucciso, una penna che porta ancora le tracce di quel tragico momento, l’unico oggetto rimasto, testimone di quell’efferato omicidio”.  

LE TESTIMONIANZE DEI NIPOTI 
“A noi nipoti questo zio destava sempre una duplice emozione: da un lato era contagiosa la sua gioia di vivere e la sua affettuosa ‘occupazione’ del territorio casalingo, dovuta anche alla robusta corporatura e al piacere  del convivio. Dall’altra – raccontano Vincenzo e Francesca Terranova, figli  del fratello del giudice, Tullio -  stargli vicino poteva generare un certo allarme quando lo sguardo cadeva sulla fondina nera che ogni tanto si affacciava sul bianco della camicia. Ogni incontro con lui dava sempre la misura di un uomo appassionato, di un figlio della luce, avrebbero detto gli antichi, abituato però a confrontarsi con le tenebre. Quelle tenebre che cercava di illuminare con il faro della conoscenza, dell’umanità, della ragione.  Poi arrivò quel 25 settembre e la famiglia fu squassata. Un ricordo per tutti: le lacrime mute della nonna,  curva, a Fiumicino. Eppure  oggi quel faro è ancora acceso. Sono trascorsi 40 anni e molti camminano più consapevoli e fiduciosi sui ponti che Cesare Terranova ha contribuito a costruire”. 

       “Posso affermare tranquillamente – è la testimonianza  di un’altra nipote, Geraldina Piazza - che zio Cesare è stato un esempio da seguire. Quando parlo di lui e racconto della sua vita e del suo lavoro agli studenti delle scuole, che l’hanno conosciuto attraverso i libri o su Internet, vedo molta curiosità per quest’uomo tutto d’un pezzo che non frequentava la casa  dei cognati perché abitavano nello stesso palazzo di Salvo Lima, che era conosciuto nell’ambito dei  circoli di bridge per  la sua correttezza e abilità, che sapeva condurre un interrogatorio  sedendosi accanto all’assassino e, parlandogli in dialetto,  lo convinceva a confessare,  come fu per il caso delle tre bambine di Marsala. Ma quando racconto del suo amore per il cibo, per i suoi gatti che adorava, tanto da chiedere alla moglie nel testamento di fare un lascito a qualche associazione di protezione degli animali, della sua passione per i libri gialli e per tutto ciò che allenava il cervello, i ragazzi si illuminano. Per la nostra famiglia è stato un solido punto di riferimento. Per me in particolare è stato un padre che ha affiancato il mio, colpito da un ictus e senza l’uso della parola per quasi nove anni. Resta l’esempio di una vita corretta, pulita, senza compromessi”. 

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